Intervista a Roberto Catani
Grande autore di cortometraggi d’animazione, Roberto Catani è nato artisticamente alla Scuola del Libro di Urbino. Fin da giovane, rimane folgorato dalle opere di maestri come Jurij Norstein ed Emanuele Luzzati. La filmografia di Catani è abbastanza rarefatta. Ogni suo lavoro, realizzato con tecniche artigianali manuali, richiede tempo che deve ritagliarsi tra l’impegno dell’insegnamento e il lavoro di illustratore. Ogni sua opera, però, è un piccolo capolavoro denso di poesia visiva. Il suo debutto avviene nel 1995 con Il pesce rosso, unico tra i suoi lavori con voce narrante che recita una poesia nata da un sogno. Tre anni dopo, realizza La sagra, un’esplosione di colori e musica che richiama l’atmosfera felliniana e quella delle feste popolane. Tra le sue opere più premiate spicca La funambula, racconto delicato e profondo della ricerca di equilibrio di una donna in bilico tra gioie e dolori, amori e rimpianti, attese e sogni. Dopo una pausa di dieci anni, nel 2013 Roberto Catani torna con La testa tra le nuvole, che ci fa immergere nel mondo onirico di un bambino distratto durante le ore di scuola, perso nei suoi sogni a occhi aperti, fino a quando la figura minacciosa del maestro non irrompe bruscamente, spezzando la magia e riportandolo/ci alla realtà. Al tema della disobbedienza torna con il suo ultimo lavoro, Il burattino e la balena (2024), presentato alla Mostra del Cinema, liberamente ispirato al celebre Pinocchio di Carlo Collodi. Pinocchio diventa simbolo di ribellione contro le convenzioni sociali, scegliendo consapevolmente di non trasformarsi in bambino. Abbiamo incontrato Roberto Catani a Venezia durante il Ca’ Foscari Short Film Festival 2025, dove è stato omaggiato.
Trovo molto affascinante il carattere ‘proteiforme’ del tuo cinema, il fatto che i tuoi lavori siano dei flussi visivi con questa trasformazione continua delle figure come in un gioco di matrioske, ognuna delle quali ingloba quella precedente. Come ci sei arrivato e come ci lavori?
Roberto Catani: L’idea del piano-sequenza naturalmente non è nuova, non è la mia. Io mi sono ispirato a un’autrice, animatrice italiana, purtroppo molto dimenticata, che è Ursula Ferrara. Mi ha ispirato perché lei pensa tantissimo al piano sequenza. Lucidi folli è un capolavoro assoluto in cui le immagini appunto si incastrano, si trasformano come da una matrioska in un’altra. I suoi film sono stati per me una grandissima ispirazione.
Tu lavori in modo tradizionale, eviti il digitale, no?
Roberto Catani: Ho sempre lavorato tecnicamente in modo molto tradizionale e artigianale. Quindi disegno su carta. Nei miei lavori non c’è nulla di digitale se non nella parte della post-produzione, cioè la ripresa del film e il montaggio quando necessario. Spesso non c’è, se è un piano sequenza. Ho fatto un po’ di montaggio solo nelle ultime opere. All’inizio non c’era questa necessità. Il flusso di immagini può essere o un’incapacità o un non volersi fermare a un’immagine, cioè, lasciarla scorrere come un flusso di pensieri. Quindi seguire un po’ una forma che vola, che se ne va, rotola via e finisce da un luogo all’altro, da un’immagine all’altra, cercando di dare ogni volta un senso narrativo alla trasformazione che è in atto.
Per quanto riguarda la tecnica dell’illustrazione, tu usi molto i gessi?
Roberto Catani: Soprattutto. Soprattutto quelli colorati. Utilizzo quelli della Schmincke, che sono praticamente dei pigmenti di pastello. Sono gessi piccolissimi, tenerissimi, con dei colori, con delle tonalità e dei timbri fantastici. Si possono spalmare con le mani o con le dita. Stendo il colore e, malgrado questo gesto, la tonalità e il timbro del colore non perde, non perde la sua vivacità, la sua nitidezza
Ricorrente nelle tue opere l’immagine del ballo, della danza, dei corpi, delle figure che girano restituendo l’idea della sagra paesana, della balera, una cosa di paese, un po’ retro. C’è in La sagra ma anche in Per tutta la vita. Come mai questa fascinazione?
Roberto Catani: Perché effettivamente nella mia memoria la danza delle sagre paesane è fondamentale, perché sono cresciuto in un ambiente di quel tipo lì, nei paesini dell’entroterra marchigiano, dove le sagre sono sacre, anche quando non c’è nulla di sacro. E questo vortice di corpi che si muovono è molto affascinante, accompagnato da musiche, da ritmi folkloristici che comunque trascinano e portano il corpo a muoversi. Mi piace molto rappresentarla, anche perché nella realtà sono un ballerino disastroso e quindi cerco di disegnare il ballo non potendolo praticare.
In La funambula c’è questa immagine che è bellissima di equilibrio, di vertigini, che torna più volte nel film. È davvero magnetica, come l’hai immaginata?
Roberto Catani: Quando ho realizzato quel film mi sono guardato intorno, ho ascoltato tantissimo, come ascoltavo da sempre, le figure femminili che hanno accompagnato la mia vita. L’idea che me ne sono fatto è che la vita delle donne è una vita fondamentalmente in equilibrio, una vita che sta sempre in un equilibrio precarissimo tra la caduta e lo stare, rimanere in piedi ma con grandi difficoltà, perché è continuamente attaccata da tutte le parti, soprattutto dalla parte maschile.
L’idea di La testa tra le nuvole, quando a scuola divaghi, quando il tuo pensiero vola via, è un po’ l’idea stessa tuo cinema, questo svolazzare con la mente. Confermi?
Roberto Catani: La testa tra le nuvole racconta proprio un’esperienza mia biografica, reale, che mi ha condannato a un piccolo trauma infantile. Quando ho cominciato la scuola in prima elementare, non seguivo le lezioni. Per molto tempo io non ho capito nulla di quello che diceva la maestra, perché la mia testa volava altrove. A me bastava un dettaglio per farmi immaginare che quella piccola forma che stavo guardando appartenesse a chissà cosa e ci costruivo dietro una storia per immagine. Quel film racconta questo problema, perché poi la maestra me la fece pagare. Causando un trauma che è durato per anni.
In questo corto c’è quel momento dell’insegnante che usa il gesso, che stride sulla lavagna, per scrivere le prime tre lettere dell’alfabeto, sembra una rappresentazione di pedanteria delle istituzioni. È così?
Roberto Catani: Sì, rappresenta questo, l’introduzione ad un sistema culturale. Ho preso l’alfabeto perché è la cosa più chiara a livello nazionale, perché tutti siamo partiti da lì. L’introduzione a un mondo, quello adulto, perché prima, nell’incapacità, nella non conoscenza della lingua, delle lettere, quindi della lettura o del calcolo, c’è una libertà mentale preumana quasi, che poi viene incanalata invece dentro, necessariamente, degli schemi. E quindi quell’alfabeto era uno schema, era l’introduzione di uno schema mentale e culturale.
In La sagra c’è questo dettaglio ricorrente, di questo treno, raffigurato molto piccolo. Come l’hai immaginato?
Roberto Catani: La sagra è un film che ho realizzato pensando alla mia infanzia in un paesino delle Marche dove ho trascorso i miei primissimi anni di vita, insieme ai miei nonni materni. Il discorso del treno che tornava sempre è perché in questi paesini era fortissima l’emigrazione. Tra gli emigrati c’era la sorella di mia mamma, che viveva in Francia. Mia nonna e mio nonno mi raccontavano del loro viaggio in Francia, a nord della Francia, in treno. Un viaggio lunghissimo per andare a trovare questa figlia che era scappata all’estero per trovare lavoro e per seguire anche il marito. C’era questa presenza del viaggio, ma allo stesso tempo la presenza di un’entità paesana molto forte, ho cercato di rendere questa dualità.
In La funambola invece c’è un aereo, che pure rappresenti ancora piccolo. Come mai?
Roberto Catani: Perché in realtà era un elemento marginale. Quando ho inserito quell’aereo mi sono ricordato delle estati trascorse sulle spiagge adriatiche, al mare. Passavano questi minuscoli aeree che lanciavano dei volantini pubblicitari. Nel film i volantini che lanciano non sono pubblicitari, sono lettere di un amore forse che non c’è più o che è finito. Quindi era molto banale il riferimento formale.
Come mai arrivi al Pinocchio a questo punto? C’è una connessione con La testa tra le nuvole per l’idea della ribellione alle istituzioni?
Roberto Catani: Il burattino e la balena è un’esasperazione di quello che ho iniziato con La testa tra le nuvole. Se quello era più autobiografico, questo va oltre, va su una visione più collettiva, sociale. Mi sono gasato e mi sono preso questa assurda libertà. Volevo raccontare la storia di un bambino che si rifiuta di diventare umano come gli altri bambini, però c’era l’inghippo che il bambino era già umano di per sé. L’idea del Pinocchio, che non è stata neanche mia, tra l’altro, ma della mia cara amica Regina Pessoa, che in un fraintendimento, in un discorso, ha tirato fuori Pinocchio, e mi ha illuminato. Il Pinocchio era perfetto perché non era un essere umano, ma era comunque un soggetto che tende a diventare umano, vuole diventare umano, fa un percorso per diventarlo, incarnandosi dentro gli schemi culturali nostri umani. Ed era fondamentalmente anche un disobbediente, non politico, forse anche un po’ politico, nella fiaba collodiana. Ma a me è tornato molto comodo per essere un disobbediente politico, perché a un certo punto arriva a capire che questa umanità non è l’umanità in cui lui vuole crescere, in cui vuole riconoscersi e decide di rimanere un burattino di legno.



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