Urchin
di Harris Dickinson
L’attore britannico Harris Dickinson esordisce alla regia con Urchin, racconto di un ragazzo consapevolmente allo sbando, inadatto forse al vivere collettivo ma incompreso da una società sempre più formattata, canonica, priva di spiragli. In Un certain regard al Festival di Cannes 2025.
Senza tetto né legge
A Londra, Mike vive per strada, passando da lavoretti saltuari a piccoli furti, fino al giorno in cui viene imprigionato. Dopo essere stato rilasciato dal carcere, con l’aiuto dei servizi sociali, cerca di riprendere in mano la sua vita combattendo i suoi vecchi demoni. [sinossi]
All’interno del verismo a metà tra Loach e Brocka che è la principale cartina di tornasole di Urchin c’è un passaggio che rischia forse di apparire inessenziale, quasi fosse più che altro un elemento di disturbo. Mike è stato arrestato dopo aver pestato e derubato di un orologio un uomo che cercava solo di aiutarlo ad acquistare del cibo, ed è nelle docce della prigione. L’acqua insaponata scende dal suo corpo e va a confluire verso lo scarico, in un’immagine che in modo quasi paradossale – vista la distanza tra i due film – riporta alla mente, come un riflesso condizionato cinefilo, il celeberrimo movimento di macchina che accompagna la morte di Marion Crane in Psyco. Ma la camera in questo caso si spinge oltre il naturale, scende con l’acqua nel tubo di scarico fino a terminare il suo viaggio in uno spazio altro, nel mezzo della natura incontaminata, là dove non esiste più la società, non esiste l’urbanizzazione, non c’è differenza tra City e vita suburbana, non esiste carcere alcuno. Uno spazio etereo e quasi già post-mortem, che nel film riappare di quando in quando, come a suggerire l’ineluttabilità del finire, del non essere più ingranaggio di un sistema che non funziona, e non ha alcuna intenzione di funzionare. Possiede una propria sotterranea potenza l’esordio alla regia di Harris Dickinson, attore che a pochi mesi dai ventinove anni giunge a Cannes, sulla Croisette, per presentare la sua creatura nel concorso di Un certain regard, competizione che vede in corsa per il palmarès altri due titoli diretti da interpreti alla prima avventura dietro la macchina da presa, vale a dire The Chronology of Water di Kristen Stewart ed Eleanor the Great di Scarlett Johansson. In un’epoca in cui è sempre più arduo per le produzioni rintracciare il denaro necessario per far iniziare la lavorazione di un film non è complicato comprendere perché con grande facilità si lasci la camera in mano ad attori e attrici: i nomi riconosciuti garantiscono coproduttori, sponsor, banche disposte a concedere un prestito gestibile, e via discorrendo.
Sarebbe però un peccato ridurre la prima incursione in veste di “autore” di Dickinson, qui anche responsabile della sceneggiatura, a una mera questione di vantaggio, perché colui che a Cannes ha ottenuto una Palma d’Oro come protagonista di Triangle of Sadness di Ruben Östlund le idee le ha molto chiare, e tutt’altro che banali. Nel raccontare la storia sic et simpliciter di Urchin si corre il serio rischio di risultare prevedibili: Mike, incline al bere e al farsi, vive da anni per strada, arrabattandosi di quando in quando con qualche lavoretto (ad esempio nel campo della nettezza urbana) e vivendo di espedienti. Dorme dove capita, intabarrato in un sacco a pelo, e il giorno vaga per un Londra iper-dinamica, che lo sfiora senza prestargli la minima attenzione. Non che a lui interessi granché, perché quando gli capita l’occasione di imbattersi in un essere umano gentile, che prima gli compra da bere e poi si rende disponibile ad accompagnarlo a prendere un panino in un chiosco, Mike lo aggredisce colpendolo ripetutamente al volto, gli strappa dal polso l’orologio e corre a venderlo al primo bugigattolo che trova, guadagnano appena quaranta sterline. Il gesto violento è stato però ripreso dalle camere di sorveglianza e quindi Mike si trova in prigione; quando esce l’assistente sociale gli trova un albergo temporaneo e anche un lavoro come aiuto chef nel ristorante di un albergo a tre stelle.
Per quanto la lezione sottoproletaria di Ken Loach non sia passata invano, ed è facilmente rintracciabile nel testo visivo ordito da Dickinson, colpisce come il regista empatizzi con forza con il suo protagonista senza però in alcun modo “giustificarlo” oltre il dovuto. Certo, la burocrazia del welfare è tratteggiata con sardonico umorismo disilluso, ma il centro del discorso è tutto in questo giovane uomo irrequieto, irredimibile, che si scontra non potendo far altro che perdere con il muro di una società al contrario solida, suddivisa senza che nessuno abbia a che dire in compartimenti stagni. Chi, come Mike, si muove agilmente tra quei compartimenti è destinato prima o poi a finire nello scarico, a terminare là dove terminano le deiezioni, fuori dalla vista dei benpensanti. La scrittura del personaggio di Mike, così stratificata e contraddittoria – eccellente l’interpretazione di Frank Dillane, su cui Dickinson costruisce di fatto il film – è elemento di forza che si unisce a una regia livida, riottosa come Loach e priva di tabù morali come Brocka (Dickinson ha più volte dichiarato di essere un fan del grande cineasta filippino), ma che sa come cogliere l’umano, comprendendolo in tutta la sua splendida fallacia. E quindi, nonostante tutto, riscattandolo.
Info
Urchin sul sito del Festival di Cannes.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Urchin
- Paese/Anno: GB | 2025
- Regia: Harris Dickinson
- Sceneggiatura: Harris Dickinson
- Fotografia: Josée Deshaies
- Montaggio: Rafael Torres Calderon
- Interpreti: Amr Waked, Frank Dillane, Harris Dickinson, Karyna Khymchuk, Megan Northam, Shonag Marie
- Colonna sonora: Alan Myson
- Produzione: BBC Films, British Film Institute (BFI), Somesuch, Tricky Knot
- Durata: 99'



Cannes 2025 – Minuto per minuto
Cannes 2025
Festival di Cannes 2025 – Presentazione
Triangle of Sadness