Triangle of Sadness

Triangle of Sadness

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Triangle of Sadness è il nuovo film di Ruben Östlund, quello attraverso il quale il regista svedese dichiara apertamente il suo punto di vista politico sul mondo, e in qualche misura anche sul cinema. Un’opera divertente e dissacrante, che mette in scena una delle sequenze più “estreme” viste in concorso a Cannes negli ultimi anni (lo yacht in balia della tempesta), e ricorda come sia diritto e forse dovere dell’arte non solo “prendere parte”, ma osare fino alle estreme conseguenze.

Balenciaga o H&M?

Carl è un modello e Yaya, la ragazza con cui ha una relazione, una modella/influencer: la loro storia non è ancora ben definita negli intenti sentimentali, ma di certo entrambi possono avvantaggiarsene per la loro carriera. Così un giorno i due vengono invitati a partecipare a una crociera di lusso, completamente spesata a suon di selfie, e si troveranno in mezzo a veri multimilionari. Ma il Capitano è un tizio strano e una tempesta è in arrivo…

Ruben Östlund è uno che attraverso il cinema vuole parlare della società in cui vive, uno che non si tira indietro di fronte allo scherno e alla valutazione morale. Ruben Östlund è un regista che mostra chiaramente quali sono le sue influenze (il finale di Forza maggiore cita scopertamente Buñuel; in Triangle of Sadness, il suo nuovo film, è impossibile non pensare a Marco Ferreri e ai Monty Python), uno che spinge l’acceleratore sulle sue predilezioni per il grottesco e il surreale utilizzati per esprimere idee forti e una visione del mondo netta. Divisiva, direbbe forse qualcuno: Östlund è interessato infatti a un cinema marcatamente politico, se per politico si intende il voler dialogare con la realtà e porre dubbi sullo stato delle cose, smascherandone ipocrisie o ridicolizzandone l’ideologico allure. Il regista svedese, recente Palma d’Oro nel 2017 per The Square, ha insomma qualcosa da dire e ama anche dirlo con squillante sarcasmo. Ben venga e grazie al cielo. Precoce Palma quella per The Square, film interessante sul mondo dell’arte e la sua cattiva coscienza ma più sfilacciato e meno impattante (e divertente) di questo Triangle of Sadness in Concorso a Cannes 2022, che per quasi due ore inanella una serie di idee e gag strepitose, declinando qualitativamente un po’ nell’ultima parte, ma regalando comunque un finale gustoso. Si ride tantissimo in questo lavoro brillante e pieno di inventiva che prende sonoramente per i fondelli i super ricchi e gli aspiranti tali, il mondo del lusso e dei selfie, della moda e degli scrocconi chiamati influencer, sponsor viventi di commerci vari, senza alcuna dignità o talento ma pieni di “idee positive” e wishful thinking. E che vogliono evitare il “triangolo della tristezza” di cui parla il titolo, ossia un leggero inestetismo che può venire in mezzo alla fronte producendo una ruga che un modello non può certo permettersi. È quanto apprendiamo nel prologo, una scena di casting in cui Carl (Harris Dickinson) sfila di fronte ai responsabili di una campagna pubblicitaria che notano in lui un’increspatura nella pelle liscia. Nulla di irrimediabile: basta un po’ di botox e passa la paura. Basta che la tristezza non ci segni: nessuno dei personaggi vuole avere rughe e crucci; nessuno nel mondo vuole vedere l’effetto di una preoccupazione, magari di un pensiero, sul volto di qualcun altro.

Triangle of Sadness è diviso in 3 parti precedute da un prologo che, come detto, è una scena in cui tanti modelli si contendono il privilegio di diventare volto di una pubblicità e, in qualche istante, sembra di precipitare in Zoolander. A chiusura della scena c’è un tormentone importante per il senso del film: un giornalista di moda scherza con i super belli dicendo che esiste una faccia per H&M e una per Balenciaga (la prima è sorridente, la seconda oscura e misteriosa; la prima affabile perché si mette alla pari con i poveracci e la seconda è cool perché guarda gli stessi poveracci dall’alto al basso). Quale faccia vogliono essere? Quale vogliamo essere, in realtà, tutti noi? Dopo i titoli di testa scatenati e punk, la prima parte intitolata “Carl e Yaya” ci mostra il rapporto tra un modello e una modella/influencer attraverso una sequenza tutta incentrata sul pagamento di un conto in un ristorante di lusso dove i due hanno mangiato. Poche scene con brillanti dialoghi che raccontano una serata di coppia che ruota, tutta, attorno al denaro e ai ruoli sociali: alla fine del primo atto abbiamo dunque conosciuto i due protagonisti del film, Carl e Yaya (Charlbi Dean) appunto. Che nel secondo quadro – il più esplosivo e il più lungo – vanno a farsi una bella crociera per super ricchi, non tanto perché possano pagarsela ma perché è spesata dal tour operator grazie ai loro selfie e alle foto ai piatti che mangiano. Nella nave, dove tutto il personale è istruito per esaudire fino all’ultimo desiderio dei clienti, veleggiano solo persone di ricchezza inimmaginabile, accumulata con affari di grande utilità sociale quali la fabbricazione di armi e di mine antiuomo (“Fu un momento terribile quando l’Onu le mise fuorilegge” dice l’anziano imprenditore inglese che poi si è concentrato di più sulle granate) o russi diventati ricchi grazie al monopolio di fertilizzanti chimici per tutto l’Est Europa (“Che cosa fa lei?” “Produco merda, sono il re della merda”, dirà il magnate dei fertilizzanti), un affare fatto nel momento giusto ossia all’inizio degli anni Novanta quando finalmente il capitalismo ha trionfato. In mezzo a questo parterre di milionari senza ritegno, capaci di mettere in difficoltà chi lavora nella nave per i loro capricci infantili, aleggia un fantasma, quello di un Capitano (un sornione, fantastico, Woody Harrelson) che rinvia di continuo la cena di rito in cui incontrerà gli ospiti. Asserragliato nella sua cabina dove ascolta L’Internazionale, uscirà nell’unica serata in cui è data una forte tempesta e la cena di rito si potrà trasformare in un maremoto sociale raccontato da una lunghissima sequenza, tra le più divertenti avvistate sullo schermo da parecchio tempo. Östlund non ci farà mancare niente su questo Titanic simbolico che verrà devastato, in questa catastrofe impreziosita da vomitate a schizzo e cessi che esplodono, inanellando “numeri” di slapstick e buñueliane ostinazioni a restare seduti per la cena in una rivisitazione marxista di Hollywood Party in mezzo a una “grande abbuffata”. La sequenza è memorabile nella sua tenuta comica e grandemente liberatoria: la tempesta perfetta sommerge di liquami fetidi i “graditi ospiti” che il Capitano, con ogni evidenza, non ama. Culmine di questa corsa scatenata a perdifiato verso l’inabissamento, il confronto tra Harrelson, americano marxista, e il produttore di fertilizzanti, russo turbocapitalista, che finiscono per declamare dai microfoni nella cabina di comando tempestando di citazioni socialiste o liberali gli ormai poco eleganti passeggeri. Un campo/controcampo tra Lenin, Reagan, Marx, e gente con diamanti che ondeggia e cade in una nave alla deriva. Fino al termine del secondo atto il film è ineccepibile, dotato di un altissimo il livello di scrittura comica, di una regia attenta al dettaglio (geniale che sulla nave ci siano solo quadri che dipingono mare in tempesta) e spassosissimo. L’ultimo atto, “L’isola”, mostra il naufragio di alcuni passeggeri tra cui Carl, Yaya e il magnate russo: in quest’ultima parte, che sottolinea tratti della natura umana ineliminabili e ribalta alcuni ruoli (una donna che nella nave era la “Toilette manager” diventa la leader del gruppo di superstiti, essendo l’unica a saper pescare a fare un fuoco per cuocere il cibo), Östlund tira un po’ la corda diventando ridonante e perdendo mordente. Peccato perché, appunto, per circa due ore (delle due e mezza di durata) il messaggio non solo era forte e chiaro ma anche orchestrato in maniera eccellente e ritmato a passo furibondo. Il finalissimo, che qui non si svelerà, rimanda però in qualche modo alla domanda iniziale del giornalista: Balenciaga o H&M? Chi siamo e cosa vogliamo in un mondo in cui non si può assolutamente uscire da questa scelta, in cui non esiste una vera alternativa? Un mondo in cui sono rimaste solo una minoranza sullo yacht e una maggioranza destinata a servirli ma spesso desiderosa di essere esattamente come loro? Di vestire Balenciaga permettendosi invece H&M?

Triangle of Sadness non nasconde il pensiero del regista: se la soluzione non è certo dietro l’angolo, il mondo così com’è è putrido e fa schifo, arrivato a un livello di ingiustizia parossistico e osceno. Siamo tutti uguali solo al cesso o nelle scritte politically correct di una sfilata di moda che vuole (oltre al danno la beffa) farsi portatrice persino di falso progresso tramite inutili pensieri positivi. In verità siamo tutti in guerra per il denaro, la posizione sociale, per assicurarci qualcosa della torta (interessante il fatto che anche l’equipaggio che servirà i ricconi, ossia i subordinati, si motivi urlando “Money! Money! Money!” al pensiero delle laute mance). Nessuno è davvero fuori dal gioco perché l’isola deserta non esiste e la società non è rifondabile, ma il gioco è indecente e primitivo. Il film, in tre quadri chiari e distinti, affronta di petto il primo e maggiore problema del mondo contemporaneo: la disuguaglianza e la sfacciataggine di una minoranza sempre più esigua e sempre più ricca. Ma pure la tolleranza che abbiamo nei confronti di una società belluina in cui i pochi ballano sui corpi della maggior parte dell’umanità. Se restando a tempi recenti può venire in mente Parasite (che però per tono e messa in scena non c’entra davvero nulla), è più al passato glorioso del cinema politico grottesco che bisogna guardare per entrare in sintonia con Triangle of Sadness, un cinema che anche l’Italia realizzava (molti tratti d’osservazione minuta e cattiva erano tipici della nostra commedia) e che, piaccia o meno, ha davvero qualcosa da dire. Da urlare. Se il grido risulterà sgradevole per il voluto eccesso con cui è espresso poco importa. È un bene che esistano registi che non temono di esagerare e annegare in una comicità persino scatologica per mandare forte e chiara una dichiarazione politica. Un mondo diverso è forse impossibile. Ma quello in cui viviamo è ridicolo e rivoltante.

Info
Triangle of Sadness sul sito di Cannes.

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