Dalloway

Dalloway

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Presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2025, tra i film di mezzanotte, Dalloway di Yann Gozlan mette sul piatto una serie di suggestioni sci-fi assai prossime alla nostra quotidianità: più che uno scenario futuro, sembra un mix tra oggi e domani. Un mondo che in parte già conosciamo e che in parte arriverà presto. Una fantascienza che però non decolla mai, fin troppo prevedibile, vista e rivista, solo parzialmente risollevata dai valori produttivi e dal cast di richiamo.

Quid pro quod, io ti dico delle cose tu mi dici delle cose

Clarissa, una scrittrice priva di ispirazione, si unisce a una prestigiosa residenza artistica, all’avanguardia dal punto di vista tecnologico. In Dalloway, la sua assistente virtuale, trova sostegno e persino una confidente che la aiuta a scrivere. Ma gradualmente Clarissa inizia a sentirsi a disagio per il comportamento sempre più invadente della sua AI, sentimento rafforzato dalle teorie complottiste di un altro residente. Sentendosi spiata, Clarissa avvia segretamente un’indagine per scoprire le vere intenzioni dei suoi ospiti. Minaccia reale o delirio paranoico? [sinossi]

Fantascienza di dopodomani, sfacciatamente mescolata alla pandemia, per uno scenario che abbraccia un sistema asfissiante a trecentosessanta gradi. Al di là dei quotidiani controlli sanitari, dello spiegamento militare, dei droni e dei cani-robot, il centro gravitazionale di Dalloway di Yann Gozlan è l’intelligenza artificiale e il furto programmatico e soprattutto sistematico della nostra creatività – in questo caso, la creatività degli artisti: scrittori, musicisti, pittori e via discorrendo. Insomma, fantascienza che sta facendo i conti con la nostra quotidianità (Casa/Meta), intrecciando alle nuove tecnologie un convergente dramma personale, ma senza aggiungere nulla di realmente interessante. Più in generale, ci si può rammaricare di una fantascienza che sembra non avere la forza produttiva per osare di più, che non è più in grado di guardare oltre i nostri confini, la nostra dimensione, ma questa è un’altra storia – quanto mancano le astronavi, lo Spazio, i pianeti lontani, le civiltà aliene.

Il complottismo e anche il timore del complottismo, entrambi accompagnati e alimentati dalla giungla di internet e dall’AI, stanno via via (ri)penetrando tra le pieghe dell’immaginario cinematografico – pensiamo, ad esempio qui a Cannes, ai film di Ari Aster e Raoul Peck ma anche al nuovo e fiammante Mission: Impossible. Nel caso di Dalloway, nipotino illegittimo della fantascienza distopica e socio-politica degli anni Settanta e cuginetto del cyberpunk anni Ottanta\Novanta, ci sembrano però mancare due elementi fondamentali: da un lato, la caratura politica che aveva appunto segnato la produzione anglofona (e non solo) post Kubrick\Schaffner, quella capacità di creare mondi\scenari articolati; dall’altra, la creatività futuribile dei discepoli di Gibson e Sterling. Sostenuto da un buon cast, a partire dalla performance di Cécile de France, Dalloway non riesce però a prendere le distanze da uno dei tanti prodotti televisivi sci-fi: siamo dalle parti di un episodio godibile ma senza particolari sussulti di Black Mirror, nulla più.

Giocato sul filo della possibile paranoia, che si rispecchia più in generale nello scenario pandemico (qui soprattutto utile a giustificare le analisi della residenza per artisti di Casa), il film di Gozlan si accontenta di un intreccio basilare, un po’ come l’architettura e l’apparato tecnologico della residenza. Non si percepisce mai, se non suggerito dal personaggio alquanto stereotipato di Lars Mikkelsen e poi dal delirio della protagonista, una vera e propria tensione strutturale, l’affanno claustrofobico di una pellicola che dovrebbe mettere in scena la sistematica sostituzione degli artisti e il passaggio della creatività dall’uomo all’AI. Non ci si allontana dalla routine di certo cinema di genere, dotato di budget ma con meno idee del necessario, aprendo involontariamente a un paradosso: nell’era della ripetizione e del ricalco, dei sequel\prequel\ecc, oramai a un passo dal dilagare incontrollato dell’AI, forse proprio l’intelligenza artificiale avrebbe trovato qualche soluzione in più.

Info
La scheda di Dalloway sul sito di Cannes.

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