La mattina scrivo
di Valérie Donzelli
Il film di Donzelli fa leva, con innegabile spirito d’attualità, sul tema del lavoro precario cui si auto-destina il protagonista per inseguire i suoi sogni di gloria artistici e della spietata competizione tra pesci piccoli nel contesto di una logica capitalista avanzata, favorita dalla mobilità degli strumenti digitali. Un discorso che A pied d’oeuvre (La mattina scrivo) dispiega con un eccesso di programmaticità mentre più interessante, a livello teorico, è la dialettica tra scrittura e immagine che innerva il film dall’inizio alla fine trovando in extremis un punto d’incontro e di sintesi. In concorso a Venezia 2025.
L’arte e il mestiere
Paul è un fotografo freelance ben remunerato che, all’età di quarantadue anni, decide di cambiare mestiere e reinventarsi scrittore. Tuttavia il successo tarda ad arrivare e, pur di non tornare sui suoi passi, Paul si rivolge alla gig economy facendo diversi lavoretti sottopagati per mantenersi, nonostante le perplessità di amici e familiari… [sinossi]
Accade sovente che, nell’ambito di una programmazione festivaliera, i film si parlino fra loro ed emergano naturalmente punti di contatto tematici che fanno eco a uno spirito del tempo che il cinema si prende in carico di testimoniare. Così nello stesso giorno della 82esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica sono passate l’una di seguito all’altra nelle proiezioni per la stampa due opere, A pied d’oeuvre (La mattina scrivo) di Valerie Donzelli e No Other Choice di Park Chan-wook, che prendono di petto le storture della gig economy, sia che si parli del modello lavorativo basato sul lavoro a chiamata, occasionale, sia che si faccia riferimento a un processo produttivo spersonalizzato, dove il singolo può essere brutalmente e senza preavviso messo alla porta.
Alla vecchia lotta di classe, dai tratti verticistici ed espressione della frizione tra padroni e subordinati, si sostituisce qui un combattimento intestino strutturato orizzontalmente che vede i lavoratori spinti alla competizione e alla sopraffazione reciproca per il mantenimento della propria posizione. Nell’esagitato film di Park lo scontro assume le cadenze di un balletto mortuario che sfocia nell’esercitazione grafica e fisica della violenza. In quello di Donzelli, in una chiave che ci appare più contemporanea, viene invece maggiormente enfatizzato il carattere asettico, indifferente, con cui questa lotta si dispiega, poiché sostituisce l’azione dei corpi con il suo simulacro virtuale.
La mattina scrivo è tratto da un omonimo libro di Franck Courtès che Donzelli ha adattato in sceneggiatura con la collaborazione di Gilles Marchand, alla cui scrittura si deve un altro penetrante ritratto dei conflitti che agitano il mondo del lavoro quale fu Risorse umane, diretto da Laurent Cantet nel 1999. L’opera di Courtès, rinominato Paul Marquet nel film e incarnato da Bastien Bouillon, è autobiografica e racconta le conseguenze della subitanea scelta dell’autore di abbandonare la remunerativa attività di fotografo freelance per dedicarsi anima e corpo alla scrittura. Giunto alla terza opera narrativa, però, il successo non gli arride e l’editrice (interpretata da Virginie Ledoyen, che è sempre un piacere ritrovare sullo schermo) lo mette di fronte a una sorta di aut-aut per cui a fronte di una possibile rescissione del contratto si ritiene necessario a questo punto un libro di successo. L’uomo ha un’ex-moglie (la stessa Donzelli) e due figli in procinto di trasferirsi a Montrèal e, non potendosi più permettere l’affitto della casa parigina in cui abitavano, si trasferisce in un modesto studio sotto il livello della strada: inoltre, poiché i proventi dei diritti d’autore sono minimi, per sostentarsi decide di aderire a una app (la fittizia Jobbing) tramite cui accedere ai lavoretti più disparati in un contesto che vede vincere chi accetta al ribasso. Ciò crea una competizione spietata tra gli iscritti, costretti ad aspirare a compensi indegni pur di lavorare, in un sistema di assegnazioni pilotato anche dalla bontà o meno delle recensioni dei committenti. E Paul si rivela, con qualche difficoltà iniziale, un vero tuttofare: dallo smontare un soppalco al rinvaso delle piante, arriva a coprire una vasta gamma di incarichi per sopravvivere.
Questo il cotè sociale di La mattina scrivo, non dissimile da quell’afflato operaista tipico del cinema di Ken Loach qui traslato in una parabola leggermente più ambigua dal momento che Paul si ritrova in una condizione di indigenza confinante con la povertà senza essere tuttavia un vero povero. Tanto che alcune possibili domande drammaturgiche restano inevase: non gli basterebbe riprendere l’attività di fotografo, quantomeno part-time, per raggiungere la quadratura dei conti? E la casa editrice non è in grado di commissionargli un impiego extra presso la struttura? Quella di Paul è dunque una scelta caparbia, ma una scelta che sbilancia almeno in parte lo script di Donzelli e Marchand nelle paludi del film a tesi, in cui lo spartito narrativo resta saldamente ancorato al proprio principio generatore da cui discende un plot pragmatico impossibilitato a ramificarsi.
Il film è così costretto a ripetere il medesimo schema, fatto di ripetuti ostacoli da frapporre sul cammino del protagonista fino al raggiungimento dell’agognata catarsi, affidata a un’intima scena di ricongiungimento familiare con quel figlio che fino a quel momento si era sempre rifiutato di capire le ragioni del padre. Più interessante ci è sembrato lo stretto rapporto dialettico, che innerva tutto A pied d’oeuvre, tra immagine e scrittura. Quest’ultima è la ragione di vita di Paul, ciò per cui è disposto a sacrificare tutto; eppure il suo peso specifico all’interno del racconto appare ridotto. Nulla sappiamo davvero, se non per radi cenni, del contenuto dei suoi romanzi e la stessa messa in scena dell’atto di scrivere nel film è minima, sono anzi le sue fotografie che ci vengono ripetutamente mostrate nel corso del primo atto.
In verità Paul si configura in massima parte come homo videns: una delle soluzioni stilistiche più riuscite di La mattina scrivo è rappresentata dal continuo contrappunto nel tessuto del film di brevi inserti, dalla grana visiva simile a quella di un Super 8, che rappresentano delle soggettive a posteriori del protagonista, delle fotografie questa volta in movimento di attimi rubati alla realtà. Si tratta in genere del ricordo di incontri appena avvenuti con le persone per cui deve svolgere un qualche lavoro, incentrati su particolari cui il suo occhio tende a soffermarsi (Paul riserva una particolare attenzione alle scarpe delle persone, come il Moretti di Bianca) sebbene queste immagini non si configurino come dei banali flashback ma proprio come il prodotto di una macchina fotografica mentale che registra particolari della quotidianità atti a finire su carta. Paul insomma non smette mai davvero di fotografare e quando, al termine della sua personale via crucis, scopriamo che il romanzo portato a termine non è altri che il film che abbiamo appena visto, scrittura e immagini ci appaiono finalmente ricongiunte dopo aver corso in parallelo, in riuscito processo di elaborazione e sintesi dei due elementi costitutivi del narrare umano.
Info
La scheda di La mattina scrivo sul sito della Biennale.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: À pied d’œuvre
- Paese/Anno: Francia | 2025
- Regia: Valérie Donzelli
- Sceneggiatura: Gilles Marchand, Valérie Donzelli
- Fotografia: Irina Lubtchansky
- Montaggio: Pauline Gaillard
- Interpreti: Adrien Barazzone, André Marcon, Bastien Bouillon, Marie Rivière, Mario Lécrivain, Valérie Donzelli, Virginie Ledoyen
- Colonna sonora: Jean-Michel Bernard
- Produzione: Pitchipoï Productions
- Distribuzione: Teodora Film
- Durata: 92'
- Data di uscita: 05/03/2026



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