Il coraggio di Blanche
di Valérie Donzelli
Valérie Donzelli torna alla regia con L’amour et les forêts (in Italia Il coraggio di Blanche), sceneggiato insieme alla collega Audrey Diwan e tratto da un romanzo di Éric Reinhardt. Il discorso sul rapporto “tossico” è interessante, ma la via scelta nella narrazione è forse troppo semplice e lineare, non lasciando così spazio a una vera esplorazione dei personaggi. Sulla Croisette nella sezione non competitiva Cannes Première.
Una donna allo specchio
Blanche, una donna un po’ fragile appena “mollata” dal compagno, una sera rincontra un antico conoscente, Grégoire, che la seduce senza girarci attorno. I due si mettono assieme, Blanche rimane incinta dopo pochi mesi, la coppia si sposa, va a vivere lontana dalla propria famiglia a causa del trasferimento lavorativo di lui e arriva subito un secondo bambino: tutto pare perfetto. Ma non lo è. [sinossi]
Tratto dall’omonimo e premiato romanzo dello scrittore francese Éric Reinhardt, pubblicato da Gallimard nel 2014, L’amour et les forêts (in Italia si è optato per Il coraggio di Blanche) è la storia di un inferno famigliare che si presenta sotto le mentite spoglie del grande incontro con il principe azzurro. Presentato nel Fuori Concorso di Cannes Première, il nuovo film di Valérie Donzelli – scritto dalla regista assieme al Leone d’Oro Audrey Diwan – risulta un racconto piuttosto convenzionale allontanando l’autrice sempre più dalle profondità inquiete e dolorosissime di quel La guerra è dichiarata (2011) che sembrava promettere più di quanto Donzelli finora non abbia mantenuto. Anche qui, come nel film che l’ha lanciata, c’è un colpo di fulmine a una festa, quello tra l’insegnante di francese Blanche (Virginie Efira) e il banchiere di buon livello Grégoire (Melvil Poupaud), due conoscenti che non si vedevano da anni e che non hanno molto in comune ma tra cui scatta la scintilla destinata a diventare fuoco. Blanche è una donna non più giovanissima e in un momento di fragilità, essendo stata lasciata da poco dal proprio uomo: in questa debolezza, che però pare ricorrente nella sua esistenza e costituirne un tratto caratteriale, si insinua facilmente Grégoire, che la adora incondizionatamente configurandosi fin da subito agli occhi di Blanche come “l’ultima occasione” per trovare un compagno e un relazione duratura. Dopo un paio di mesi di passione, lei resta infatti subito incinta: la coppia si sposa, ma l’uomo viene trasferito non lontano da Nancy, nell’Est della Francia. Blanche lascia con dispiacere la famiglia d’origine cui è molto legata, composta dalla sorella gemella Rose (interpretata ugualmente da Efira), dal carattere estroverso e totalmente differente dal suo, e dalla madre (la “romheriana” Marie Rivière, ma il film non ricorda il regista de Il raggio verde in alcun modo), che restano nella città sul mare, in Normandia, dove la donna è cresciuta e ha i propri affetti. Ma un futuro radioso con Grégoire la attende, si fa forza Blanche, così come la aspetta finalmente una vita davvero adulta, fatta da una propria famiglia e dunque inevitabilmente strutturata sul grande evento della maternità. Se questo viene mostrato nella prima sequenza, nell’incipit vero e proprio abbiamo però visto Blanche, sconvolta, parlare con un’altra donna – non è ancora chiaro se sia un’assistente sociale o un’avvocata – cui sta raccontando la fine del suo matrimonio: che le cose siano andate male e siano naufragate è dunque chiaro fin dall’inizio. Il film, perciò, si propone come un’analisi del perché e del come la favola si sia trasformata in un incubo.
“Non aveva mai dato dei segnali?” chiede la persona con cui Blanche sta conversando. E sì, a riprensarci, un flashback mostra il primo momento in cui si palesa la grave slealtà di Grégoire nei confronti della moglie: per caso, quando già i due vivono da un po’ nella loro bella casa open space (con poche porte e nessuna chiave: i due si amano, non hanno niente da nascondersi), Blanche scopre che Grégoire non è stato affatto trasferito dalla Normandia alla cittadina circondata da foreste in cui ora abitano, ma che è l’uomo ad aver chiesto di poter essere spostato. Perché? L’isolamento della “vittima designata”, che si vuole possedere esclusivamente, è uno dei sintomi da manuale della personalità narcisistica che sradica, distacca, l’oggetto della propria attenzione perversa da chiunque possa condividere qualcosa con lei: Blanche è stata dunque manipolata fin da principio dal marito, sgradito a Rose a cui Grégoire non piace per niente, e portata perciò lontano dove sarà sola con lui, che può averla totalmente sotto il proprio controllo, e con i suoi figli. La sera in cui affiora l’ignobile bugia, Blanche dimostra nuovamente grande insicurezza: perdonando infine il marito, i due fanno l’amore e lei resta ancora incinta. Le premesse di Il coraggio di Blanche ci sono, a questo punto, tutte e allo spettatore non resta che attendere l’evolversi della faccenda, lo scoppio vero e proprio della sopraffazione più feroce. Nel farlo il film presenta una certa debolezza facendo una scelta narrativa spaesante: dopo questo flashback significativo, Donzelli riprende il racconto dopo circa 6 anni, il periodo in cui le cose prendono una brutta piega. Se, ovviamente, è del tutto credibile nella realtà che una donna comprenda appieno l’abisso psicopatologico di un uomo (o viceversa) anche dopo molto tempo, dunque non si mette in discussione la possibilità nella vita che questo accada, il cinema è materia differente e quel che “può capitare” va strutturato in modo interessante e significativo. Questa ellissi di anni di cui ignoriamo tutto (Blanche è stata felice? Era già infelice? Si sentiva già soffocare dalle importune pressioni del marito? Che rapporto avevano con i figli?) rende Il coraggio di Blanche un precipitare a slavina degli eventi in cui l’uomo a un certo punto “impazzisce” e la donna prende coscienza della situazione. È vero, il film ci ha già suggerito che Grégoire era stato un abile architetto dell’isolamento di Blanche, ma di più non conosciamo e quando la vita dei due inizia ad andare a rotoli c’è un senso di vuoto filmico, una specie di vacuum narrativo che viene riempito mostrando il progressivo, costante e crescente, sviluppo della violenza. È intrigante invece il fatto che a lungo non capiremo con chi sta parlando Blanche, così come è interessante che una sua avventura extraconiugale non costituisca l’alternativa reale al marito, ma la persistenza di un desiderio. È questa sognante malia, conseguenza del contatto con un altro uomo, l’unico tratto che problematizza di più anche la personalità di Blanche, di certo vittima di un narcisista psicotico, ma la cui manipolazione deve avere “attecchito” in qualche luogo oscuro della donna. Il bisogno di essere amati, la necessità di essere riconosciuti dal maschile come se, non essendolo, non si valesse molto, è la vera ferita di Blanche e che appartiene a lei sola. Ferita che, appunto, la donna riempie comunque dall’inizio alla fine del film con squarci mnemonici dell’unico momento d’amore degli ultimi anni, quello con un altro maschio: il bisogno di definire il proprio valore tramite l’altro è l’irrisolto di Blanche, tanto diversa da Rose che decide chi amare mentre la protagonista viene sempre scelta dai partner che poi lei ricambia, come se fosse loro grata per averla resa reale.
Il film è molto lineare e semplice, ponendosi più come racconto di “denuncia” sul fenomeno degli abusi famigliari e come ritratto di una relazione tossica gestita da un narcisista patologico, ma non riuscendo a essere espressivamente forte e potente. Qualche cenno di suspense hitchockiana o un momento cantato “à la Resnais” non riescono a portare Il coraggio di Blanche molto oltre alla cronaca di un fattaccio e senza quella tensione emotiva che era riuscito a creare, per esempio, L’affido (2017) di Xavier Legrand, che però era incentrato proprio sull’efferatezza di cui era capace un uomo. Il film di Donzelli non è focalizzato su questo ma, paradossalmente, neanche troppo sulle psicologie che deduciamo un po’ meccanicamente. Le cose in amore (ma solo sulla scena) non sembrano andare a gonfie vele per la bella Virginie Efira che anche ne I figli degli altri (2022) di Rebecca Zlotowski e Un amour impossible (2018) di Catherine Corsini non se la passava benissimo così come qualche problema privato era ben presente ne La doppia vita di Madeleine Collins (2022) di Antoine Barraud. Anche qui, insomma, il personaggio di Efira non fa un bell’affare con il “suo” Grégoire: meglio essere Benedetta. Donzelli-Diwan non hanno infine realizzato una sceneggiatura indimenticabile, per quanto onesta e protesa a raggiungere il “messaggio”.
Info
Il coraggio di Blanche sul sito del Festival di Cannes.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: L'Amour et les Forêts
- Paese/Anno: Francia | 2023
- Regia: Valérie Donzelli
- Sceneggiatura: Audrey Diwan, Valérie Donzelli
- Fotografia: Laurent Tangy
- Montaggio: Pauline Gaillard
- Interpreti: Bertrand Belin, Dominique Reymond, Guang Huo, Laurence Côte, Marie Rivière, Melvil Poupaud, Romane Bohringer, Virginie Efira, Virginie Ledoyen
- Colonna sonora: Gabriel Yared
- Produzione: France 2 Cinéma, Les Films de Françoise, Rectangle Productions
- Distribuzione: Movies Inspired
- Durata: 105'
- Data di uscita: 02/05/2024




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