Bobò

Bobò è uno dei lavori più luminosi e vulnerabili di Pippo Delbono: un film che non costruisce un ritratto, ma custodisce una presenza. Attraverso materiali d’archivio, frammenti di viaggio, tracce quotidiane e immagini che sembrano sottratte al tempo, Delbono compone una meditazione sulla fragilità come forma di resistenza, sulla possibilità che l’arte diventi uno spazio di liberazione per chi, per decenni, è stato privato dello sguardo altrui. La forza del film sta nell’umiltà con cui accoglie ciò che non può comprendere fino in fondo: Bobò non viene interpretato né spiegato, ma accompagnato nella sua irripetibile enigmaticità. Delbono filma senza imporre, e Avitabile scolpisce nel suono una vibrazione che amplifica ciò che l’immagine non può dire. Il risultato è un cinema che non consola e non giudica, ma chiede allo spettatore una disponibilità rara: quella di lasciarsi trasformare da un incontro. Bobò non parla della fragilità: la abita, la vive, la difende. E proprio per questo diventa un atto politico, poetico, necessario.

La fragile eternità di un incontro

Per quasi metà della sua vita Bobò è stato rinchiuso nel manicomio giudiziario di Aversa: un luogo che lo ha privato della parola, dell’autonomia e persino della possibilità di essere riconosciuto come individuo. Quando Pippo Delbono lo incontra, ne coglie la presenza irriducibile, enigmatica, e decide di portarlo con sé, facendolo diventare compagno di viaggio e presenza fondante dei suoi spettacoli. Il documentario ripercorre oltre vent’anni di vita condivisa: le tournée internazionali, i momenti d’intimità e di silenzio, il linguaggio segreto che nasce tra due persone così diverse eppure legate da una fiducia radicale. Attraverso immagini d’archivio, video privati e materiali nati quasi per caso, Delbono costruisce il racconto di un’amicizia che diventa scelta etica, gesto artistico, forma di resistenza. Con la musica di Enzo Avitabile a cucire insieme ricordi e ferite, Bobò diventa la testimonianza di un incontro che ha cambiato la vita di entrambi: una storia d’amore non sentimentale ma vitale, che restituisce dignità, visibilità e senso a un’esistenza rimasta troppo a lungo nell’ombra. [sinossi]

Un uomo che ha fatto del teatro un grido e un altro che, per quasi tutta la vita, non ha avuto diritto alla parola: tra questi due poli si tende il filo sottilissimo da cui nasce Bobò, il film in cui Pippo Delbono prova a restituire forma visibile a un legame che ha attraversato decenni di palcoscenici, viaggi, ospedali, manicomi, camerini, stanze d’albergo. Non un semplice ritratto, non un omaggio postumo, e neppure una biografia nel senso tradizionale: piuttosto il tentativo di fissare in immagini la storia di un incontro che ha cambiato per sempre la vita di entrambi, trasformando un uomo espulso dal mondo in presenza necessaria, compagno di strada, specchio, maestro silenzioso, e obbligando il regista-attore a ripensare da capo il senso stesso del proprio fare arte. Presentato fuori concorso al 78° Locarno Film Festival e, in questi giorni, al 43° Torino Film Festival, dove si è aggiudicato tre premi collaterali, Bobò arriva sugli schermi con addosso il segno discreto di un riconoscimento condiviso: quello della critica, dei festival e di un pubblico che ha saputo accoglierne la radicale delicatezza. Quando Delbono entra nel manicomio giudiziario di Aversa e si trova davanti Bobò, non scopre un personaggio da inserire in una futura messinscena, ma un uomo che è stato privato del linguaggio, dell’autonomia, persino della possibilità di essere guardato come persona. Gli rimane il corpo, un corpo minuto, segnato, che ha imparato a comunicare attraverso minimi accenni, gesti appena percettibili, scorci di sorriso e improvvisi irrigidimenti. In quegli anni, Bobò ha settant’anni ed è vissuto in istituto per quarantacinque; non legge, non parla, non scrive. Ma Delbono vede altro: vede un’intelligenza che non somiglia a nessuna, un ritmo interiore che nessun linguaggio ordinario potrebbe contenere, una capacità di presenza che resiste alla cancellazione. E decide di portarlo via. Non per pietà, non per provocazione: per amore. E perché l’arte, quando è vera, non ignora mai chi vive ai margini della scena; al contrario, tende a restituirgli un posto che nessuno gli aveva concesso, a farne il centro silenzioso di un nuovo ordine del visibile.

Il film attraversa vent’anni di vita condivisa: la tournée internazionale dei lavori teatrali, la quotidianità del viaggio, i momenti di silenzio assoluto e quelli di complicità quasi infantile, come se Delbono e Bobò avessero inventato un codice privato, fatto di sguardi, di attese, di minuscoli rituali che nessun altro può decifrare fino in fondo. Le immagini d’archivio – girate con telefoni, videocamere improvvisate, strumenti di fortuna – non cercano mai la spettacolarità né la composizione perfetta: sono frammenti di una memoria che non ha bisogno di ordine, perché è il disordine a restituire la verità dei corpi, i loro avvicinamenti, le esitazioni, la durata del gesto d’amore che si rinnova giorno dopo giorno. Delbono monta questo materiale come si compone una preghiera o una partitura interiore: ripetizioni, pause, aperture improvvise, ritorni inattesi. Non c’è retorica, ma un’umiltà ostinata, una prossimità che non si traveste da solidarietà caritatevole, perché ciò che tiene insieme questi due uomini non è la bontà – parola pericolosa, troppo spesso vana – bensì una forma di devozione reciproca.

In questo movimento sotterraneo ha un ruolo decisivo la musica di Enzo Avitabile, che attraversa il documentario come una voce ulteriore, terza, capace di legare il grido di Delbono e il silenzio di Bobò in un’unica vibrazione. I suoi temi, sospesi tra sacro e popolare, tra respiro partenopeo e invocazione universale, non commentano mai le immagini, ma le accompagnano di sbieco, le sfiorano, le contraddicono talvolta con una dolcezza dolorosa: l’irruzione dei fiati, la densità delle corde, il pulsare quasi liturgico di certe progressioni trasformano il film in un canto, in una litania laica in cui ogni nota sembra farsi preghiera ostinata contro l’oblio. È come se Avitabile prestasse alla relazione tra Pippo e Bobò un timbro sonoro che ne custodisce l’energia e la fragilità, prolungando nel dominio dell’ascolto ciò che le immagini lasciano soltanto intuire. Nella scelta di non spiegare mai troppo – né psicologizzare, né mitizzare – risiede una parte importante della forza del film. Bobò rimane indecifrabile, e Delbono non tenta mai di scioglierne il mistero. Non lo traduce in categorie, non lo normalizza, non gli attribuisce intenzioni che non verrebbero dal suo corpo. Lo filma, piuttosto, nella sua presenza assoluta: un volto che ascolta, mani che cercano, un passo lento che diventa misura del tempo. In questo senso Bobò è un film radicalmente politico, proprio perché sottrae un uomo fragile al discorso istituzionale, al linguaggio clinico, all’oggettivazione pietosa, e lo riconsegna alla comunità degli spettatori come soggetto di relazione, di bellezza, di resistenza – qualcuno con cui entrare in dialogo, non qualcosa “su cui” formulare diagnosi. Le tracce di Basaglia attraversano il film come un’ombra buona, mai esplicitata, mai dichiarata: Delbono non fa didattica, non fa storia delle istituzioni psichiatriche, non costruisce un pamphlet di denuncia. Fa qualcosa di più raro: mostra l’effetto di una liberazione che non è stata collettiva ma individuale, fragile, quotidiana. Il manicomio resta la ferita che non guarisce, il luogo in cui la società ha deciso di confinare ciò che non capiva, ciò che non sapeva nominare. La fuga di Bobò non è una rivoluzione generica, ma una sottrazione precisa: togliere un corpo da un luogo che non lo riconosceva, restituirlo al mondo, farlo esistere nello spazio dell’arte come presenza viva, non più oggetto di custodia ma sorgente di senso. C’è poi il teatro, che in Delbono non è mai rappresentazione ma vita amplificata, esposta, portata fino al limite della sopportazione emotiva. Bobò diventa parte integrante del suo linguaggio scenico: non un attore nel senso usuale, non un simbolo da maneggiare con cautela, ma un baricentro emotivo intorno a cui il coro dei corpi e delle voci si organizza. Nei suoi spettacoli, Bobò non interpreta nulla: è. E il pubblico, di fronte a quella presenza che non si lascia ridurre, è costretto – dolcemente, radicalmente – a rivedere il proprio sguardo, a confrontarsi con ciò che non sa nominare, a tollerare la propria difficoltà nel restare davanti alla fragilità senza voltarsi. In questo senso Bobò è anche un film sull’arte intesa come spazio in cui il linguaggio non basta, in cui l’estetica si apre alla vulnerabilità. Un luogo in cui il corpo imperfetto non è un limite, ma la condizione per accedere a un’altra forma di percezione.

Nell’ultima parte del film, quando la malattia e la vecchiaia di Bobò diventano più evidenti, Delbono non cerca mai il pathos facile. Registra, accompagna, si ritira un poco. È allora che comprendiamo che questo film non è un tributo postumo costruito per riempire un vuoto, ma un gesto di sopravvivenza: Delbono filma per non perdere, per continuare a custodire qualcosa che non ha un sostituto possibile. E mentre lo fa, ci invita silenziosamente a domandarci che cosa voglia dire amare qualcuno che non può dirci l’amore nelle modalità consuete: attraverso la parola, il racconto, la spiegazione. L’amore diventa gesto, presenza, fedeltà ostinata, capacità di restare accanto anche quando non si sa come parlare. Quando le immagini scorrono verso la fine, si ha la sensazione che Bobò non sia davvero un film “su” qualcuno, ma l’emanazione di un legame: una forma di memoria condivisa, un canto di gratitudine, un atto di restituzione. Non c’è nostalgia, non c’è elegia consolatoria. C’è la forza di ciò che è stato e continua a essere, perché continua a lavorare dentro il corpo e la voce di chi resta. E Delbono resta, come resta il suo tremore, la sua gioia improvvisa, la sua malinconia che non cerca mai scorciatoie. Bobò è un’opera piccola solo in apparenza: in realtà tocca il punto più delicato del nostro presente, quello in cui l’arte incontra la fragilità e non si ritrae. È un film che non chiede di essere “capito”, ma accolto: come si accoglie un respiro diverso dal proprio, con la pazienza di chi si lascia cambiare un po’ dal modo in cui l’altro abita il mondo. Guardandolo, si comprende che alcune vite non hanno bisogno di essere spiegate: basta non distogliere lo sguardo. Quando il racconto si conclude, ci accorgiamo che il passo lento di Bobò continua a camminare accanto a noi, sorretto dalla voce di Delbono e dalla musica di Avitabile, e che quello sguardo innocente e potentissimo ha spostato, anche solo di poco, il nostro modo di vedere il mondo.

Info
Bobò, un trailer.

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