Sword Master 3D
di Derek Yee
Con Sword Master 3D, Derek Yee punta ad omaggiare un genere (il wuxia) e un film (Death Duel, che lo vide, come attore, al suo primo ruolo importante): ma il risultato, complice la brutta estetica digitale, è fallimentare. Alla Festa del Cinema di Roma 2016.
Cattivi maestri
Assassino su commissione, ultimo discendente di un glorioso clan dedito alle arti marziali, Yan viene incaricato di uccidere il Terzo Fratello, l’unico guerriero che potrebbe tenergli testa. Quando si reca presso la sua residenza per sfidarlo, tuttavia, Yan apprende della morte dell’uomo. L’aver perso un così valente avversario è motivo di sconforto per il guerriero, che decide di ritirarsi dal mondo marziale… [sinossi]
Protagonista, in veste di attore, di molto cinema marziale hongkonghese degli anni ‘70 e ‘80, tra i più significativi interpreti dei film dello Studio Shaw, Derek Yee ha scelto con Dream Master 3D di rendere omaggio proprio a quella scena cinematografica. Cinema, quello citato dal film di Yee, che sarà fondativo per tutto ciò che la ex colonia inglese mostrerà nel trentennio successivo, tanto per la New Wave di Tsui Hark, Patrick Tam e John Woo, quanto, seppur più indirettamente, per i successivi film (pre e post-handover) di Johnnie To. Qui, Yee sceglie di omaggiare non soltanto un filone cinematografico nella sua interezza, ma anche, più in particolare, il film che nel 1977 lanciò la sua carriera: siamo infatti di fronte a un remake del classico Death Duel di Chor Yuen (a sua volta ispirato a un romanzo di Gu Long) che vedeva il futuro regista al suo primo ruolo importante. Ad ispirare l’operazione, non a caso, il deus ex machina del cinema cantonese di ieri e di oggi, Tsui Hark, qui nelle vesti di produttore (ma siamo di fronte, com’è ormai la norma per opere dal budget medio-alto, a una co-produzione con la Cina mainland, recitata in mandarino) e co-sceneggiatore. Un’operazione che si inserisce nel solco di una più generale rivisitazione, portata avanti negli ultimi anni, di un cinema che gli spettatori della ex colonia non hanno mai dimenticato (si ricordi la recente, analoga operazione di Flying Swords of Dragon Gate, diretta proprio da Tsui).
Purtroppo, gli anni intercorsi dai classici di King Hu, Chang Cheh e dello stesso Chor Yuen, la concezione per molti versi radicalmente opposta di cinema (e di messa in scena) che muove l’industria dell’intrattenimento cantonese (e non solo) di questi anni, finiscono per apparire in tutto il loro peso in questa nuova prova registica di Yee. Fin dalla prima sequenza, si resta interdetti di fronte all’uso di scenografie digitali di mediocre fattura, che (lungi dal contribuire a trasportare lo spettatore in una dimensione altra, o dall’aumentare il potere affabulatorio del racconto) menomano fin dall’inizio qualsiasi possibile senso di fisicità. Si levarono molte critiche, circa un decennio fa, verso gli “astratti” ed intellettuali wuxiapian di Zhang Yimou, considerati un tradimento dell’immediatezza e dell’impatto fisico tipici del genere: qui, ci si muove in una direzione apparentemente opposta, nel segno del recupero filologico dei topoi narrativi e delle atmosfere di quel cinema, ma il risultato resta fallimentare. Laddove si cerca di replicare soltanto i luoghi comuni del genere, l’aspetto più superficiale della sua estetica (insieme a un suo carattere genericamente “popolare”) si fallisce grossolanamente il bersaglio. Il quasi onnipresente green screen uccide qualsiasi senso di meraviglia (e di credibilità) dell’azione, mentre i voli in digitale non si pongono neanche il problema di simulare la fisicità del vecchio wire work.
In Sword Master 3D, la sensazione che resta (al di là di un uso puramente circense della stereoscopia, abbondante in oggetti digitali scagliati contro la platea) è quella di un racconto lineare (legato alle più classiche coordinate del genere) che viene inutilmente e artificiosamente complicato, di una goffa gestione della suspense (esempio palese ne è la rivelazione dell’identità del Terzo Fratello), di un immaginario plastificato e innocuo che ormai, degli anni d’oro, mantiene solo l’eco di un’eco. L’epica marziale del soggetto originale, unita alla riflessione (qui solo accennata) sulle rigide divisioni di classe, e sull’onnipresente potere del denaro, vengono ridotte a semplici pretesti, elementi mal inseriti in un racconto che da subito denuncia la sua pochezza. Non si è neanche, qui, di fronte all’umorismo popolare e sboccato (e assolutamente consapevole) della Hong Kong degli anni ‘80, con la commedia che finiva per invadere e contaminare ogni genere: il film di Yee si prende molto (fin troppo) sul serio, provocando non richiesti sorrisi laddove cerca invece (male) di costruire epica. Se le coreografie marziali vengono rese innocue dall’immersione nel brutto coté digitale del film, i quantitativi di violenza (elemento fondamentale nel cinema che si vorrebbe omaggiare) restano del tutto irrilevanti, compatibili con un blockbuster che non vuole escludere un pubblico di famiglie.
Dispiace, e molto, il graduale appannamento del Derek Yee regista, che aveva dato al cinema di Hong Kong di circa un decennio fa (senza risalire troppo indietro nel tempo) alcuni dei suoi titoli più interessanti: si ricordino, a questo proposito, il bel melò di Lost in Time, e soprattutto il folgorante noir One Nite in Mongkok. Dispiace, soprattutto, che Tsui Hark (il quale invece, come regista, mantiene la nostra incondizionata devozione) continui a indugiare spesso in operazioni produttive con questi contorni. Ma dal Tsui regista, (ri)plasmatore instancabile di mondi cinematografici, è lecito attendersi, per fortuna (come i suoi ultimi, notevoli titoli testimoniano) un pronto riscatto.
Info
Il sito della Festa del Cinema di Roma.
- Genere: arti marziali, wuxia
- Titolo originale: San shao ye de jian
- Paese/Anno: Cina, Hong Kong | 2016
- Regia: Derek Yee
- Sceneggiatura: Derek Yee, Tin Nam Chun, Tsui Hark
- Interpreti: Jiang Mengjie, Jiang Yiyan, Lin Gengxin, Peter Ho
- Produzione: Bona Film Group, Film Unlimited Production Company
- Durata: 104'



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