The Edge of Daybreak

The Edge of Daybreak

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The Edge of Daybreak segna l’esordio alla regia per il quarantaseienne thailandese Taiki Sakpisit; un viaggio onirico e destabilizzato nel sogno/incubo della mente umana che è anche metafora di una nazione in sgretolamento. Inguainato in uno splendido bianco e nero, il film di Sakpisit ha vinto il Premio FIPRESCI a gennaio a Rotterdam e ora arriva fuori concorso al Torino Film Festival.

Confessioni di una mente sgretolata

Bangkok, 2006. Alla vigilia di un colpo di stato, una donna di nome Ploy viene messa al sicuro in una casa per condividere un ultimo pasto con il marito, il politico Parl, prossimo all’esilio. Trent’anni prima, Ploy era finita in coma dopo aver rischiato di affogare; suo padre, soldato, è scomparso da tre anni, mentre la madre sta guarendo da un esaurimento nervoso. Con suo marito e il cognato, Ploy rivive i traumi della sua giovinezza. [sinossi]

Nebbie, immagini bianche, fantasmi che sono esseri umani che sono a loro volta fantasmi della memoria, del passato, di un oblio quasi sperato per superare il trauma, il dolore senza fine, lo strazio di un popolo e dunque di un’intera nazione. Taiki Sakpisit esordisce alla regia a quarantacinque anni, e lo fa con The Edge of Daybreak, un’opera sinuosa e inafferrabile, che emerge dall’acqua come il corpo annegato eppur vivo di Ploy. Ploy che è figlia e moglie, ragazza e donna adulta, ma che in nessuna delle sue fasi di vita riesce a trovare un equilibrio. Com’è possibile trovarlo infatti in un Paese come la Thailandia, attraversato da tumulti continui di cui in occidente non arriva che una pallida eco? Già presentato lo scorso gennaio al Festival di Rotterdam, dove tra l’altro ottenne il riconoscimento del premio FIPRESCI – e dove Sakpisit aveva già portato nel 2019 The Mental Traveller all’interno del concorso dedicato ai cortometraggi – The Edge of Daybreak è un’opera prima elegante, trattenuta in un bianco e nero raffinato e ricco di contrasti, di zone d’ombra, di chiaroscuri. Un ripensamento dell’espressionismo ma anche la ricerca di rifuggire dalla mera constatazione del reale, dei suoi cromatismi che inevitabilmente racchiudono al proprio interno il tempo in cui il film viene prodotto. Perché Sakpisit ambisce davvero ad andare oltre le barriere del tempo per raccontare una storia universale e quasi ciclica, dove la follia che alberga nei protagonisti è in qualche modo il riflesso condizionato di una nazione sgretolata, instabile, scossa da turbamenti e lacerazioni profonde. Ferite forse insanabili, di certo infette e purulente. Così l’eleganza formale diventa un tentativo di resistenza alla barbarie, l’ultimo disperato appiglio per rifuggire dal risucchio di una quotidianità folle, violenta, che non arretra di fronte a nulla.

Chi ricorda in Italia e in Europa il colpo di Stato militare che nel 2006 diede vita a quella contrapposizione, tanto nello scenario politico quanto in piazza, che due anni dopo sfociò negli scontri tra le cosiddette “camicie gialle” e “camicie rosse”? E prima ancora, chi serba memoria dei tumultuosi anni Settanta thailandesi, tra le proteste di piazza studentesche, il chòm phón Thanom Kittikachorn, e il massacro dell’Università Thammasat, quando nell’ottobre del 1976 fu fatta strage degli studenti e venne indetto un colpo di Stato filo-monarchico e in funzione anticomunista? Certo, affrontare The Edge of Daybreak essendo all’oscuro della storia recente e contemporanea di quello che un tempo era conosciuto come Regno del Siam, può comportare la perdita di alcuni riferimenti, lo smarrimento di fronte a determinati dettagli: un rischio che si corre anche sovente con il cinema di Apichatpong Weerasethakul, cui con fin troppa evidente riverenza guarda Sakpisit. Ma tutto ciò passa in secondo piano di fronte alla potenza visionaria di un regista che si mette scopertamente in gioco, aprendo il fianco della propria memoria personale e del proprio vissuto agli spettatori. Così la cronaca familiare e quella storica si fondono, come i ricordi perduti o forse inesatti, come la memoria sempre più fallace, indebolita, fiaccata dalla sofferenza di ogni giorno. I traumi psicologici, le violenze che vengono narrata nel film sono il controcampo di ciò che è accaduto a un’intera nazione, del vissuto collettivo di un popolo che è stato massacrato in continuazione, e nel silenzio generale.

La regia di Sakpisit è rarefatta, minimale, attenta in modo particolare alla costruzione dell’inquadratura, quasi che l’immagine fosse l’unica ancora di salvezza di fronte al rutilante incedere della realtà. Un film che come una seduta terapeutica risponde a una repressione di Stato attraverso l’immaginario, slavando ogni colore e cercando di trovare una luce che possa squarciare l’ombra, come le lanterne e le torce che illuminano la notte più nera, quando ogni atrocità viene commessa senza che nessuno ne venga a conoscenza. Quel che ne viene fuori è un’opera profondamente atmosferica, dentro la quale progressivamente ci si trova a scivolare, a sprofondare, procedendo dunque in uno stato sottilmente ipnotico. Il tempo sovrapposto e dunque impossibile da svolgere, quasi cristallizzato e immortalato, è il sintomo di una paralisi politica prima ancora che privata, dalla quale non si emerge mai davvero. Esiste la luce del giorno? Esiste la verità al di fuori dell’incubo in cui si continua in loop a vivere? Queste le domande che Sakpisit solleva, ponendole a se stesso prima ancora che al pubblico. Sangue, notte, ombre. Non c’è scampo in The Edge of Daybreak, anche se è ancora possibile risvegliarsi, sempre sperando di non essere ancora ripiombati in un sogno spaventoso.

Info
The Edge of Daybreak sul sito del TFF.

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