Il gusto delle cose
di Trần Anh Hùng
A sessant’anni Trần Anh Hùng, vietnamita di nascita ma francese per formazione e vita adulta, firma con Il gusto delle cose una storia d’amore che ruota attorno alla cucina gourmet, all’elaborazione e ricreazione di piatti, e dunque alla ricerca eterna di una scintilla di vita. In concorso al Festival di Cannes.
Donna cuciniera pigghiala pe’ mogliera
Francia, 1885. Eugénie, cuoca eccezionale, lavora da 20 anni per il famoso gastronomo Dodin Bouffant. Col tempo, dal rapporto professionale e la reciproca ammirazione nasce un sentimento. Tuttavia, Eugénie è insicura se legarsi a Dodin, così quest’ultimo decide di fare qualcosa che non aveva mai fatto prima: cucinare per lei. [sinossi]
Affidandosi al dizionario si possono trovare tre declinazione del lemma “passione”: «Sofferenza fisica o spirituale», «Momento o motivo della vita affettiva caratterizzato da uno stato di violenta e persistente emozione», «Vivace inclinazione, per lo più lodevole o comunque non riprovevole». Ne La Passion de Dodin Bouffant (tradotto dapprima fedelmente come La passione di Dodin Bouffant, per poi scegliere Il gusto delle cose per l’arrivo in sala) il protagonista attraversa tutti gli utilizzi possibili e immaginabili del termine: per il suo ritorno alla regia a sette anni di distanza da Éternité infatti Trần Anh Hùng costruisce il racconto di una persistente emozione affettiva – quella tra Dodin e Eugénie –, che si lega a una vivace inclinazione per la cucina e che non può non avere relazioni anche con la sofferenza fisica e spirituale, dettata tanto dall’amore tra l’uomo e la donna quanto da quello tra i due e l’idea di inventare un piatto o ridefinirlo, ricostruirlo in base a un nuovo ingrediente, a una nuova tipologia di cottura, a un diverso approccio. Ispirandosi al romanzo eponimo del 1924 dell’autore svizzero Marcel Rouff, il regista vietnamita di nascita ma francese per formazione e vita adulta (tredicenne fuggì da Mỹ Tho, dov’era nato nel 1962, per rifugiarsi in Europa con i genitori: tornerà ad Hanoi e dintorni solo nel 1992, per i sopralluoghi de Il profumo della papaya verde, l’opera prima che otterrà la Caméra d’or a Cannes nel 1993) guarda anche alla figura del gastronomo francese Jean Anthelme Brillat-Savarin, autore di quel La fisiologia del gusto che nel 1825 diede praticamente i natali alla cucina borghese, quel coacervo di salse, intingoli e lavorazioni che saranno la base portante della cucina francese dapprima pre-rivoluzionaria e poi moderna e contemporanea. Difficile poi non pensare, forse con un fondo di innocua malignità, che Trần Anh Hùng abbia compreso il ruolo dominante svolto sul piccolo schermo oggigiorno dai programmi culinari, a partire ovviamente dal celeberrimo Masterchef. Dopotutto alcuni dei termini utilizzati ne Il gusto delle cose probabilmente solo una decina di anni fa sarebbero rimasti oscuri alla maggior parte degli spettatori.
Il film inizia con una lunga e articolata sequenza assolutamente liberatoria di cucina che si trasforma in una sorta di danza, di coreografia in cui il cibo, le vettovaglie, i piani di cottura – alimentati dalla brace, ovviamente, visto che nel 1885 l’elettricità è ancora solo una sperimentazione, pur presente nel film in riferimento a una nuova possibilità di coltura per l’orto e in particolar modo per l’insalata –, i mestoli sono parte integrante e anzi fondamentale della visione. Dodin sta assistendo, e in una certa misura veicolando, i movimenti in cucina di Eugénie, l’eccezionale cuoca con cui lavora da oltre venti anni e di cui si è progressivamente innamorato, senza che questo sentimento sia sfociato in una relazione ufficiale, per quanto i due intrattengano la notte rapporti sessuali (“sai benissimo che la porta della mia camera è sempre aperta, tranne quando la chiudo” è un po’ il pensiero di Eugénie, che è infatti restia ad accettare le insistenti proposte di fidanzamento e matrimonio dell’uomo, prediligendo al contrario la libertà individuale). Ad aiutare le molteplici e complicate azioni coordinate per portare a termine una cena costruita attorno a un menù golosissimo ma anche molto articolato, c’è anche la giovane Violette, che per di più vorrebbe che Dodin ed Eugénie prendessero come assistente la sua nipotina tredicenne, la curiosa e assai predisposta alle sfumature del palato Pauline. Questa faraonica cena, elaborata per una serata da trascorrere con i migliori amici di Dodin – il medico Rabaz e poi Grimaud, Magot, e Beaubois –, che si lamentano dell’assenza dalla tavola di Eugénie (costretta dalla dedizione al proprio lavoro in cucina), occupa da sola circa un terzo del film, e introduce lo spettatore in un’atmosfera quasi sognante, dove le preoccupazioni del mondo esterno sembrano del tutto estranee a una dimensione di vita dove l’unica cosa che conta è ciò che si può cucinare, perché in quel gesto si può nascondere il vero sentimento, l’amore puro, la dedizione assoluta verso l’oggetto del desiderio.
Ecco dunque che Il gusto delle cose narrativamente non fa altro che seguire ciò che accade in cucina, con una svolta necessaria, anzi indispensabile: quando una serie di piccoli malori e di perdite di forza costringerà per un giorno Eugénie a letto, sarà Dodin a cucinare per lei, con l’aiuto indispensabile di Violette – che vive con loro –, dimostrandole in maniera finalmente assoluta e incontrovertibile quanto profondo sia il suo sentimento per la donna. Nel suo libro Rouff partiva dalla fine di ogni cosa, dalla morte, per poi tornare indietro e raccontare come si fosse venuta a creare l’alchimia amorosa tra i due protagonisti: Trần Anh Hùng, che aveva già lavorato a un importante adattamento dalla letteratura traducendo nel 2010 in immagini Haruki Murakami in Norwegian Wood, compie la scelta opposta, preferendo concentrarsi sullo sviluppo dell’amore, e sulla passione per la cucina, le sue possibili evoluzioni, la sua filosofia. Quella filosofia che fa disprezzare a Dodin il menù troppo ricco e complicato pensato dal cuoco di un principe mediorientale proprio per Bouffant in persona; in risposta a quell’invito l’uomo vorrebbe cucinare per il principe un Pot-au-feu, il bollito contadino del nord della Francia, uno dei piatti più umili ma al contempo identificativi di una cultura, di un perché si sta al mondo, di un luogo. Tale cena, sempre che sia mai avvenuta, il regista la lascia fuori campo perché ciò che conta è il sentimento di Dodin, non il risultato singolo del suo cucinare o di quello di Eugénie.
Ama tutte le stagioni Dodin, contrariamente a Eugénie che se potesse vivrebbe solo in una lunga e interminabile estate nella Loira, e proprio la stagione del sole è quella in cui l’esterno trova una sua dimensione narrativa ne Il gusto delle cose, per il resto chiuso tra le quattro mura che sono alcova, luogo di lavoro e sperimentazione, e che cullano e proteggono l’amore dalla sua “stagionale” fragilità. Elegante e raffinato, il lavoro di Trần Anh Hùng sembra a tratti guardare dalle parti de Il pranzo di Babette e Big Night e poggia parte della sua base nell’ottima interpretazione di Juliette Binoche e Benoît Magimel, che furono coppia a cavallo del millennio e che tornano a lavorare insieme a ventiquattro anni di distanza da I figli del secolo di Diane Kurys, sul cui set si conobbero.
Info
Il gusto delle cose sul sito del Festival di Cannes.
- Genere: drammatico, storico
- Titolo originale: La Passion de Dodin Bouffant
- Paese/Anno: Belgio, Francia | 2023
- Regia: Trần Anh Hùng
- Sceneggiatura: Trần Anh Hùng
- Fotografia: Jonathan Ricquebourg
- Montaggio: Mario Battistel
- Interpreti: Benoît Magimel, Bonnie Chagneau-Ravoire, Emmanuel Salinger, Frédéric Fisbach, Galatéa Bellugi, Jan Hammenecker, Jean-Marc Roulot, Juliette Binoche, Patrick D'Assumçao, Sarah Adler, Yannik Landrein
- Produzione: Curiosa Films, France 2 Cinéma, Gaumont, Umedia
- Distribuzione: Lucky Red
- Durata: 134'
- Data di uscita: 09/05/2024




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