Perfumed with Mint

Perfumed with Mint

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Perfumed with Mint segna l’esordio alla regia del quarantenne cineasta egiziano Muhammed Hamdy; un viaggio criptico e allucinato tra casa stregate, presenze di spiriti che sono il passato e il presente di una nazione “infestata”. In concorso alla Settimana Internazionale della Critica di Venezia.

Piante e ombre

Bahaa, un medico dal cuore spezzato, e l’amico di vecchia data Mahdy cercano di sfuggire ai fantasmi del loro passato, entrando e uscendo da case infestate, braccati senza sosta da strane ombre. [sinossi]

Principia nel buio della notte Moattar binanaa, vale a dire Perfumed with Mint (questo il titolo scelto per la distribuzione internazionale), con cui esordisce alla regia a quarant’anni Muhammed Hamdy, cineasta egiziano che finora si era costruito una carriera come direttore della fotografia nel campo documentario, lavorando tra gli altri per Olmo e il gabbiano di Petra Costa e Lea Glob, We Are the Giant di Greg Barker, e soprattutto The Square – Dentro la rivoluzione di Jehane Noujaim, che narrando dei sommovimenti dati dalla cosiddetta Primavera Araba tentava di scavare nel cuore della dialettica egiziana, e arrivò a concorrere per l’Oscar. Hamdy, che The Square arrivò anche a co-produrlo, ha focalizzato l’attenzione sulle distonie di una nazione complessa, agitata da fantasmi del passato e del presente che preconizzano un futuro incerto, come dopotutto è oramai tragica prassi in quella zona del mondo. Questa tensione politica nel cercare di cogliere la stratificazione del discorso attinente all’Egitto e alla sua vita quotidiana è alla base anche di questo primo suo lavoro da cineasta, e non è ovviamente casuale che il film si apra proprio sulla notte, quello spazio della giornata che dominerà il racconto. Nel buio si intravvedono le sagome degli alberi, e le loro chiome; nel buio si può cogliere un’ombra fuggevole, uno spirito; nel buio, infine, sopravvive la memoria, in quel lacerto di tempo in cui il cervello è lasciato alla sua deriva onirica. Dell’Egitto come sogno/incubo d’altronde parla Perfumed with Mint, e se Hamdy preferisce immergere lo spettatore nel medesimo stato di spaesamento tra realtà e allucinazione è perché il tempo non è più percepibile come concreto, e quindi anche lo spazio deve essere ridefinito, ripreso in modalità non ovvie, e attraverso pratiche della narrazione mai preordinate.

Ricorrendo a tale approccio il regista cerca di intessere una trama allusiva e che con evidenza tracima al di là degli argini della metafora. Così Bahaa, il medico protagonista, si ritrova coinvolto dall’amico di sempre Mahdy in un viaggio nell’epicentro stesso dell’oscurità: Mahdy va a trovare Bahaa nel suo studio per via di un fenomeno incredibile di cui si ritrova vittima, dato che sul suo cuoio capelluto e sul corpo stanno crescendo dei germogli di menta. È dunque lui a essere “profumato alla menta”, come suggerisce il titolo, grazie a una fotosintesi aliena al vivere umano che viene interrotta – ma non combattuta – fumando ingenti dose di hashish. Basterebbero queste poche coordinate per rendersi conto di come Perfumed with Mint sia un’opera che si muove ben oltre una narrazione rapsodica, perfino poco interessante. Ci sono case stregate, infestate, spiritate, in cui i due uomini accedono alla percezione di un passato che trasmette angoscia e desolazione, come quelle scenografie scabre, spoglie. Un paesaggio umano e architettonico butterato e dimesso, in cui Hamdy lancia i suoi personaggi alla ricerca di un senso che non è però neanche più possibile immaginare. Quel che ne viene fuori è un lavoro indubbiamente non privo di fascino, anche grazie all’accurato lavoro fotografico – ovviamente opera dello stesso regista –, e che nella sua posa criptica sa come ridestare i turbamenti di uno sguardo cinefilo fattosi anno dopo anno sempre più quieto, mansueto, privo di slanci. Qui la sfida per tale sguardo si fa ardua, perché di appigli Hamdy ne fornisce davvero pochi; certo, si respira qualche sprazzo lynchiano e ancor più si ha a che fare con un’attesa à la Godot, che di nuovo spalanca le porte all’assurdo, ma per il resto si naviga sballottati tra i flutti di una notte infinita per la quale non è detto che sia previsto risveglio. Semmai desta qualche perplessità la scelta di messa in scena di Hamdy, che rarefa a sua volta anche ogni movimento di macchina, quasi a raggelare ancor di più il tempo e a far pesare l’ingombro dello spazio. In questo modo però si finisce per imbattersi in quadri cinematografici estatici, splendidi visivamente nel loro gioco chiaroscurale e nel rapporto quasi espressionista con il racconto; un artefatto lunare e di inenarrabile bellezza che però disperde il senso del caos primigenio, della perdita di punti di riferimento, dell’agitarsi inquieto degli spiriti del passato. Da immagini che parlano si passa ben presto a un sussurrio continuo, che non riesce a mantenere il medesimo spasimo del (non) vivere che si respira nella prima parte del film.

Info
La scheda di Perfumed with Mint sul sito della SIC.

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