Everytime

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La cineasta austriaca Sandra Wollner approda per la prima volta al Festival di Cannes presentando in Un certain regard Everytime, la sua opera terza che cementifica l’impressione di trovarsi a tu per tu con uno degli sguardi più interessanti dell’Europa contemporanea. Qui alle prese con un’elaborazione del lutto, Wollner si muove tra naturalismo e forti accenni misterici, come se il mondo degli umani e quello dei fantasmi si compenetrassero fatalmente.

My life in the bush of ghosts

Jessie è un’adolescente vivace. Il suo unico problema è che condivide la stanza con la sorellina. Ella, la loro madre, è sopraffatta dalla situazione ma attenta. Quando una delle tre scompare, tutta la famiglia è sconvolta e cerca un colpevole. Ella decide quindi di partire per un viaggio verso sud. Sotto il sole di Tenerife, passato e presente si intrecciano gradualmente. [sinossi]

C’è una sequenza maestosa, all’interno di Everytime, che più di ogni altra è in grado di esplicare anche allo spettatore neofita il senso della ricerca dell’umano attraverso l’immagine che Sandra Wollner sta portando avanti da un decennio. È quasi l’alba, a Berlino, e il sole inizia a farsi vedere timidamente dietro i palazzi: un ragazzo e una ragazza sono in piedi su un terrazzo senza parapetto, assonnati dopo una notte trascorsa in discoteca, l’ultima che passeranno insieme per qualche settimana perché nella giornata che sta principiando lei, Jessie, partirà con la madre e la sorellina verso Tenerife, luogo deputato alle vacanze estive fin da quando era piccolissima, e i suoi genitori non avevano ancora divorziato. Wollner osserva questi due adolescenti e poi muove la camera come se stesse allargando le ali, cercando nuove traiettorie dello sguardo, ponendosi su un diverso livello del punto di vista. In questa lunga sequenza, durante la quale accadrà l’elemento scatenante attorno al quale ruoterà l’intera vicenda, si percepisce con nettezza la potenza dello sguardo della quarantatreenne austriaca nativa di Loeben, nel cuore della Stiria. Il suo non è un approccio veristico, per quanto nel rapporto che instaura con gli attori, soprattutto i non professionisti – si veda qui il lavoro svolto con Carla Hüttermann, che interpreta Jessie, Lotte Shirin Keiling (la sua sorella minore Melli) e Tristán López, cui spetta il ruolo di Lux, il fidanzatino di Jessie –, si avverta forte un naturalismo privo di sovrastrutture, eppure riesce a scandagliare l’animo umano, i suoi turbamenti, l’impossibilità anche pratica di trovare un reale senso a ciò che gli capita attorno. Già dieci anni fa, all’epoca del suo primo lungometraggio portato a termine come saggio di diploma alla Filmakademie Baden-Wurttemberg – su questa saggia pratica germanica si dovrà prima o poi riflettere con serietà, visto che è grazie a ciò che sono venuti alla luce alcuni degli esordi più liberi del proscenio europeo, da Zerrumpelt herz di Timm Kröger ad Altri cannibali di Francesco Sossai –, dal titolo Das unmögliche Bild/The Impossible Picture, appariva evidente come la realtà per Wollner non fosse una questione da licenziare con semplicità. Un’impressione corroborata nel 2020 dalla visione alla Berlinale del suo primo film “industriale”, quel The Trouble with Being Born in cui si sfruttava il côté sci-fi per mettere in mostra un’infanzia desiderante ma bloccata, impossibilitata a esprimersi all’interno della società.

Jessie e Melli sono due fanciulle libere, grazie anche al modo in cui le ha cresciute Ella, la madre single con cui hanno un rapporto schietto, diretto, privo di infingimenti o di retoriche. Per questo il succitato elemento scatenante, che rompe in modo definitivo l’idillio costringendo tutti a fare i conti con l’assenza, il dolore, il senso di colpa, è ancora più straziante, dirompente, come un fiume in piena che tutto investe senza che sia possibile porre un argine. Come si sopravvive? In quale realtà ci si pone quando non c’è più fisicamente la presenza che occupava lo spazio attorno a noi? C’è un campo-controcampo impossibile e bellissimo, in Everytime, con madre e figlia che di mattina osservano i binari vuoti del tram verso un punto di fuga dello sguardo del tutto neutro, privo di elementi di interesse. Impossibile perché le due non sono lì nello stesso momento, ma in giorni diversi. Non si stanno realmente guardando, eppur si stanno vedendo. Questa sintassi della messa in scena è tipico del cinema di Sandra Wollner, e cementifica l’idea di trovarsi a tu per tu con uno degli sguardi più interessanti e peculiari del cinema europeo odierno. Nel seguire i suoi personaggi Wollner non ha mai timore di “perderli” nel paesaggio, come certifica l’ultima parte del film ambientata a Tenerife e nella quale deflagra in modo irrefrenabile l’immaginario misterico della regista. I piani temporali si confondono, si meticciano e compenetrano. L’oggi non esiste, al punto che il sole all’orizzonte può diventare un quadrato arancione senza inabissarsi nell’oceano. Esiste però la relazione, il sentimento, la pretesa (di nuovo) di sopravvivere a sé, al proprio tempo, allo spazio preordinato. Ella, Lux e Melli non sono in fuga dalla memoria dolorosa di Jessie – ma è straordinaria per intensità la sequenza in cui il ragazzo piange disperato tra le braccia della “suocera”, rannicchiato sul letto di Jessie – ma stanno cercando di ricollocarsi nello spazio-tempo, in una linea di longitudine e latitudine che preveda il sovvertimento dell’ordine costituito. Ciò che è morto può rinascere, o forse semplicemente è sempre stato lì, in un luogo della memoria che è però anche del quotidiano, dell’oggi; qualcuno può ancora provare a rispondere a un messaggio del cellulare anche se non esiste più in carne e ossa. Nel mondo fantasmagorico di Wollner questi elementi non servono per uscire dalla realtà ma per intesserla con maggior forza, per sottolineare la potenza devastante del desiderio, dall’amore, dell’affetto, dei sentimenti che sono il collante con il quale si affronta il mondo esterno, quei palazzi in cui forse non c’è più nessuno. “Dove sono andati tutti?” si chiedono dapprima a Berlino Jessie e quindi a Tenerife Melli. Perché si vive? Tra i film della selezione 2026 del Festival di Cannes non sono stati in molti a poter rivaleggiare per struggimento e capacità di mettere in scena il dolore più insondabile senza scadere nel patetismo come accade in Everytime, il titolo che con ogni probabilità segna la consacrazione definitiva di Sandra Wollner.

Info
Everytime sul sito del Festival di Cannes.

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