Passenger
di André Øvredal
Il norvegese André Øvredal torna alla regia con Passenger, confermandosi un solido creatore di atmosfere horror, non sempre in grado di svicolare dai cliché del genere ma perfettamente a suo agio nei territori del soprannaturale.
Vieni, c’è una strada nel bosco
Dopo aver assistito a un raccapricciante incidente sull’autostrada, una giovane coppia riparte convinta di essersi lasciata tutto alle spalle. Ma qualcosa è salito a bordo con loro. Una presenza demoniaca si annida nell’ombra, silenziosa e inesorabile.Non si fermerà finché non li avrà presi entrambi, trasformando il loro viaggio on the road in una discesa senza ritorno nell’incubo. [sinossi]
Fin dai tempi di Troll Hunter, bizzarro mockumentary che nel 2010 ruotava attorno alla mitologia norrena (sulla quale sarebbe poi tornato esattamente dieci anni dopo anche Mortal), il norvegese André Øvredal si è distinto come una figura “non allineata” all’interno degli schemi della produzione orrorifica contemporanea. Trapianto quasi da subito oltreoceano il suo cinema ha continuato a muoversi in una direzione per lo più laterale rispetto alla marea montante, come testimoniato in modo evidente tanto da Autopsy quanto da Demeter – Il risveglio di Dracula, ma anche nel grazioso e un po’ ingenuo Scary Stories to Tell in the Dark, che il regista ricevette in dono direttamente dalle mani di Guillermo del Toro. Non c’è dunque da sorprendersi se Passenger, sua settima regia di un lungometraggio – nessuno pare più serbare memoria dell’esordio Future Murder, che Øvredal diresse a quattro mani con Norman Lesperance nel 2000, appena ventisettenne –, ponga di fronte a sé delle sfide non canoniche per il genere all’interno dell’industria. Innanzitutto è assai inusuale che l’horror si fonda con il road movie: quando all’interno della struttura del film di viaggio irrompe l’aspetto incubale (si pensi a Le colline hanno gli occhi di Wes Craven o Wolf Creek di Greg McLean, per esempio) solitamente il lato dello spostamento fisico viene meno. Mettendo da parte Duel, geniale esordio di Steven Spielberg che si articola attorno a un interminabile e mostruoso inseguimento, viene in mente in tempi recenti Bones and All di Luca Guadagnino, dove però il movimento di Stato in Stato non è di per sé strettamente collegato al côté horror della vicenda. In Passenger invece la maledizione del viaggiatore è proprio quella di essere perseguitato dal demone ovunque esso vada, anche qualora la vettura su cui sta viaggiando venga abbandonata o distrutta. È proprio il viaggio in quanto tale a costringere i personaggi in una fuga perpetua per la quale non si riesce a intravedere alcuna via d’uscita. E questo, in una nazione che ha fatto dell’on the road il proprio humus culturale, fin dai tempi della beat generation e ancora prima, non è intuizione da minimizzare o prendere alla leggera.
Dopotutto dovrebbe oramai essere chiaro come Øvredal sia attratto, nel momento in cui deve decidere cosa portare in scena, dagli ambienti ristretti in cui costringere i personaggi fino alle estreme conseguenze. Se quando gira in Scandinavia sono proprio i non-luoghi estesi a perdita d’occhio della tundra a tramutarsi in prigione senza mura e sbarre d’ordinanza, in molti dei suoi film ambientati negli Stati Uniti torna la dimensione dello spazio liminare pensato per essere temporaneo e non vissuto ma da cui gli esseri umani non riescono a uscire: in Autopsy Emile Hirsch e Brian Cox sono reclusi in un obitorio, mentre in Demeter tutta l’azione ha per protagonista la nave mercantile russa al centro del settimo capitolo del Dracula di Bram Stoker, con il succhiasangue per eccellenza che fa razzia dei marinai durante la traversata da Varna a Londra. In Passenger non solo lo spazio in cui i due protagonisti Maddie e Tyler sono “imprigionati” dal demone è un van che li deve condurre verso la loro “nuova vita”, ma anche molti altri luoghi come i parcheggi riecheggiano di un mondo che non lascia spiragli, dal quale è praticamente possibile evadere. L’idea di un trasloco come asse portante di un horror è di nuovo brillante, ma il regista norvegese nonostante qualche intuizione che rivendica un proprio spazio nella memoria – sarà difficile approcciarsi a Vacanze romane con gli stessi occhi – si lascia prendere la mano con troppa facilità dal rapporto causa-effetto insito nella pratica del jumpscare. Nonostante qualche apparizione improvvisa del demone risulti decisamente efficace questo schema non può far altro che allentare la presa del perturbante, spostando Passenger dalle parti dell’horror da pop-corn, estivo per antonomasia (e fa dunque un po’ effetto che venga lanciato in sala a maggio, per di più schiacciato tra altri due titoli forti del medesimo genere quali Obsession e Backrooms). L’atmosfera in cui Øvredal spinge i suoi spettatori è affascinante, e il soprannaturale si conferma materia del tutto nelle corde del cineasta, ma rispetto ad altre sue incursioni precedenti nell’horror qui il tutto ha il retrogusto del meccanismo, privo di reale inerzia indipendente, in fin dei conti facile da decrittare e dunque da anestetizzare.
Info
Un trailer di Passenger.
- Genere: horror
- Titolo originale: Passenger
- Paese/Anno: USA | 2026
- Regia: André Øvredal
- Sceneggiatura: T.W. Burgess, Zachary Donohue
- Fotografia: Federico Verardi
- Montaggio: Martin Bernfeld
- Interpreti: Alan Trong, Jacob Scipio, Joseph Lopez, Lou Llobell, Melissa Leo, Miles Fowler
- Colonna sonora: Christopher Young
- Produzione: 18Hz Productions, Coin Operated
- Distribuzione: Eagle Pictures
- Durata: 94'
- Data di uscita: 21/05/2026



Demeter – Il risveglio di Dracula
Mortal
Scary Stories to Tell in the Dark
Autopsy
Troll Hunter