L’image fantôme

L’image fantôme

di

Il regista francese Emmanuel Piton, attraverso la manipolazione artigianale della pellicola 16mm, con L’image fantôme universalizza una personale suggestione, rincorrendo un momento della sua infanzia a metà tra il ricordo e la visione. Questo cortometraggio, nel Concorso Nuovo Cinema della Mostra di Pesaro 2026, si pone come una sorta di ponte tra il visibile e l’invisibile, il ricercabile e l’inconosciuto, l’horror gotico e la realtà aumentata.

La casa infestata (dai ricordi)

Questo film in 16mm sonda il rapporto poroso tra il modo dei vivi e quello dei morti. Portando avanti la sua ricerca sulla memoria e sui segni del passato in territori isolati, Piton si serve di metodi artigianali di sviluppo della pellicola e di vari dispositivi sperimentali per evocare una lontana esperienza che non è mai svanita. [sinossi]

Può una singola immagine influenzare per l’intera vita il percorso artistico di chi (forse) l’ha vista/subita? La risposta non può essere che affermativa, ancor più dopo la visione de L’image fantôme di Emmanuel Piton, interessantissimo lavoro selezionato in Concorso alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro 2026. Come molti degli autori in competizione in questa e in ogni altra edizione della rassegna pesarese, Piton non è un regista cinematografico “puro”, ma un artista multi e transmediale i cui lavori hanno anche una destinazione museale e installativa, anche se una delle sue principali occupazioni è l’insegnamento dei fondamenti della regia cinematografica presso scuole di cinema come la celebre La Fémis ed è tra i fondatori del festival Obskura di Rennes. Con i due collettivi-laboratori fondati insieme ad altri amici e soci, Zéro de conduite e LaboK, si occupa anche dell’organizzazione di performance collettive e dei rapporti con laboratori di sviluppo in pellicola di India, Messico e Norvegia. Tutti questi cenni biografici servono, nel caso specifico, ad inquadrare la poliedricità dell’autore prima di addentrarsi nell’analisi della sua ultima opera, nata da una particolare esperienza personale. Per la sua descrizione, lasciamo metaforicamente la parola allo stesso Piton: “Nella casa in cui sono cresciuto una volta è apparso qualcosa, una forma, una presenza, un’immagine che non ha mai abbandonato la memoria di quel luogo. Inseguo le tracce di questa apparizione come se quell’immagine del passato fosse sempre rimasta dentro la casa”. Avendo da poco perso l’amata nonna, l’ossessione del regista è quella di averne intravisto lo spirito, proprio all’interno della vecchia casa che aveva abitato per una vita. Ed ecco, quindi, che Piton organizza attorno alle riprese di una vecchia casa immersa nella natura, ubicata probabilmente nel nord della Francia, una non-ricerca, l’emersione di una soggettività perduta nelle nebbie del tempo eppure ancora presente, presente attraverso le foto a scuola da bambina appese alle pareti, la sistemazione dei soprammobili, lo sguardo della camera-regista da quella stessa finestra di una camera da letto da cui si sarà affacciata mille volte. Imponente edificio in muratura dalla conformazione tipica delle campagne di Normandia, la casa viene prima scovata dalla macchina da presa e poi circumnavigata, con rispetto che sconfina nella devozione, prima di portarsi e portarci all’interno.

L’aspetto devozionale non è secondario, perché la forte componente religiosa della vita di campagna dei primi decenni del Novecento è presente ovunque, anche nel sonoro della parte centrale, affidato alla registrazione su nastro di un canto religioso popolare proveniente dall’archivio dello stesso regista. Per il resto della durata, il tappeto sonoro è una composizione originale di Frank Lawrence , stratificata almeno quanto le immagini che accompagna. Il tutto è proposto in un contrastato bianco e nero che posiziona immediatamente l’atmosfera evocata dalla visione a metà tra l’espressionismo tedesco e il gotico italico degli anni Sessanta. Ad inframezzare le immagini dell’interno della magione, ecco il tentativo di dare corpo all’apparizione fantasmatica: prima un’immagine di una donna infagottata in un cappotto (e il sonoro propone come rinforzo il suono ululante del vento) impressionata su pellicola rovinata (artatamente?) e poi il momento più visionario e psichedelico dell’intero lavoro: un gioco di sovrapposizioni e viraggi da cui emerge ancora, sullo sfondo, un volto di donna ripreso di profilo, antico, sognante, mentre immagini di pesanti crocifissi appesi alle pareti e ogni altra sorta di ex voto o sculture concorrono alla composizione di immagine e senso. La cornice, che apre e chiude i venti minuti di proiezione, è affidata all’acqua che scorre e si muove, impetuosa: del mare all’inizio e di un fiume alla fine, proposta attraverso un reverse che sottolinea una volta di più il viaggio all’indietro nel tempo che l’esperienza filmica tiene a evocare. Abbiamo probabilmente concettualizzato fin troppo un film che è pura suggestione, flusso di immagini e suoni, giustapposizione per associazione mentale di materiali che concorrono tutti alla restituzione di un senso di nostalgia, di archeologia visiva ed emotiva, di tempi di vite semplici seppellite dalle progressive industrializzazioni e inurbamenti oltre che dalla morte naturale. Una favoletta nera e seducente, che a tratti usa la manipolazione e la sovrapposizione proprio per replicare manualmente il peso e lo scorrere degli anni. Lo iato tra la spettrale casa (si presume) abbandonata e i colori caldi dell’apparizione rappresentano davvero una perfetta sintesi tra la cupezza di un presente che può far paura e la dolcezza sognante di un passato che, proprio in quanto percezione di terra di rifugio e pannicello caldo, può anche non essere mai esistito.

Info
L’image fantôme sul sito di Pesaro 2026.

  • limage-fantome-2025-emmanuel-piton-01.webp

Articoli correlati

Array
  • Festival

    Pesaro 2026

    Pesaro 2026, sessantaduesima edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema, conferma la sua struttura sotto l'egida del direttore Pedro Armocida, a partire dal concorso aperto a opere di ogni forma e durata. La retrospettiva è dedicata a Maurizio Nichetti.