La città dei vivi

La città dei vivi

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Con La città dei vivi Edoardo Gabbriellini firma una sorta di controcampo all’omonimo romanzo di Nicola Lagioia, che qui fornisce il soggetto. Alla sua quarta prova dietro la macchina da presa il cineasta e attore livornese conferma il suo talento nel raccontare le zone d’ombra dell’umano, qui coadiuvato da tre interpreti in splendida forma. Nel concorso di Orizzonti a Venezia 2026.

Roma, La Storta

La quotidianità del giovane Luca Varani fino alla sua tragica morte all’inizio del 2016, occorsa in uno dei delitti più efferati degli ultimi decenni. [sinossi]

Tratto dal potentissimo omonimo romanzo di Nicola Lagioia, La città dei vivi del bravo Edoardo Gabbriellini porta sullo schermo il controcampo (o controcanto) dell’eccellente lavoro dello scrittore pugliese, romano d’adozione. A firmare il soggetto è proprio Lagioia, ben consapevole di narrare quel che non era al centro del suo libro ossia una descrizione quasi veristica della vita e del contesto sociale in cui abitava il povero Luca Varani che, morto a 23 anni, è stato vittima di uno dei più terrificanti omicidi degli ultimi anni. Nel romanzo del 2020 di Lagioia, l’assurdo, efferatissimo assassinio Varani era il fondamentale punto di partenza per una riflessione non solo sociale e, a suo modo, politica, ma anche interiore: da non romano, lo scrittore barese trova nell’incubo accaduto a un ragazzo nel 2016 qualcosa che parla profondamente della città eterna, una città dove tutto è già accaduto e niente stupisce nessuno. Una città quasi allo stato di natura, un centro del potere al grado zero della morale, un intrico distanziato di classi, dalla complessità imponente e solo esperibile davvero da chi ci vive, probabilmente. Un luogo invischiante e unico che per i non nativi è foriero di tante domande su loro stessi. Nel bel film di Gabbriellini, invece, tutto ruota attorno alla vittima del delitto, Varani appunto, interpretato (ma sugli attori si tornerà poi) sontuosamente da Emanuele Maria Di Stefano, visto forse non casualmente anche ne La scuola cattolica (2021) di Stefano Mordini dove interpretava sostanzialmente l’autore del libro da cui quel film è tratto, ossia Edoardo Albinati. Il fluviale romanzo vincitore del premio Strega 2016 è invece una disamina sulla cultura italiana maschile e “del” maschile che prendeva il “la” da un altro delitto devastante, quello del Circeo del 1975. Inevitabilmente questi lavori letterari italiani si “parlano” e, volendo, trovano poi il capostipite in quel A sangue freddo con cui Capote cambiò nel 1965 la letteratura americana. Sono materiali magmatici, evidentemente, delitti che diventano portali sull’abisso umano e devono essere raccontati e analizzati, anche nella loro insensatezza, perché dicono comunque della società che li ha portati in grembo e dei singoli. Del collettivo e dell’individuo e del loro rapporto.

Su questi elementi ma dalla prospettiva di Varani sembra incentrato La città dei vivi di Gabbriellini, in concorso nella sezione Orizzonti della Mostra di Venezia, un lavoro che ricorda l’intensità rigorosa e dolente di Claudio Caligari: ancora una volta, pertanto, non sembrano casuali la scelta di Valerio Mastandrea (già comunque con Gabbriellini in Padroni di casa) nella parte del padre del giovane assassinato e di Roberta Mattei (Non essere cattivo) nel piccolo ruolo della madre di Marta, la fidanzata del ragazzo. L’adozione come sradicamento e necessità di un surplus di apprendimento sono metaforici nei tanti non romani che occupano spazio nell’Urbe, come Lagioia appunto, ma sono stati un dato anagrafico di Varani, trapiantato a Roma da infante da genitori non biologici. Ed è un incipit chiarissimo, infatti, quello scelto da Gabbriellini: nella prima scena vediamo un bambino piccolo scelto su tre “esposti” in orfanotrofio. Luca viene accolto in una famiglia e due vengono riposti nel box, piangenti, spaesati, poi nuovamente piangenti e poi non si sa, guardando in alto, fragili. Sono due, come gli autori dell’orrenda mattanza cui Varani sarà sottoposto una ventina di anni dopo: la scelta non vuole in nessun modo mescolare le carte tra vittime e carnefici, ma introdurre un elemento che verrà usato, dal punto di vista visivo, mmediatamente dopo ossia quello di un movimento che dal vuoto va su una figura, da un “nessuno” passa a un individuazione. Sono passati i decenni e, subito dopo i titoli, dall’alto si scende su un volto, che non è quello del protagonista, per poi andare su quello di Di Stefano/Luca. C’è un elemento di casualità, in tutta questa storia, per quanto riguarda gli individui cui è capitata e c’è uno iato spazio/temporale e identitario. Non sarà sui due assassini che il film indaga: lo sguardo è proteso al racconto di Luca e dell’ecosistema che lo circonda. Ma c’è un vuoto che resta e non viene elaborato. Evitando la morbosità e, dunque, la messa in scena del crimine, Gabbriellini inquadra benissimo un mondo über romano fatto di quartieri poco noti (le famose “periferie” di cui parlano giornalisti che non ci hanno mai messo piede), come La Storta dove abitava il giovane, riuscendo inoltre a restituire personalità tridimensionali ai protagonisti ossia Luca, la fidanzata interpretata da Gaia Merlonghi, il padre e la madre, ma tratteggiando benissimo anche gli amici che si avvistano fugacemente. In una dettagliata e riuscita ritrattistica umana e sociale, La città dei vivi ha il coraggio non banale di mostrare i lati meno piacevoli di una vittima, le sue menzogne, la sua irascibilità che diviene aggressività nel farsi pagare una pizza dalla fidanzata, che di mestiere almeno fa la cameriera mentre Varani era disoccupato. In questo spaccato di piccolissima borghesia ai confini col proletariato, ma a ben vedere di nuovo puro proletariato, Gabbriellini utilizza moltissimo dei movimenti di macchina a salire o a scendere o laterali, per spostarsi da un personaggio a uno spazio: in questi ragazzi dai sogni nominalmente semplici (il matrimonio e la casa) e dalle prospettive a dir poco incerte, c’è un’inconsapevolezza, un non elaborato, un non-senso, uno slittamento, un’opacità, tantissimi non detti. Fuori di sé c’è un’alterità che non si mostra facilmente a nessuno. Oltre ai frequenti movimenti di macchina, in questa accezione è ugualmente emblematica la bella scena, verso la fine, dell’incongrua telefonata che Marta fa un tizio, tale Claudio, che non sente né vede da anni per dirgli che Luca è morto (anche questa scena si conclude con uno spostamento laterale a destra, che esclude Marta dal quadro). Tale Claudio a malapena si ricorda di loro: un’incongruità sempre taciuta agli altri accompagna i protagonisti e non permette loro di entrare in una totalmente sincera connessione o, allargando il discorso, di maturare una coscienza di classe. Povero che incrocia benestanti nel magma romano dove tutti possono conoscere tutti e l’accesso poi è riservato a pochissimi, Luca vive di spostamenti sia fisici, negli spazi che percorre quasi ogni giorno nella capitale, che psichici in questi movimenti dello sguardo che vaga, nel suo essere arrabbiato, irrisolto, non centrato. A differenza del padre, figlio di un altro tempo, il giovane protagonista non riesce ad avere un vero piano per se stesso, una prospettiva, un “quadro”/sguardo stabile, sebbene sia attaccato e affezionato a persone che lo amano sinceramente. E che lui sinceramente ricambia. Non era facile, al cospetto di un tale raccapricciante caso di cronaca, portare in scena le contraddizioni della vittima, ma Gabbriellini lo fa senza mancare di rispetto, come appunto Caligari, al mondo che racconta. La contraddizione non nega infatti le virtualità positive: in queste periferie invise alla bella società esiste un legame possibile e un piccolo collettivo frastagliato da ricomporre, come quello degli amici “del muretto” o quello delle famiglie di Luca e Marta (nella scena al ristorante, non a caso, si smette di “fare finta di niente”: bisogna prendere coscienza).

Il regista, che già con Padroni di casa e il successivo Holiday (2023) aveva scrutato il delitto benché da un’altra prospettiva, riesce a farci aderire a questa umanità creando tutte le premesse per un climax angosciante e totalmente privo di senso. Ad avviluppare lo spettatore è l’efficace scrittura dei personaggi e delle situazioni, tutte puntuali e azzeccatissime (come la scena sull’autobus, in cui Luca incontra una ex compagna di classe: scena “inutile” per la progressione dell’azione e preziosissima per capire ancora meglio il protagonista e il suo passato). La tensione monta di minuto in minuto – anche perché sappiamo perfettamente come andrà purtroppo a finire questa storia – e alla fine ci inchioda nella desolazione post-umana di una città e di un collettivo indifferenti, come nei scorci urbani del pre-finale, ma già nell’inquadratura dell’esterno del palazzo in cui Varani troverà la morte. Lontano dalle modalità rappresentative delle architetture di Mario Martone in Fuori, Gabbriellini ne La città dei vivi vi si accosta nella non dissimile volontà di mappare un organismo molto più grande dei suoi abitanti, la cui pratica trascende non solo l’etica ma anche l’estetica, in cui lo spazio dice di chi lo abita più di quanto chi lo abita possa o soprattutto voglia dire di se stesso. Il nuovo film del regista “fu” Ovosodo è chiaro e cristallino, dotato di sensibilità umana e morale, perciò molto doloroso. Tutto questo non sarebbe possibile senza un trio – in particolare – di attori all’altezza di questa sensibilità: Mastandrea, l’esordiente Gaia Merlonghi e il protagonista Di Stefano sembrano vivere anziché stare in scena. Il verismo mai forzato de La città dei vivi contribuisce a connettere lo spettatore a un cosmo sociale, e di classe, profondamente vulnerabile, ma umano, ricco di sfumature e pulsioni, catalogato spesso sbrigativamente dal cattivo giornalismo, dalla cattiva letteratura o dal brutto cinema. Non è questo il caso.

Info
La città dei vivi, un trailer.

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