Il vedovo
di Dino Risi
Per Warner Bros ritorna in dvd Il vedovo, commedia di fine anni Cinquanta che già prefigurava gli sviluppi del nostro cinema nel decennio successivo. Con l’indimenticabile duo Alberto Sordi-Franca Valeri.
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E’ solo dello scorso inverno l’uscita al cinema del discutibile Aspirante vedovo di Massimo Venier, in cui Fabio De Luigi e Luciana Littizzetto scimmiottavano malamente il duo irresistibile Alberto Sordi-Franca Valeri di una delle manifestazioni più felici della nostra commedia. Quel Vedovo di Dino Risi, diventato negli anni un exemplum quasi proverbiale, insieme ad altri titoli, dell’eccellenza nazionale nel “cinema della risata”. Definizione sempre un po’ banale e riduttiva, ma anche fortemente connotante della nostra migliore produzione anni Cinquanta e Sessanta.
Forse cogliendo proprio l’occasione della recente uscita del remake, la Warner Bros ha riproposto in dvd il prototipo sordiano, dando luogo una volta di più (se ce ne fosse stato bisogno) a un umiliante confronto tra i due film. Ed evocando indirettamente un confronto tra due epoche cinematografiche italiane e tra due industrie. Troppo facile liquidare il fallimentare remake di Massimo Venier definendolo prodotto meramente commerciale di una brutta e anodina industria attuale, cucito addosso alla popolarità più televisiva che cinematografica di Littizzetto e De Luigi. Il fedele matrimonio con l’industria e con le sue leggi era perfettamente e serenamente previsto anche nel prototipo, che addirittura nasceva come un prodotto di larghissima vaglia a sfruttamento massivo di un filone ritagliato sulla figura di Alberto Sordi. Il quale, infatti, sul finire degli anni Cinquanta fu protagonista di un gruppetto di film assai differenti tra loro, appartenenti ad autori di sensibilità fortemente diversa (Pietrangeli, Risi, Puccini, Loy, Rossi…), che però quasi sempre trovavano un comune denominatore nello sceneggiatore Rodolfo Sonego, scrittore di fiducia di Sordi per tutta una carriera. I progetti di tali film vedevano la luce sempre uno indipendente dall’altro, ma i produttori rivelavano poi una serena spregiudicatezza merceologica attribuendo titoli ai film che delineassero una sorta di “serie precostituita”, in cui il primattore risultava di volta in volta alle prese col mondo femminile in vesti diverse. Il seduttore, Lo scapolo, Il marito, Il vedovo: una radiografia dell’universo maschile nella neo-borghesia italiana, in cui Alberto Sordi assumeva le vesti del maschio italico, inquadrato film dopo film in differenti fasi di stato sociale e affettivo. Perciò il terreno in cui un film come Il vedovo prendeva forma era altrettanto industriale e commerciale, se non di più, del suo remake 2.0.
Ancora troppo facile sarebbe chiudere la questione affermando che l’industria di allora era meglio di quella di adesso. Sicuramente tra anni Cinquanta e Sessanta vi era una maggiore pluralità produttiva, questo sì, ma, molto più semplicemente, l’incomparabile qualità del Vedovo risiede tutta in un retroterra culturale e cinematografico indubbiamente superiore a quello di oggi. Maggiore e più profonda formazione sul mezzo-cinema e sulla scrittura, più intima vicinanza alle risorse del teatro e della narrativa, e soprattutto un mondo meno globalizzato, in cui l’omologazione (che pure negli anni Sessanta stava assumendo tratti devastanti ed era continuamente attaccata proprio dalla nostra commedia) non imponeva ancora modelli internazionali anche nei codici cinematografici.
Ribadiamo, l’elemento industriale nella commedia italiana di quegli anni era assolutamente decisivo: basti vedere come il mattatore-Sordi prevalesse nettamente sulla definizione del singolo personaggio, inducendo il pubblico a costruire con lui quella “familiarità di figura umana” che in buona parte ha fatto la fortuna dell’attore romano. La gente correva in massa a vedere il suo nuovo film per vederlo alle prese con nuove gesta, ma sempre lui, con la stessa ipocrisia, meschinità, tracotanza, compiacente mostruosità sociale. Eppure la diversa sensibilità degli autori coinvolti in sede di regia dava luogo a opere così “simili” e al contempo profondamente diverse.
Nella serie “Sordi e le donne”, Il vedovo giunge per ultimo, quasi in una sorta di catena naturale (prima scapolo, poi marito, poi vedovo), e in regia troviamo Dino Risi, che all’amarezza di un Pietrangeli ne Lo scapolo, per esempio, preferisce nettamente la propria virulenta ferocia. Il vedovo fa molto ridere, ma si fa forte di una cattiveria survoltata, più o meno inedita sul finire degli anni Cinquanta. Sarà poi proprio Dino Risi, lungo tutti gli anni Sessanta, ad abituare le platee italiane a una comicità acida e aggressiva (I mostri, uno su tutti), ma nel decennio precedente alla satira feroce si era preferito la commedia garbata e sorridente, a cui proprio Risi aveva regalato il film forse più rappresentativo, Poveri ma belli.
Il vedovo compie invece una decisa sterzata, spostando innanzitutto la sociosfera narrata dal proletariato alla borghesia più o meno alta. Non più Roma ma Milano, non più gli sfaccendati che vanno a farsi il bagno nel Tevere ma rampanti industriali totalmente dediti al profitto e alla speculazione. Di riflesso, i rapporti umani narrati si fondano su una normalizzata crudeltà: Alberto Nardi ed Elvira Almiraghi si odiano senza nasconderlo troppo, le lisciate di Alberto alla moglie per ottenere ciò che vuole sono platealmente false, in piena reciproca consapevolezza. Il disprezzo della moglie per il marito è l’unica nota emotiva, una quotidianità tutta fondata sull’umiliazione sulla derisione, a partire dal leggendario “Cretinetti” con cui Elvira appella il marito. Per contro, il marito si merita realmente tutto ciò: velleitario, forte coi deboli, debole coi forti, presuntuoso, ma sostanzialmente un approfittatore incapace, per Alberto Nardi non siamo in grado di provare la benché minima empatia.
Non ultimo, s’inizia a raccontare nel cinema italiano un dato sociale che spesso ritornerà sottotraccia, quasi mai messo al centro del racconto ma costantemente presente nelle commedie ambientate nella borghesia medio-alta: il riflusso sociale del post-fascismo, il riciclo di figure umane nella nuova debole democrazia italiana. Basti vedere il marchese Stucchi, interpretato da Livio Lorenzon, che da capitano di Alberto Nardi in guerra si ritrova a fargli da contabile tuttofare, oppure il tecnico Fritzmayer, fuoriuscito dalla Germania per sfuggire a un processo non politico, ma addirittura per molestie ai minori (si tratta comunque di un riferimento al tessuto sociale devastato della Germania nazista). Infine, basti pensare alle esplicite nostalgie di Alberto Nardi, che a tavola con la famiglia della sua amante si lascia andare a rimpianti mussoliniani, in perfetta coerenza con il frustrato velleitarismo del suo personaggio (il regime fascista fu anche la rivincita degli incapaci).
Insomma, una nuova/vecchia Italia, classista, antipatica, tutta avvitata intorno al denaro, fatta di rapporti umani cupi e distruttivi: la mostruosità sociale che la commedia italiana racconterà così bene nel decennio successivo.
Il racconto appare, come spesso in Dino Risi, poco compatto ed episodico. E’ un tratto tipico del suo cinema, che si trasformerà poi in enorme risorsa per alcune sue opere seguenti: Il sorpasso, più di tutti, esalterà questa frammentazione narrativa facendone uno dei suoi migliori pregi. Ne Il vedovo si avverte un po’ più forte l’episodicità del film nato con ragioni puramente commerciali, in cui il singolo momento giocato sugli attori protagonisti è più importante dell’unitarietà di racconto. Tuttavia, Risi è scaltro anche nello scimmiottare e mettere in burla i canoni del noir o polar francese che dir si voglia, così popolari in quegli anni. A partire dal commento musicale di Armando Trovajoli, la parodia del genere poliziesco è evidente, con rimandi immediati a classici dell’epoca come Rififi di Jules Dassin (I soliti ignoti di Mario Monicelli nascerà nello stesso periodo con il medesimo background cinematografico). Se Alberto Sordi riconfermò la sua maschera al pubblico di allora in un costante processo di affinamento progressivo, resta ancora più memorabile la caratterizzazione di Franca Valeri, a cui Risi regalò forse il suo più bel personaggio al cinema. Cinica, snob, elegante e distaccata, dominata da una rassegnazione aggressiva, quella di chi sa con chi ha a che fare e, visto che la morale cattolica le impedisce di tornare libera, almeno si diverte sadicamente nell’umiliazione.
Il dvd è di ottima qualità, ma gli extra si riducono solo al trailer originale del film.
Info
La scheda de Il vedovo sul sito della Warner.
Il trailer de Il vedovo.
- Genere: commedia
- Titolo originale: Il vedovo
- Paese/Anno: Italia | 1959
- Regia: Dino Risi
- Sceneggiatura: Dino Risi, Dino Verde, Fabio Carpi, Rodolfo Sonego, Sandro Continenza
- Fotografia: Luciano Trasatti
- Montaggio: Alberto Gallitti
- Interpreti: Alberto Rabagliati, Alberto Sordi, Angela Luce, Antonio Pignatelli, Artemide Scandariato, Carlo Di Maggio, Consalvo Flirt, Eleonora Ruffo, Enzo Petito, Eugenio Maggi, Franca Valeri, Furlanetto, Gastone Bettanini, Gigi Reder, Ignazio Dolce, Ignazio Leone, Livio Lorenzon, Luigi Riccardi, Mario Cianfanelli, Mario Passante, Nanda Primavera, Nando Bruno, Paola Patrizi, Rosita Pisano, Ruggero Marchi
- Colonna sonora: Armando Trovajoli
- Produzione: Cino del Duca, Paneuropa
- Distribuzione: Warner Bros.
- Durata: 100'


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