La morte ha fatto l’uovo
di Giulio Questi
Thriller ipnotico, surreale e teorico, La morte ha fatto l’uovo (1968) è forse il massimo esempio nella storia del cinema italiano di come un film di genere possa diventare allo stesso tempo un saggio inestimabile di sperimentazione. Al Festival di Torino per l’omaggio a Giulio Questi, scomparso in questi giorni.
Que viva Questi!
Marco è sposato con Anna, ricca proprietaria di un allevamento industriale di polli. La loro unione sembra felice, ma in realtà Marco ha una relazione con la bionda Gabri, cugina della moglie. E non è l’unico suo segreto: l’uomo, nel tempo libero, adesca prostitute e poi le uccide sadicamente. O almeno così sembra. Anche Gabri, però, ha qualcosa da nascondere: un piano per disfarsi dell’amante e di sua moglie, per impossessarsi del loro allevamento. [sinossi]
Tra le retrospettive e gli omaggi della 32esima edizione del Torino Film Festival il primato va indubbiamente al focus dedicato a Giulio Questi, autore di un pugno di film indimenticabili tra gli anni Sessanta e i Settanta. Tra questi, La morte ha fatto l’uovo si pone a metà strada – non solo cronologicamente – fra Se sei vivo spara (1967) e Arcana (1972), per una sintesi perfetta tra le tendenze parodiche, eccentriche e violente del primo e la sperimentazione assoluta del terzo.
Un omaggio, quello di Torino, che ci ha permesso anche di conoscere lo humour e la profonda consapevolezza dei propri mezzi da parte dello stesso Questi, che al festival ha introdotto le proiezioni dei suoi film. Ed è dunque con profondo rammarico che siamo venuti a sapere della scomparsa dell’autore bergamasco, proprio pochi giorni dopo la fine della rassegna torinese, lo scorso 3 dicembre. Tanto più, allora, ci pare necessario e doveroso ricordarlo con tutti gli strumenti a nostra disposizione, ragionando sulla sua filmografia nella speranza di poter contribuire alla giusta collocazione di un autore davvero raro all’interno del panorama cinematografico italiano.
Questi, in effetti, è forse l’unico – in un paesaggio anche ricchissimo di personalità autoriali, come era quello della nostra cinematografia tra gli anni Sessanta e i Settanta – ad aver saputo ragionare con tanta consapevolezza sul cinema di genere e ad averlo usarlo per parlare d’altro fino a lambire (e, sovente, a superare) i limiti dello sperimentalismo.
Prima di parlare però nello specifico di La morte ha fatto l’uovo, ci preme fare riferimento – per spirito filologico – allo stato della copia cui ci è stato dato di assistere al Torino Film Festival. Come ha raccontato nel corso della presentazione del film il conservatore della Cineteca Nazionale Emiliano Morreale, la copia mostrata a Torino è a suo modo unica, visto che si tratta di un 35mm per il mercato estero che venne fermato all’epoca alla dogana e, come da prassi, spedito in Cineteca. Lì, quella versione del film è rimasta dimenticata per quasi quarant’anni finché, di recente, non è stata ritrovata. Seppur doppiata in inglese (visto che serviva per il mercato internazionale) e anche in stato di sindrome acetica (la pellicola non è stata ben conservata e dunque l’immagine si è fatta “rossiccia”), questa copia di La morte ha fatto l’uovo è preziosissima, perché conserva quasi venti minuti in più rispetto alla versione poi circolata ufficialmente. Siamo dunque grati al Torino Film Festival per avercela mostrata, anche perché – in tempi di progressiva sparizione della pellicola a favore del digitale – dobbiamo purtroppo cominciare ad abituarci all’esperienza della visione in 35mm come ad un evento sempre più raro. E, in tal senso, è dovere delle istituzioni, come pure nostro – nel nostro piccolo – di chi fa critica, quello di non far dimenticare al pubblico l’importanza della visione originale del cinema (del resto, lo ha ricordato anche Cherchi Usai nell’intervista che ci ha rilasciato di recente a Pordenone alle Giornate del Cinema Muto). Nel caso specifico, in questa copia di La morte ha fatto l’uovo era inevitabile che vi fossero le code di pellicola tra un rullo e l’altro, in quanto vista la sua unicità, giuntare un rullo con l’altro significherebbe rischiare di rovinarla definitivamente. In un’epoca come la nostra, in cui si pretende – perché ci viene raccontato che dev’essere così – di avere l’immagine perfetta, intonsa e digitalmente ritoccata, assistere ai segni che il tempo ha depositato su un film è un valore aggiunto, la dimostrazione di come un modo di fare cinema sia purtroppo invecchiato, destinato ahinoi a sparire o a limitarsi solamente ad una circuitazione museale. Molto meglio così, insomma, rispetto ad una versione digitalizzata e ‘presentificata’.
E veniamo finalmente al film. La morte ha fatto l’uovo si riallaccia superficialmente al thriller erotico all’italiana, ma per l’appunto svuota e distrugge i codici del genere per seguire un suo filo ben preciso. L’incipit è folgorante: Trintignant lega e uccide una donna in un motel, mentre qualcuno lo sta spiando (forse la stessa macchina da presa). Giulio Questi ci mostra quanto accade con una serie incontrollata di ellissi visive, gestite attraverso il montaggio di Franco Arcalli, grande maestro prematuramente scomparso, anche co-sceneggiatore dei film di Questi. I due, infatti, avevano sviluppato una sorta di simbiosi creativa tale da ragionare insieme, già in fase di scrittura, su quali sarebbero stati i tagli di montaggio del film. Ed è grazie al lavoro di Arcalli che Questi riesce a sviluppare una narrazione ipnotica e sospesa, in cui si mischiano diversi piani e diversi luoghi – in un gioco costante di montaggio alternato – arrivando a spiazzare costantemente le attese dello spettatore. A questo elemento va aggiunto quello della musica. Questi si affida qui a Bruno Maderna, uno dei più grandi compositori del secondo Novecento, che contribuisce alla frammentazione visiva con una colonna sonora tesa e stordente. Nell’orchestrazione di Maderna si affaccia ad esempio a tratti un violino disturbante e lacerante che accentua lo sperimentalismo della composizione visiva sottolineando uno stato costante d’inquietudine e ribaltando il concetto di semplice accompagnamento sonoro di un’immagine.
Il contesto in cui si muovono i protagonisti di La morte ha fatto l’uovo è quello della tarda industrializzazione italiana, il post-boom economico, la sovrapproduzione. Trintignant è infatti sposato ad una ricca Gina Lollobrigida, proprietaria di un gigantesco allevamento di polli, appena meccanizzato. E lì sono in atto delle sperimentazioni sugli animali: l’obiettivo è quello di creare una nuova razza di pollame geneticamente modificata, in modo tale da aumentare indiscriminatamente il profitto. Siamo di fronte dunque ad un tema che è d’attualità anche oggi, così come è d’attualità la rabbia cieca e oscura degli operai della fabbrica, che sono stati licenziati in blocco per far spazio ad un enorme macchinario. E costoro, invece di manifestare il loro dissenso in proteste organizzate, sono ridotti a forme primitive di luddismo o, anche, di teppismo nei confronti della villa in cui abitano Trintignant e la Lollobrigida. La loro presenza in strada di muti osservatori di quanto avviene in casa dei padroni è il segno inquietante del proletariato oppresso e relegato ai margini, ridotto a un dissenso muto e inerte. Ma la mercificazione selvaggia in atto nel grande allevamento di polli è un qualcosa che ovviamente arriva anche a far riferimento alla massificazione dell’uomo. L’uomo diventa pollo e il pollo diventa uomo. Qui Questi, sempre con l’aiuto di Maderna, si concede anche una satira del pop, visto che ai polli viene fatta ascoltare una canzone pseudo-bossa nova perché così, ci viene detto, producono di più. Se dunque in Se sei vivo spara Questi aveva messo in ridicolo certi stilemi del cinema western (ad esempio la rispettabile comunità dei cittadini trasformata in orda criminale), in La morte ha fatto l’uovo sono i codici del pop ad essere il bersaglio. Ma in questo caso il discorso assurge a satira della società dei consumi. Basti pensare, in tal senso, al pubblicitario che mostra delle tavole disegnate per una campagna di promozione/sensibilizzazione, il cui obiettivo è quello di far familiarizzare il pubblico/consumatore con il pollo, addirittura ritratto come angelo del focolare. Non solo, nel correlato oggettivo tra il pollo e l’uomo vi è anche un ulteriore chiave di lettura possibile: le batterie in cui gli animali sono ridotti a cavie di laboratorio, infatti, non possono non far pensare ai campi di sterminio nazista.
Ma La morte ha fatto l’uovo è pur sempre un thriller o, almeno, aderisce ad alcuni dei suoi codici classici. In particolare, ciascuno dei personaggi ha qualcosa da nascondere, a partire da Trintignant che, insieme alla sua amante, vorrebbe fuggire lontano, sia dalla moglie che da quei maledetti polli. La sua perversione sessuale, che è anche il suo modo per evadere dalla presunta normalità borghese, lo porterà però ad essere vittima di un tranello, ordito proprio dalla sua amante. Le varie istituzioni (tra cui la società associata che cura e promuove la sperimentazione dei polli), come pure la borghesia, sono sadicamente e crudelmente messe in ridicolo. Si passa dalle gigantografie dei pennuti sulle pareti della sede della società, alle feste in cui, per celia, si è costretti ad essere chiusi in una stanza e a dire per una volta tutta la verità ad una persona amica. Ed è proprio nel corso di questo gioco sadico, in cui si scatenano tra l’altro gli istinti peggiori di alcuni personaggi (compreso un tentativo di stupro), che si concentrano i minuti in più presenti nella versione mostrata a Torino. Qui l’attore Renato Romano, il cui ruolo venne poi completamente tagliato, interpreta un personaggio un tempo amico di Trintignant, che in qualche modo lo richiama ad un passato di onestà e di sincerità dei rapporti umani. L’uomo, che ha avuto dei problemi psichici, è alla ricerca disperata di una certa strada, una ricerca simbolica ovviamente senza successo. Il suo personaggio sembra in effetti fare riferimento a qualcos’altro, a qualcosa di sottaciuto, ed è probabilmente ad un passato di Resistenza, di guerra sui monti, che allude quando ricorda a Trintignant quella fantomatica via da ritrovare. E, anche se il vecchio amico finisce poi per sparire misteriosamente, è sull’onda di quell’incontro che il protagonista riacquisterà la coscienza perduta del sé, trovando la forza per reagire al lassismo cui si era abbandonato.
La morte ha fatto l’uovo, ovvero come il cinema italiano un tempo si poteva permettere delle cose inaudite ed eccessive, come si poteva trovare la mano di un compositore quale Bruno Maderna, come si poteva assistere a un film di genere spregiudicato e violento che allo stesso tempo si lasciava andare a sfrenate ambizioni (riuscite) e a letture ardite della società, come si usavano dei volti internazionalmente noti (basti pensare alla Lollobrigida) per ridefinirne l’icona, come si poteva sperimentare sul linguaggio senza avere timore di abbracciare il grottesco più esasperato. Era il Sessantotto, ed è passato troppo tempo.
Info
La morte ha fatto l’uovo sul sito del Torino Film Festival
- Genere: thriller
- Titolo originale: La morte ha fatto l'uovo
- Paese/Anno: Italia | 1968
- Regia: Giulio Questi
- Fotografia: Franco Arcalli, Giulio Questi
- Montaggio: Franco Arcalli
- Interpreti: Ewa Aulin, Gina Lollobrigida, Giulio Donnini, Jean Sobieski, Jean-Louis Trintignant
- Colonna sonora: Bruno Maderna
- Produzione: Cine Azimut, Les Films Corona S.R.L. de Nanterre, Summa Cinematografica
- Durata: 110'

Arcana
Intervista a Giulio Questi
Torino 2014 – Minuto per minuto
Torino 2014