Trap Street

Trap Street

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L’esordiente regista cinese Vivian Qu porta alla Settimana della Critica Trap Street, un’opera che riflette in modo spiazzante sulle dinamiche oppressive del regime mandarino.

Li Qiuming, apprendista in una compagnia di impianti di sicurezza e mappature digitali, si innamora di una misteriosa e fascinosa donna incontrata per caso. Proprio la ricerca della ragazza, che lavora in un laboratorio segreto, la cui strada non è segnata in nessuna mappa, lo fa precipitare nei meandri della burocrazia e del controllo statale. [sinossi]

Era ormai da un po’ che dalla Cina cinematografica non si vedeva un film dal potente spessore critico nei confronti del regime: il nuovo e spiazzante contributo lo si scopre qui al Lido, nella sezione della Settimana della Critica, per mano dell’esordiente Vivian Qu con Trap Street. Spiazzante anche per come si sviluppa il film stesso, radicalmente spezzato in due: una prima metà caratterizzata dai tratti tipici della commedia sentimentale e una seconda invece che sprofonda il protagonista nell’incubo di un thriller claustrofobico ed esistenziale.

Il protagonista, Li Qiuming, è l’esatto paradigma del giovane cinese di oggi (o, almeno di come possiamo immaginare che sia dopo l’89, dopo Tienanmen): un ventenne già introdotto nel mondo del lavoro che, al di là del suo lavoro ufficiale, il cartografo, arrotonda come può, cimentandosi in lavoretti apparentemente di natura tecnica (mettere e poi togliere delle videocamere a circuito chiuso). I suo obiettivi sono semplici e immediati: guadagnare soldi, vivere una vita decorosa nella speranza di diventare benestante. E innamorarsi…
E’ per questo che gli capita di imbattersi nella ragazza del mistero, che poi segue nella speranza che, come in qualsiasi commedia americana, lei se lo “fili”. Alla fine lei ci sta e nasce l’amore.
Perfetto rappresentante di questa Cina occidentalizzata e neo-capitalista, Qiuming si ritroverà però nelle maglie del Potere, un potere invisibile e onnipotente, un potere i cui strumenti dello sguardo sono molteplici (le macchinette per la cartografia, le telecamere a circuito chiuso, la mappatura del tessuto urbano e dunque della realtà codificata e addomesticata) e sono resi possibili proprio da chi, come Qiuming, lavora inconsapevolmente al loro servizio.

Trap Street è perciò una riflessione sullo sguardo e sulla sua rigidissima regolamentazione nella società dello spettacolo: in assoluto, lo sguardo non è mai libero ma sempre condizionato dal Potere; nel particolare, lo sguardo del protagonista è dominato e governato dal regime cinese, il più abile probabilmente – a quel che si sa – nel tenere sotto controllo le informazioni e dunque le possibili forme di dissidenza. In tal senso ha un perfetto significato simbolico il titolo del film, per l’appunto Trap Street – strada trappola, strada fantasma – che è un tipo di strada non registrata dalle mappe per un qualche motivo tecnico-scientifico. Questa almeno è la spiegazione che a Qiuming dà un suo collega, molto più esperto di lui nell’arte della cartografia. Dopodiché Qiuming si convincerà che, romanticamente, quella strada non è segnata perché lì si nasconde l’amore e finirà invece per capire, orribilmente e kafkianamente, che lì si cela il Potere, non visto e non catalogabile, ma che tutto può vedere.

Girato con un basso budget e con uno stile indipendente e assolutamente anti-calligrafico (ad eccezione delle ultime inquadrature che, proprio perché più simboliche, si fanno ricercate), Trap Street segna un folgorante esordio nel panorama cinese, proprio quando Jia Zhangke, il più coerente e poetico critico del regime mandarino in quest’ultimo decennio, sembra vivere un periodo di crisi (il suo film cannense, Touch of Sin, più che un film sulla Cina, è un film che sembra voler esplorare la possibilità di applicare il cinema di Kitano alla realtà cinese; un esperimento, insomma). Ma Vivian Qu non riesce solo nell’impresa di dare un ottimo contributo al cinema inpendente e d’autore mandarino; Trap Street è anche un indiretto atto d’accusa verso la montante commedia sentimentale e commerciale prodotta in Cina negli ultimi anni, a modello di quella hollywoodiana e/o giapponese. Un tentativo di evasione da telefoni bianchi che Trap Street condanna in maniera radicale, a partire dalla sua stessa struttura narrativa: il radicale abbandono della leggerezza della prima parte è infatti la testimonianza di come, al momento in Cina, la commedia sentimentale sia un genere impraticabile e “ottuso”.

Se, invece, si guarda al di là della Grande Muraglia, i riferimenti della regista, già produttrice di Night Train, sembrano essere altissimi, da La conversazione di Francis Ford Coppola a L’eclisse di Antonioni, in particolare in un finale struggente in cui non c’è più bisogno di parlare, quanto piuttosto di arrendersi passivamente alla necessità dell’essere visti, osservati, spiati.

Leggi l’intervista a Vivian Qu.

INFO
Trap Street al Toronto Film Festival 2013.
Il film di Vivian Qu al 57. London Film Festival.
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