I figli della notte

I figli della notte

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Esordio nel lungometraggio per Andrea De Sica, discendente della nobile casata cinematografica, I figli della notte è un’opera prima ambiziosa e lontana dalle consuetudini dell’attuale cinema italiano mainstream. L’esito è tuttavia irrisolto e inferiore alla somma dei suoi singoli elementi. In concorso al TFF.

Non c’è amicizia, non c’è convenienza

In un esclusivo collegio isolato in mezzo a montagne innevate, Giulio è tra gli ultimi arrivati e viene a confrontarsi con un ambiente rigido e severo, regolato da ferrea disciplina. Presto il ragazzo stringe amicizia con Edoardo, un ragazzo che è stato lì inviato a seguito dell’emersione di alcuni disturbi comportamentali. I due scoprono in un bosco nelle vicinanze una casa di piacere, ma intanto nel collegio si ripetono fenomeni inquietanti… [sinossi]

La solitudine, l’abbandono, i legami e le loro negazioni. La società, l’egoismo, la mostruosità. Per il suo esordio nel lungometraggio Andrea De Sica, figlio del musicista Manuel e nipote di Vittorio, ha decisamente puntato alto, cercando innanzitutto di fuggire dalle consuetudini dell’attuale cinema italiano mainstream. Prima di ogni altra cosa I figli della notte sembra infatti voler recuperare atmosfere da cinema di genere, con qualche struscio verso la dimensione horror, ma inscrivendo tali evocazioni in un contesto più ampio, tra allusioni allegoriche e tentativi di ampio discorso sociale. È una precisa sociosfera che sta infatti a monte di un racconto cupo e claustrofobico: l’altissima società, pressoché imprendibile, dei collegi esclusivi, in cui rampolli di buona famiglia sono spediti per imparare a essere la nuova classe dirigente, prendendo prima di tutto confidenza con le regole, la (auto)disciplina, la privazione. Per molti di loro si tratta di un percorso di punizione ed espiazione per qualche malefatta o per aver palesato disturbi comportamentali. Ma tale collocazione non vuol certo limitarsi a raccontare se stessa: De Sica sembra voler prendere a exemplum quel collegio come immagine traslata di meccanismi universali di (dis)formazione. È la società intera che mangia i ragazzi, li rimastica e li restituisce mostri, pronti ad affrontare la vita adulta con la crudeltà richiesta. In tale direzione risultano altrettanto funzionali gli atti di nonnismo (in un paio di sequenze viene da pensare a I turbamenti del giovane Törless di Robert Musil) e la giustizia sommaria “interna”, con primo strumento l’isolamento di chi fa la spia. Pure la trasgressione, incarnata da una casa di piacere in mezzo al bosco, è garantita dal sistema/collegio: ulteriore strumento di controllo, ennesimo catenaccio che permette di trasgredire solo fin dove “voglio io”, altro strumento di conservazione e conformismo. Quel collegio, ricavato in un antico ed elegante hotel di Dobbiaco in Alto Adige, è un mostro desensibilizzante, che accoglie ragazzi per mandarli incontro a una selezione naturale. Solo chi riesce a tirar fuori la carogna da dentro di sé, a coccolarla e vezzeggiarla, può salvarsi e affermarsi. Gli altri, i più fragili, sono destinati alla sconfitta.

In tal senso I figli della notte parte da un immaginario sociale ben definito per piegarlo a una trattazione espressiva decisamente multiforme. È un film di atmosfere, di inquietudini prima trattenute e poi esplose, anche di eccessi audiovisivi (intenso ed espressivo il ricorso al commento musicale, del quale si è occupato lo stesso Andrea De Sica), che mostra una scaltra padronanza dei mezzi cinematografici. Ed è un buon merito la capacità di tratteggiare i personaggi e i loro rapporti, in particolare quell’impasto di fiducia/diffidenza tra i due protagonisti Giulio ed Edoardo, legati da una tipica relazione d’interdipendenza adolescente. Però, giunti alla conclusione del racconto, si ha la sensazione che ne I figli della notte la somma sia inferiore alla qualità dei suoi singoli elementi. Pur mosso dall’intenzione di procedere per ellissi lasciando qualche zona d’inespresso intorno al racconto, De Sica non sembra sostenuto da un lavoro davvero esauriente in sede di sceneggiatura, che mostra qualche buco e una sostanziale esilità. Se da un lato lo scioglimento sembra l’unico possibile e giunge a chiudere “necessariamente” il cerchio di un’avvenuta mostrificazione, dall’altro I figli della notte ci arriva fin troppo presto, affrettando il racconto sul finale dopo una lunga e laboriosa costruzione. E l’evoluzione di Giulio, del tutto coerente, è però meccanica e repentina, non del tutto giustificata dal racconto. La sensazione è quella dell’elefante dai piedi piccoli, un’opera prima decisamente ambiziosa (ancorché con qualche debito derivativo, specie nei vaghi richiami al cinema di Saverio Costanzo) che però ha ancora bisogno di ulteriori maturazioni. Resta comunque a favore del regista una buona direzione d’attori e una spiccata sensibilità per ambienti e atmosfere. E la capacità di evocare una dimensione nazistoide e repressa, che però, come troppo spesso accade nel cinema italiano, non trova il coraggio della radicalità. E come sempre non si sa mai dove finisca la gracilità dell’autore e dove inizi la pesantezza della committenza.

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Una clip de I figli della notte.
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