La bambola del diavolo

La bambola del diavolo

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Per la collana “Horror d’essai” arriva in dvd con CG Entertainment La bambola del diavolo, thriller che supera a pie’ pari i paletti del fantastico diretto nel 1936 da Tod Browning, già autore tra gli altri di Freaks, Dracula e Lo sconosciuto. L’occasione ghiotta per riscoprire l’opera di un regista che ha scavato come forse nessun altro negli anfratti del mostruoso, scoprendone sempre l’assoluta, totale, annichilente umanità.

Paul Lavond, un rispettato banchiere di Parigi, viene incastrato per furto e omicidio dai suoi soci e condannato ingiustamente. Anni dopo riesce a evadere dal penitenziario in cui è rinchiuso, sull’Isola del Diavolo, insieme al compagno di cella Marcel, uno scienziato. Durante la fuga carpisce a Marcel il segreto su una sostanza in grado di rimpicciolire gli esseri viventi alle dimensioni di giocattoli. Il processo di rimpicciolimento danneggia la mente dell’essere sottoposto all’esperimento, che però può essere controllato dalla volontà di qualcun altro. Lavond, travestito da vecchia signora, apre a Parigi un negozio di questi particolari “giocattoli”, imponendo essi la sua volontà mediante ipnosi per vendicarsi così di tutti coloro che hanno cooperato alla sua condanna. [sinossi]

Nell’inquadratura finale de La bambola del diavolo Paul Lavond, il protagonista che ha organizzato tutta la sua esistenza in modo da orchestrare una terribile vendetta verso gli uomini che lo hanno fatto ingiustamente imprigionare, si allontana dagli affetti, eclissandosi una volta per tutte, ma finalmente sereno. “Forse è il miglior giorno della mia intera vita”, confessa all’ascensorista che lo sta facendo scendere dalla vetta della Tour Eiffel, tornare con i piedi per terra nel vero senso della parola. Il giorno migliore della vita dell’ex-banchiere Lavond è quello in cui può finalmente dire addio alla sua esistenza, e a tutti i marchi che le sono state impresse sopra con violenza. Non sarà più nessuno, Paul Lavond. Forse non sarà nemmeno più vivo. Questo finale, riconosciuto da molti come uno dei più teneri e struggenti di un regista, Tod Browning, per il quale non viene naturale spendere aggettivi simili, sembra quasi preconizzare l’addio di Browning alla regia, che avverrà nel 1939 dopo il thriller Miracles for Sales; a cinquantanove anni, di cui circa venticinque passati dietro la macchina da presa, l’autore de Lo sconosciuto, Dracula e Freaks abbandona il palcoscenico della Settima Arte, in sordina. Morirà nel 1962, quasi completamente dimenticato ma già pronto per la rivalutazione postuma. Non sono stati molti i registi a Hollywood in grado di affrontare di petto l’industria senza retrocedere mai di fronte all’insorgere dell’istinto reazionario e borghese. Senza dubbio Browning fece parte di questa strettissima minoranza, ed è interessante notare come La bambola del diavolo raggiunse le sale ad appena un paio di anni di distanza dalla reale entrata in vigore del famigerato “Production Code”, passato alla storia come “Codice Hays”: nel seguire le vicende di Lavond, alle prese con l’invenzione folle di uno scienziato che può tornargli utile per placare la sua personale sete di vendetta, Browning schiva con maestria quasi tutte le restrizioni del codice – si eccettua l’impossibilità di mostrare un uomo e una donna a letto insieme, protagonista a suo modo di una delle sequenze più celebrate del film – da un lato dimostrandone l’inefficacia, e dall’altro segnalando la necessità di sabotare la censura attraverso le sue stesse armi.

È un’opera volutamente ambigua, La bambola del diavolo, e sembra sempre mascherarsi di fronte agli occhi dello spettatore, emulando in qualche misura lo stesso protagonista che, per non farsi braccare dalla polizia, vive a Parigi vestendo il ruolo di un’amabile vecchina proprietaria di un negozio di giocattoli. Già il dettaglio del travestitismo, enunciato con forza dal film, permette di cogliere l’approccio eversivo di Browning: laddove in altri contesti sarebbe stato il villain di turno a mascherare il suo vero volto per poter colpire indisturbato, qui è l’unico personaggio con cui il pubblico può cercare di immedesimarsi, l’innocente che vuole riabilitato il nome della sua famiglia e intende rivalersi sui ribaldi che lo truffarono e fecero arrestare, a farsi passare per un’anziana signora. E a sfruttare questo malinteso per uccidere. Non minacciare, non cercare prove che lo scagionino, no. Uccidere. Senza pietà alcuna. Secco ed essenziale come la produzione dell’epoca esigeva – il film supera di poco l’ora di durata – La bambola del diavolo condensa al proprio interno gran parte della poetica espressiva del suo regista, ma allo stesso tempo fa leva su uno script portato a termine anche grazie all’intervento di un altro grande eretico del cinema dell’epoca, Eric von Stroheim: l’arguto ebraismo austro-ungarico fa cozzare contro questo piccolo film nero come la pece un gigantismo concettuale che lo schiaccia, riducendolo alla stessa stregua dei bambolotti umani, privi oramai di cervello (e dunque di volontà) che Lavond utilizza per compiere i suoi terribili misfatti.
È tutto nella sua eterna lotta tra la tensione verso l’alto – spirituale ed emotivo, ma anche sociale, come l’intento del pazzoide Marcel, che sogna un’utopica umanità di esseri microbici, e così impossibilitati a patire la fame – e la naturale costrizione alla caduta al suolo, al basso, questo gioiello che la CG Entertainment permette ora di recuperare in un dvd dalla resa buona, sia sotto il profilo del video che dell’audio. Una versione che restituisce anche al pubblico italiano il film nella sua interezza – all’epoca fu smussato con una serie di tagli, con ogni probabilità per ridimensionare la crudeltà messa in scena senza particolari pentimenti.

Al di là di un ritmo serrato, e delle stupefacenti invenzioni ottiche che gareggiano con altri classici degli effetti speciali come King Kong, Il mondo perduto e L’uomo invisibile, La bambola del diavolo trova ulteriore compimento nella stratificata lettura del dominio dell’uomo sull’uomo, che passa dal raggiro economico (quello per cui Lavond si ritrova in prigione, anche se il film si apre proprio sulla sua fuga tra le paludi insieme al compagno di cella Marcel) al controllo della mente e del corpo e, infine, all’omicidio. Un mondo di sopraffazione, dove anche i sognatori sono solo dei poveri pazzi, e l’unica speranza è quella di preservare un’oncia di purezza nell’amore tra due giovani. Un amore che trova senso e compiutezza sempre e solo sulla sommità della Torre Eiffel, là dove gli uomini e le macchine che si affannano per le vie di Parigi sembrano solo dei piccoli insetti, inoffensivo e microscopici. Quell’infinitesimale che diventerà ancor più riflessione filosofica nel capolavoro di Jack Arnold Radiazioni BX: distruzione uomo, ma che Browning dimostra di saper maneggiare già con estrema cura; il mostruoso, inteso come semplice riflesso dei lineamenti umani, ha sempre rappresentato la centralità del suo sguardo. Nel suo schema da fiaba nera, in cui ogni digressione inessenziale è vietata, Browning riesce a scendere nell’intimo cupo e disadorno urlo di rabbia e vendetta di un uomo che, con le fattezze di Lionel Barrymore, vive eternamente con un ghigno sul volto, che non ha nulla di divertente e ancor meno di rassicurante. Ma che racchiude solo tragedia. “Forse è il miglior giorno della mia intera vita”, afferma mentre scende a terra, di nuovo umano e per questo però forse condannato a uccidersi, così come fece sua moglie per la vergogna mentre lui si trovava in carcere. Così come ha scelto anche la folle Malita (la veneziana Rafaela Ottiano, emigrata a Ellis Island nel 1910 a ventidue anni), consorte di Marcel e sorta di Elsa Lanchester/moglie di Frankenstein incanutita e zoppicante, che si è fatta esplodere con tutto il laboratorio, portando con sé nella tomba il progetto del marito di ridurre di dimensioni l’intera umanità, senza per questo far smarrire la materia cerebrale. Che però in molti, suggerisce un sardonico Browning, forse non hanno mai avuto.

Info
La bambola del diavolo, un trailer.
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