Silver City

Silver City

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La speculazione edilizia, l’immigrazione clandestina e il suo sfruttamento, la Storia trasformata in attrazione turistica e/o in strategia politica, non sono più nemmeno oggetto di denuncia in Silver City di John Sayles, ma fattori incorporati in una società autoimmunizzante, in cui non resta più nulla da denunciare, se non la società stessa, tutt’intera.

La pesca miracolosa

Dikie Pilager è il candidato al congresso del Colorado. Figlio di un ex-governatore, la sua famiglia possiede di fatto metà dello Stato e cura gli interessi di una serie di uomini d’affari con le mani in pasta ovunque: edilizia, estrazioni minerarie, informazione, sanità, tabacco. Nel corso delle riprese en plein air di un edificante spot elettorale, il candidato pesca inavvertitamente un cadavere nelle verdi acque del lago Arapaho. Il suo manager tuttofare Chuck Raven si preoccupa allora di stilare una lista di sospetti e affida le indagini all’investigatore locale Danny O’Brien …. [sinossi]

É sempre un compito improbo rendere conto dell’intreccio alla base di un film di John Sayles, e Silver City (2004) non fa eccezione, di fatto il film è irriducibile al suo nudo plot, dal momento che la sua trama è fitta di reticoli narrativi saldamente intrecciati con i valori di una Nazione e la loro prassi, non sempre ortodossa. L’epica poi, già da tempo rintracciabile soltanto nelle pubblicazioni readers digest, è qui affidata in ultima istanza agli slogan elettorali che interrompono qua e là le varie storie, vergati in didascalie dalla disarmante ovvietà. Ma soprattutto quello che resta dell’epos dell’ovest, secondo il regista assolutamente da non rimpiangere, si incarna nelle due brevi esternazioni del grande burattinaio Wes Benteen (Kris Kristofferson) che prima accusa il governo federale di sottrarre al “popolo” i terreni per realizzare parchi nazionali, mentre “la terra è per le persone che la possono comprare”, e poi passa a invocare la mai troppo rimpianta giustizia di frontiera. Un discorso che si sposa perfettamente con le sagge parole di Chuck Raven (Richard Dreyfuss), il consigliere spirituale del candidato al congresso del Colorado Dikie Pilager (Chris Cooper) che ama predicare il vecchio testamento, di certo più adatto ad una strategia politica in quanto, come dimostra la storia di Mosè e del vitello d’oro, autorizza l’esercizio di autorità e violenza e avvalora senza remore la sempreverde legge del taglione.

Quando nel corso delle riprese en plein air di un edificante spot elettorale, il candidato Dikie Pilager pesca inavvertitamente un cadavere nelle verdi acque del lago Arapaho, l’investigatore locale Danny O’Brien (Danny Huston) viene incaricato delle indagini, che proseguono parallelamente alla campagna elettorale, snocciolata nei suoi rivoli più multiformi, composti come reticoli di una ragnatela. Alcuni collegamenti, tra pubblico e privato, tra Storia e politica, si vedono solo se osservati in controluce, ma la vista non basta e non è certo il punto forte di questo insolito detective, sempre pronto a teorizzare sulla differenza tra “private eye” e “investigator”. Quasi un novello Jack Gittes (i riferimenti a Chinatown di Roman Polanski tornano nelle lotte di potere per l’approvvigionamento idrico) Danny O’Brien ha un trascorso da giornalista indipendente e per vederci chiaro traccia articolati appunti sulle pareti del suo appartamento, ma non vede di fatto le annotazioni sul calendario della cucina lasciati dalla sua donna, che già da mesi pianificava un trasloco.

Il razzismo, l’immigrazione clandestina e il suo sfruttamento, la speculazione edilizia, la storia recente che si fa commercio, che viene trasformata in attrazione turistica e poi in strategia politica, sono elementi non più di una denuncia, ma segnalati da Sayles come fattori incorporati nella società autoimmunizzante, in cui sembra non resti nulla da denunciare, se non la società stessa, tutt’intera. Lentamente, come in una sorta di versione politica di Viale del tramonto, ci si identifica col morto, tutti quanti, come ben indica l’agghiacciante finale di Silver City, e anche se qui il cadavere non parla, resta comunque, proprio come nel capolavoro di Billy Wilder, il motore immobile delle azioni.

Dickie Pilager invece parla, sempre, costantemente, anche dai televisori accesi senza volume, tanto le sue parole sono ovvie, prive di colore, valide per qualsiasi posizione. Preso atto del definitivo scollamento avvenuto tra linguaggio e comunicazione, l’informazione libera scorre ora sul web, che si è fatto carico dell’onere ugualitario che la tv agli inizi propugnava, prima della volgarizzazione della democrazia in populismo da talk show o, peggio ancora, in propaganda elettorale. I dilemmi intimi, che Sayles ha sempre saputo descrivere con toccante realismo, si fanno da parte in Silver City, per lasciare spazio alla rappresentazione della tragedia sociale in corso. Dal momento che assume l’informazione come argomento e fine ultimo dell’intero film, Silver City è, di fatto, controinformazione, dura e senza remore.
Una splendida sequenza bucolica restituisce un po’ di respiro, quando le luci dorate di un pomeriggio nello stato delle montagne rocciose, catturate dalla fotografia dell’inossidabile Haskell Wexler, fanno da sfondo all’interrogatorio della bella arciera Maddy Pilager (Daryl Hannah), una sequenza quasi onirica che poco si amalgama con il resto del film così amaro e senza compromessi, ma assai utile a mettere allo scoperto le debolezze del nostro detective e delle sue presunte certezze.

Quanto al sempre sublime Chris Cooper, l’attore, nei panni dell’inetto e balbuziente oratore, dà il meglio di sé e lascia trasparire quanto debba aver avuto non poche remore ad impersonare il ruolo di un candidato così iper-reale, in quanto debitore alle strategie politiche, venate di ereditarietà, della famiglia Bush. Mentre Danny Houston, che ha fatto della spossatezza e del disinganno la base del fascino del suo detective, si muove maldestro e basito attraversando una costellazione di sottotracce, unendo i punti, per scoprire che il disegno è complesso, ma decifrabile, riassumibile in una mappa, che però inevitabilmente non porta già più da nessuna parte, perché il territorio stesso è stato ridisegnato dal giro d’affari che gli ha imposto una nuova foggia, più elegante, sobria, rispettabile. Un banale quanto imprevedibile movimento tellurico può lasciare però delle significative scorie e anche una vena aurifera, per quanto risplendente, ha poi bisogno per poter essere adeguatamente sfruttata di agenti chimici dagli effetti letali, non smaltibili.

L’aspetto etico e politico, rispetto ai film precedenti di Sayles (pensiamo a Stella Solitaria o a La costa del sole), non emerge più dall’esposizione di una realtà umana o sociale immersa in location suggestive e metaforiche, perché persino queste ultime, non ci sono più: il paesaggio, la nostra città, la società, non ci appartengono, abbiamo affidato tutto alle cure amorevoli del Dickie Pilager di turno. Perciò non dobbiamo più preoccuparci di niente, andrà tutto bene, anche quando galleggeremo inerti e supini nelle acque del lago Arapaho. Cosa mai ci può accadere…

Info
Il trailer di Silver City.
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