Licantropia
di Grant Harvey
Licantropia è il terzo capitolo della saga sui lupi mannari dedicata alle sorelle Fitzgerald e inaugurata nel 2000 con Ginger Snaps. L’azione, in questo prequel, si sposta nel Canada del Diciannovesimo Secolo. Alla regia Grant Harvey, mentre le protagoniste sono sempre Emily Perkins e Katharine Isabelle.
Lupus con-fabula
Canada, XIX Sec. Le due sorelle Brigitte e Ginger Fitzgerald si sono perdute nella foresta ai limiti del Mondo Conosciuto. Trovano rifugio in un fortino abitato da un gruppo di uomini molto strani che sembrano nascondere un terribile segreto, ma si rendono conto della pericolosità del luogo quando vengono attaccate da un branco di pericolosi lupi mannari. L’unica persona in grado di poterle salvare sembra essere un enigmatico cacciatore indiano, ma una delle due ragazze viene morsa da un licantropo e si trasforma lei stessa in un malvagio essere assetato di sangue… [sinossi]
Tra i mostri derivati dalla classicità il lupo mannaro è senz’ombra di dubbio l’essere più vicino alle esigenze visive della contemporaneità; corpo in trasformazione, paradigma del deforme, esemplificazione all’interno dei codici del genere dell’ibrido e del meticcio. Non a caso il momento topico nella messa in scena dei werewolve negli ultimi venticinque anni non è concentrato nell’atto animalesco della caccia, bensì nella trasformazione al chiaro di luna; è così nel duello a distanza Dante/Landis, firmatari degli splendidi The Howling e An American Werewolf in London che rinverdirono e attualizzarono il tema dopo decenni di anoressia produttiva del soggetto, ed è così negli stanchi epigoni come Teen Wolf – tradotto in Italia con un meno diretto Voglia di vincere, e nel quale si ricercava fallendo una pur interessante fusione tra il teenage horror e la commedia alla John Hughes – e Silver Bullet.
Trasformazione che ha invece perso il suo peso nel bello e sottostimato Cursed di Wes Craven, nel quale l’esperimento lasciato intentato in Teen Wolf ha trovato il suo completamento, cinema/corpo in metamorfosi accudito nella postmoderna coperta del transgender così come il licantropo costretto dalla lunatica maledizione a vivere nella linea di demarcazione tra uomo e bestia. Come nel film di Craven/Williamson anche in Licantropia la ricerca visiva esula dalla rappresentazione degli effetti della luna piena, cercando più che altro di mettere in moto un meccanismo che inneschi e porti a compimento le relazioni interpersonali tra i personaggi. Ma per comprendere appieno il senso della sceneggiatura di Stephen Massicotte e Christina Ray è necessario mettere in un cantuccio il sensazionalistico titolo italiano e adottare l’originale Ginger Snaps Back: the Beginning, che delinea con estrema precisione non solo il carattere epico – con l’(anti)eroina messa da subito in primo piano – ma anche il ruolo di prequel, elemento diventato di volta in volta sempre più essenziale nelle saghe moderne, dalle lucasiane guerre stellari fino a Batman, senza dimenticare le digressioni televisive a cui fu costretto un decennio fa il giovane Indiana Jones.
Nell’opera che si sta trattando qui assistiamo ai prodromi di Ginger Snaps, produzione canadese del 2000 diretta da John Fawcett (il suo ultimo lavoro, The Dark, è sceneggiato proprio da Stephen Massicotte), inusuale esempio di romanzo di (tras)formazione mascherato da horror – o viceversa, a vostra scelta – nel quale il tema della licantropia serviva a entrare nell’universo adolescenziale della protagonista e della di lei sorella. Raramente le turbe giovanili erano divenute oggetto dello sguardo in modo così totale e diretto, pur mantenendo nella struttura narrativa i tratti peculiari della fabula: non a caso le riletture critiche del Cappuccetto Rosso vedono nelle disavventure della bambina in visita alla nonna la metafora della perdita della verginità (e non parlava forse di una perdita di verginità sociale M. Night Shyamalan in The Village, con i lupi nascosti nel bosco e l’uso del rosso – colore del sangue e della violenza, ma anche delle mestruazioni, la “verginità che si tingeva di rosso” per dirla con le parole di Fabrizio De André – inibito agli abitanti della comunità?). Sarebbe anche interessante tracciare un ideale trait d’union tra Ginger Snaps e Lycantrophy, album d’esordio del giovane e geniale cantautore inglese Patrick Wolf (e con un cognome del genere, si dirà…): anche lì le trasmutazioni corporee indotte dal plenilunio servivano a identificare il passaggio tra l’infanzia e l’età adulta, ma un’analisi di questo tipo porterebbe troppo fuori strada.
Perché Licantropia non parla di questo: rispetto al suo antesignano sequel – ma anche rispetto a Ginger Snaps: Unleashed, numero due della saga girato contemporaneamente a questo da Brett Sullivan e mai uscito in Italia, horror venato di una sottile e persistente ironia e di una cinefilia costante che lo porta, in una fin troppo esibita fagocitosi di sé, a citare in calce Nothing di Vincenzo Natali, regista di Cube e storyboard artist del primo Gingers Snaps – il tema dell’adolescenza viene lasciato alle spalle, considerata anche l’età attuale delle due protagoniste Katharine Isabelle ed Emily Perkins, a favore di un concetto più classico di film d’avventura, privo all’apparenza di letture “altre”. L’azione si sposta addirittura nel 1815, in un avamposto di frontiera nelle terre selvagge del Nord America; le due giovani vi capitano vagando senza meta in seguito a un provvidenziale incontro con due pellerossa, una veggente e un giovane cacciatore. Ma la realtà è che il fortino è assediato da un branco di uomini divenuti lupi… Com’è possibile rilevare fin da questi pochi accenni né la struttura narrativa né il plot di partenza presentano particolari evasioni ai cliché del genere. L’idea del luogo circoscritto circondato dalle forze del male è alla base di buona parte dell’esperienza carpenteriana (Assault on Precint 13, The Thing e Ghosts From Mars in primis, ma anche parte di Fog ad esempio) così come il germe che si propaga che oltre alla poetica del cineasta statunitense non può non far venire in mente i baccelloni di Invasion of the Body Snatchers, i vermi di The Parasite Murders e il corpo estraneo ed extraterrestre dell’epopea di Alien. Non a caso l’escamotage ideato per riuscire a riconoscere gli appestati basa la sua scientificità sulla reazione che hanno le sanguisughe quando entrano in contatto con le vittime. Venendo a mancare di fatto l’eccentricità che animava la lettura di Ginger Snaps e, in parte, del seguito, e costretti a muoversi su topoi ben più consolidati appare necessario lavorare in maniera certosina sulla costruzione dell’atmosfera, ed è qui che risiede probabilmente il vero punto di forza dell’opera di Grant Harvey. Se la trovata di non calcare la mano sull’effetto speciale e sull’ibridismo uomo/bestia – in queste lande desolate chi diventa lupo lo è e basta, senza un apparente ritorno alla normalità – passa dopotutto ben presto in secondo piano lo stesso non si può certo dire della volontà di annullare gradualmente ma con costanza l’effetto sorpresa; il colpo di scena viene quasi sempre evitato – eccezion fatta per le varie comparse improvvise del personaggio di Jeffrey, vero e proprio teenage werewolf – a favore di una delirante e inevitabile caduta nel mælström dalla quale nessuno può uscire vivo, a parte le due eroine.
Ma questo già lo si sapeva, era specificato in quel “beginning” che dava completezza al titolo originale inglese, era impresso nella pellicola di quel tre anni prima che in realtà diventa un quasi 200 anni dopo. Non si sentiva forse la necessità di un prequel (ma piacerebbe rimarcare quel forse) e Licantropia non è un horror perfetto: ad esempio un’intuizione come il parallelismo tra la licantropia e le malattie infettive portate dagli europei nel Nuovo Mondo meritava maggiore attenzione che una sola battuta pronunciata da un pellerossa. Ma appare comunque giusto promuoverlo, soprattutto a fronte dell’immaginario orrorifico che viene regalato attualmente, dalla fastidiosa mediocrità concettuale di White Noise al pastrocchio senza capo né coda Boogeyman – e ancora si scuote increduli la testa all’idea che l’abbia prodotto Sam Raimi! Anche per ribadire l’urgenza di un horror che torni a interrogarsi sul ruolo da attribuire al cosiddetto mood; qui lo sforzo di una ricerca in tal senso si percepisce, ma il panorama circostante rischia di essere un infinito piano deserto.
Info
Il trailer di Licantropia.
- Genere: fantasy, horror, western
- Titolo originale: Ginger Snaps Back: The Beginning
- Paese/Anno: Canada | 2004
- Regia: Grant Harvey
- Sceneggiatura: Christina Ray, Stephen Massicotte
- Fotografia: Michael Marshall
- Montaggio: Ken Filewych
- Interpreti: Adrien Dorval, Brendan Fletcher, David La Haye, David MacInnis, Edna Rain, Emily Perkins, Fabian Bird, Hugh Dillon, J.R. Bourne, Katharine Isabelle, Kirk Jarrett, Matthew Walker, Nathaniel Arcand, Stevie Mitchell, Tom McCamus
- Colonna sonora: Alex Khaskin
- Produzione: Combustion Inc.
- Distribuzione: Eagle Pictures
- Durata: 94'






