Vogliamo anche le rose

Vogliamo anche le rose

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Vogliamo anche le rose è un atto d’amore, essenziale e sentito, alle donne che come la regista (prima di lei, considerando il fattore anagrafico) sentirono la necessità di riscoprire il loro ruolo, il loro senso, le proprie esigenze vitali.

Tremate, tremate, le donne son tornate

Anita, Teresa e Valentina non si sono mai incontrate. Hanno vissuto nell’Italia degli anni sessanta e settanta, in età diverse e in città lontane. Ma le loro storie vere, riportate in diari privati, sono in un’ideale continuità, testimonianza di lotte famigliari e politiche, personali e collettive, per affermare autonomia, identità e diritti in un Paese patriarcale. [sinossi]
Orrore orrore
mi fai vomitare
e vicino a te
mi sento male
Tu non pensi che al tuo uccello
Tu non pensi che a scopare
Sei un duro
ma sta’ sicuro
io mi incazzo
e ti spacco il culo.
Kandeggina Gang, Orrore (1980)

Dobbiamo essere sinceri: ciò che ci ha maggiormente rassicurato, al termine della visione di Vogliamo anche le rose, è stata la memoria retrospettiva di Per sempre. Il precedente lavoro documentario di Alina Marazzi (visto in anteprima sempre a Locarno, dove la cineasta italo-svizzera è per ovvie ragioni di casa), ci aveva lasciato freddi; forse per l’eccessiva vicinanza con la visione dello stupefacente Un’ora sola ti vorrei, forse per il carico di aspettative che avevamo riposto in lui, ma il ritratto della vita monacale ai giorni nostri aveva prodotto in noi un senso di delusione duro da cancellare.
Sono passati due anni da quella visione, ed è stato necessario incontrare Vogliamo anche le rose per farci comprendere realmente il senso di Per sempre: potrà forse apparirvi come un paradosso, ma senza questo lungometraggio – il primo, per la Marazzi – dedicato alla questione femminile negli anni ’60 e ’70, avremmo continuato a ricacciare l’opera immediatamente precedente nel limbo indistinto e scomodo dei lavori incompiuti, minori, tutt’altro che indispensabili. Intendiamoci, non siamo arrivati al punto di ribaltare completamente il nostro pensiero, e senza dubbio Per sempre continua a lasciare in noi una serie non indifferente di dubbi, ma per lo meno ora siamo in grado, forse, di comprendere la molla che spinse la regista a muoversi in quella direzione.

C’è un filo invisibile che collega le ultime tre opere della Marazzi, legandole con forza; potremmo addirittura arrivare a considerare Un’ora sola ti vorrei, Per sempre e Vogliamo anche le rose una trilogia (del tutto espandibile: non ci sorprenderemmo nello scorgerci, nei prossimi anni, a rielaborare questo scritto parlando di tetralogie, pentalogie, decaloghi), dove a svolgere il ruolo primario e duplice di soggetto e oggetto è la donna, nella sua accezione più ampia. In questo caso la Marazzi va a scandagliare l’evoluzione della donna come corpo sociale a se stante, un processo ancora in fase di definizione ma che visse il suo apice, il momento di gloria (come l’intera storia degli sconvolgimenti sociali nel nostro paese), in quel periodo storico che va a cavallo dagli albori del ’68 – e dunque dal biennio ’66/’67 – fino agli ultimi residui del furore barricadero del ’77. Lo fa, ed eccola subito la prima intuizione geniale, non elaborando un documentario classico, ma affidandosi alla lettura dei diari di tre donne che attraversano, come una lama incandescente, l’intero spettro dell’Italia dell’epoca: Anita è una giovanissima adolescente oppressa dalla figura paterna e in cerca di un proprio spazio nel mondo, spaventata dalla sessualità e disgustata dalla prassi amorosa che la circonda. Teresa è una barese che regala al suo diario lo straziante travaglio di una interruzione di gravidanza (“ho scoperto che è un mio diritto decidere sul mio corpo” è l’affermazione, magari naïf agli occhi di oggi, che ne fotografa con maggior chiarezza lo stato d’animo), Valentina tratteggia con precisione quasi certosina la sua ricerca di un equilibrio reale tra le esigenze della vita militante all’interno dei gruppi femministi e il rapporto burrascoso con l’altro sesso, amato e disprezzato allo stesso tempo.

Le rievocazioni di questi tre elaborati intimi si mescolano, da un punto visivo e sonoro, con una ricerca d’archivio che spazia dal cinema d’avanguardia (quanto appaiono al contempo desueti e attuali i frammenti presi da Anna e Festival del proletariato giovanile al Parco Lambro di Alberto Grifi, a loro volta fotografie lucide di un mondo in sommovimento) ai caroselli, dagli inserti dei telegiornali a documentari di vario tipo, in un percorso cognitivo non solo dell’evoluzione del ruolo della donna, ma della stessa educazione allo sguardo per una nazione che, come segnala un giovane intervistato all’uscita di Helga di Erich F. Bender, si è mossa in questo senso con notevole ritardo rispetto al resto dell’Europa.
Ma Vogliamo anche le rose permette, nella sua analisi che parte dal particolare per adattarsi a una riflessione sull’universale, di rintracciare il nocciolo dell’esistere al cinema di Alina Marazzi: non c’è alcuna pretesa di oggettività all’interno del documentario, così come non viene mai meno la presenza dello sguardo della regista. È la sua elaborazione quella a cui assistiamo, e la forza con la quale ci viene esposta è tale che è impossibile non ammirarla: non serve entrare in profondità nelle idee e nelle necessità dell’intera popolazione (per quanto vi sia, nella pellicola, un minimo di equità, non è possibile rintracciare alcun personaggio guida maschile) perché Vogliamo anche le rose è un atto d’amore, essenziale e sentito, alle donne che come la regista (prima di lei, considerando il fattore anagrafico) sentirono la necessità di riscoprire il loro ruolo, il loro senso, le proprie esigenze vitali.

Ed ecco che arriviamo a riallacciarci ai lavori immediatamente precedenti a questo: i dubbi e le paure di Anita, Teresa e Valentina sono esattamente gli stessi che si poneva – in maniera maggiormente ansiogena, ma la questione non cambia poi di molto – Liseli, la madre morta suicida quando Alina aveva appena sette anni, il grande rimosso, la scomparsa immane che ne ha segnato in maniera lacerante quel Un’ora sola ti vorrei che continuerà a rimanere il suo capolavoro per la capacità di agitare le acque del cinema inquinandole con il dolore privato, intimo, insondabile della perdita degli affetti. Ma sono allo stesso modo anche i dubbi che turbavano l’animo di alcune monache in Per sempre, spinte a riflettere dalla solitudine e dal silenzio ieratico della vita in clausura; perché, questo sembra realmente volerci dire la Marazzi, le rivoluzioni sessuali che si sono susseguite (e delle quali ci viene fatto un sintetico elenco prima dei titoli di coda) non hanno ancora raggiunto la loro vera maturazione, non sono ancora riuscite a spingersi al di là del senso comune, al di là del tempo a cui appartengono. Le menti delle donne sono ancora in subbuglio, il raggiungimento della pace tra i sessi forse solo un miraggio, per una serie di motivi che sarebbe stupido, oltre che sfiancante, stare qui a enunciare: quando Valentina afferma, alla fine del diario “dal 1977 gli uomini e le donne escono entrambi sconfitti” è impossibile non annuire in segno di approvazione. La nostra società – ma forse, velatamente, tutte le società occidentali – ha mascherato il problema dietro una tenda di apparente tranquillità, ma i mari sono ancora in burrasca.
C’è ancora bisogno di riscoprirsi parte di un mondo che non possiamo conoscere (come cercarono di fare Don Milani nel suo Lettera a una professoressa e, in maniera forse meno “universale”, Carla Lonzi attraverso i suoi scritti) per poterne leggere le pieghe, anche quelle nascoste dal rutilare del tempo.

Diventa dunque ancora una volta essenziale l’azione documentaria di Alina Marazzi, accompagnata qui dalle musiche (puntuali, irsute e sbarazzine) dei Ronin di Bruno Dorella – colui che fu batterista nei seminali Wolfango e che, a capo di OvO e Bachi da Pietra, sta segnando il rock indipendente di questo millennio –, perché ci permette di fotografare un’epoca senza la sgradevole sensazione di cristallizzarla e di renderla sbiadito retaggio mnemonico, atto ai nostalgici sorrisi a mezza bocca; al contrario, Vogliamo anche le rose è un film vivo, perché la materia del passato non ha timore di proporsi come contemporanea e, chi lo sa, futura. Ed è della sua vita, della sua (ancora una volta!) aura privata, che noi oggi ci nutriamo.

Info
Il trailer di Vogliamo anche le rose.
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