Jay
di Francis Xavier Pasion
Il filippino Francis Xavier Pasion esordisce alla regia con Jay, prodotto ambizioso e bizzarro che sa ragionare sul mezzo e sul senso della visione in una contemporaneità sempre più grottesca e priva di morale. In Orizzonti a Venezia 2008.
Reality Show con il morto
Un giovane professore gay viene trovato ucciso nel suo appartamento di Manila. Ad appropriarsi della vicenda è un’emittente televisiva il cui programma di punta è incentrato su delitti efferati e casi di cronaca nera: la troupe si reca a casa della madre e dei fratelli del morto, ancora ignari di tutto, per registrare una puntata del programma. [sinossi]
Qualcosa di importante sta agitando le acque del cinema filippino negli ultimi anni: seguendo l’ispirazione di autori controcorrente come Lav Diaz e Brillante Mendoza (e con un occhio di riguardo verso i due numi tutelari dell’industria cinematografica di Manila, Lino Brocka e Mario O’Hara), molti giovani autori si stanno lanciando sulla ribalta snobbando, almeno a prima vista, le comode vesti cucite su misura per loro dal cinema istituzionale per affrontare in maniera più diretta le problematiche intrinsecamente legate alla terra in cui sono cresciuti. Fautori di un cinema che non ha paura di considerarsi “terzo mondo”, questi cineasti stanno creando una vera e proprio new wave in lingua tagalog; ottimo esempio di questa scena artistica è stato possibile rintracciarlo in Jay, opera prima del trentenne Francis Xavier Pasion in concorso nella sezione Orizzonti. Jay è un prodotto ambizioso e bizzarro: nel suo attacco viscerale e privo di compromessi al mondo della televisione sposa un’estetica da reality show, con un abuso di macchina a mano e una grana sporca, in cui i pixel giocano un ruolo di primaria importanza. Nel descrivere le bassezze di un mondo cresciuto nel culto idolatra dell’immagine, Pasion si affida a una messa in scena altrettanto greve, a bassissima risoluzione, priva di filtri e disgustosa quasi quanto ciò a cui assistiamo sullo schermo. La storia è quanto di più agghiacciante sia stato possibile incontrare di recente. Il vero punto di passaggio, lo snodo definitivo che spinge Jay verso le alte vette che a nostro parere raggiunge, è proprio qui: dopo averci mostrato la terrificante neutralità emotiva della troupe di fronte all’immane tragedia che ha colpito la famiglia di Jay, Pasion spinge la propria macchina fino alle estreme conseguenze, disegnando un panorama desolante, in cui nessuno è immune dal morbo dell’apparire. La famiglia del defunto riesce quasi da subito a mettersi in scena nel documentario televisivo, interrompendo le lacrime al momento opportuno e iniziandosi a gestire da vere e proprie star del cinema (“mi hai detto tu di piangere” afferma alla videocamera una delle ragazze intervistate senza la benché minima vergogna), arrivando al punto da ricattare, in maniera subdola, lo stesso format che gli stando la celebrità tanto agognata.
Leggere Jay come una messa alla berlina della televisione e del suo fascino perverso è senza dubbio giusto, ma a nostro modo di vedere rischia di restringere il campo della contesa: abbiamo l’impressione che il vero e proprio bersaglio osservato nel mirino da Pasion non sia il tubo catodico, ma l’intera realtà filippina. Semmai la televisione può essere vista come la punta dell’iceberg, il simbolo supremo, la metafora perfetta, ma è il sistema politico e culturale di Manila e dintorni il nucleo contro cui si scaglia questo esordio coraggioso: l’idea di “rifare il lutto”, di piegare anche le più basilari radici del proprio culto alle regole del mercato e del proscenio, è un orrore che si spinge ben oltre la mera invettiva contro i mass media. Si spiega così anche il riferimento a uno dei disastri ambientali che più ha scosso le Filippine negli ultimi decenni, l’eruzione del vulcano Pinatubo che nel 1991 si risvegliò da un sonno secolare con una violenza inaudita: è come se nel caos primigenio provocato dalla palingenesi naturale si fossero smarrite anche le Filippine, in un percorso verso gli inferi che non sembra essersi ancora concluso. La realtà deve essere filtrata dal mezzo meccanico perché è “noiosa”, non interessa più nessuno, non può sperare in un’audience accettabile. Parlando della terra in cui vive, il giovane regista spalanca una finestra sul mondo, e ci costringe a riflettere sui cambiamenti a cui anche la cultura occidentale è stata costretta ad abituarsi per far spazio a un uso sempre più invasivo e falsificato dell’immagine.
Solo un mockumentary (o qualcosa di molto simile a esso) poteva evidenziare l’inaccettabile compromesso con la realtà al quale siamo continuamente spinti, a volte anche a nostra insaputa: è così che acquista ancora più forza il set sul set dell’ultima sequenza, quell’effetto domino che ci dà l’impressione di non avere alcuna possibilità di uscire dal gioco, di essere costretti a fingere anche di fronte alla finzione stessa. Un film scomodo, Jay, talmente raffazzonato da poter sembrare “mal fatto”, ma in profondità lucido e spietato. Si esce dalla sala con lo sguardo fisso a terra e una febbricitante sensazione di inadeguatezza: ma sorridete, siete in onda.
Info
Jay, il trailer.
- Genere: drammatico, grottesco, mockumentary
- Titolo originale: Jay
- Paese/Anno: Filippine | 2008
- Regia: Francis Xavier Pasion
- Sceneggiatura: Francis Xavier Pasion
- Fotografia: Carlo Mendoza
- Montaggio: Chuck Gutierrez, Francis Xavier Pasion, Katrs Serraon
- Interpreti: Angelica Rivera, Baron Geisler, Coco Martin, Flor Salanga, J.C. Santos, Jericho Espiritu
- Colonna sonora: Gian Gianan
- Produzione: Cinemalaya
- Durata: 96'



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