S. Darko

S. Darko

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Diretto da un onesto mestierante sempre a metà tra l’indipendenza autoriale e il vorrei-ma-non-posso delle grandi major, S. Darko evapora letteralmente quando si trova costretto a sviluppare una seppur flebile idea di narrazione dietro alla miriade di salti avanti e indietro nel tempo che costellano la pellicola.

Quando il sequel uccide il prequel

La pellicola è ambientato nel 1995, sette anni dopo il primo film. In S. Darko Samantha segue la sua amica Corey in viaggio dalla Virginia alla California. I loro sogni svaniscono quando la macchina con cui viaggiavano si rompe poco fuori Coney Springs, un piccolo paese nello Utah. Le due incontrano per caso un ragazzo di nome Randy, che si offre di sistemare loro la macchina; nell’attesa le due affittano la stanza di un Motel il cui proprietario è un amante di storie cospiratorie, UFO e film di fantascienza. Durante la notte, una versione morta di Samantha appare a un ragazzo del posto di nome Justin, che sedeva vicino a un mulino a vento. Lei gli preannuncia la fine del mondo entro 4 giorni, 17 ore, 26 minuti e 32 secondi... [sinossi]

Poco più di un anno fa, Richard Kelly, il regista di Donnie Darko, bersagliato da domande sul sequel della sua celebre pellicola scrisse così sul proprio blog: «I haven’t read this script. I have absolutely no involvement with this production, nor will I ever be involved. I have no control over the rights from our original film, and neither I nor my producing partner Sean McKittrick stand to make any money from this film».
Visto sullo schermo il risultato di questo presunto sequel, non fatichiamo assolutamente a immaginare quanto possa essere lontano dal pensiero di Richard Kelly e quanto quest’ultimo se ne sia voluto tenere distante. Se togliete a Donnie Darko – sicuramente uno dei casi cinematografici più interessanti degli ultimi anni (soprattutto per come si è sviluppato, probabilmente uno dei primi grandi successi figli dell’era di internet, visto che gran parte del successo la pellicola lo deve al web) – il fascino del mistero ottenuto dalla mancanza di tante risposte ai quesiti che il film si diverte ad affastellare, vi rimarrà in mano un mucchietto di teorie perlopiù bislacche. S. Darko è esattamente questo, una sequela di espedienti, nemmeno teorie, buttate là senza soluzione di continuità, frutto di una drammaturgia all’acqua di rose che contamina l’intera pellicola.

Il forte influsso new age che comunque si avvertiva forte nel primo episodio, soprattutto nel prendere spunti dalle più diverse branche del sapere, in questo secondo capitolo prende decisamente il sopravvento, lasciando però trasparire una pochezza teorica davvero imbarazzante. Si può essere critici quanto si pare su certe derive proprie del pensiero new age applicato al cinema ma su una cosa si deve essere assolutamente d’accordo: che sia supportato da un contesto filmico adeguato, ovvero che non si lasci la pellicola in preda alle farneticazioni più disparate ma creando intorno a esse un discorso cinematografico che sia necessario e sufficiente, proprio come quelle condizioni che sono alla base del pensiero matematico (e non a caso ci riferiamo al pensiero matematico, visto che è alla base delle speculazioni scientifiche di Donnie Darko). Il film di Richard Kelly, pur ammettendo magari una sua non completa riuscita, così come – tanto per fare un altro esempio – il Matrix dei fratelli Wachowsky, riusciva a corroborare ricercatezza visiva e uno sguardo cinematografico particolarmente forte a una base scientifica che, seppur eterogenea, non prendeva mai il sopravvento sull’intero film (va altresì ricordato che lo stesso Kelly ha creato un testo chiamato La filosofia del viaggio nel tempo, zeppo di riferimenti pseudo-scientifici su warmhole e universi tangenti, preso poi a pretesto dagli autori del secondo capitolo della serie). S. Darko invece è troppo impegnato a dare risposte credibili (?) e plausibili (?) a quei quesiti che nella pellicola di Kelly non erano assolutamente chiusi, ma che anzi venivano lasciati allo spettatore, il quale aveva la possibilità di interpretarli come meglio credeva, e che è stata molto probabilmente una della maggiori cause del suo successo.

Diretto da un onesto mestierante (Chris Fischer) sempre a metà tra l’indipendenza autoriale e il vorrei-ma-non-posso delle grandi major (di cui forse giova ricordare giusto Dirty, con protagonista Cuba Gooding Jr.), S. Darko evapora letteralmente quando si trova costretto a sviluppare una seppur flebile idea di narrazione dietro alla miriade di salti avanti e indietro nel tempo che costellano la pellicola. Pochezza narrativa che ben si esprime nella singolare varietà dei personaggi proposti: la sorellina di Donnie, qui cresciuta (bene) e interpretata dalla stesse attrice del primo episodio, è una Alice sì spersa ma soprattutto noiosa; c’è poi un prete pedofilo e una masnada di bambini scomparsi (tanto per non farsi mancare nemmeno un cliché); un’ultracattolica stile Sarah Palin interpretata dalla (ex) stripper Elizabeth Berkley (sua la battuta cult del film: «con la modernità sono arrivate le droghe e il sesso anale»); non poteva mancare poi il solito strampalato reduce dell’Iraq, chiamato molto emblematicamente Iraq Jack, che si prende ovviamente colpe non sue; e poi ancora morti, non-morti e mezzi morti tutti insieme appassionatamente a zonzo per le lande desertiche dello Utah.
Singolare (ma non troppo) che tutti i protagonisti del film guardino continuamente il cielo. Forse aspettano un segno di vita oltre a quelli (inesistenti) della sceneggiatura.

Info
Il trailer di S. Darko.

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