This Must Be the Place

This Must Be the Place

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Con This Must Be the Place Paolo Sorrentino affronta gli Stati Uniti con un road-movie furbo, poco ispirato, più interessato al bozzetto fine a se stesso che alla narrazione. Un passo indietro nella filmografia del regista italiano.

Naive Melody

Cheyenne, rock star ritiratasi dalle scene, conduce la vita annoiata e monotona di un pensionato benestante in Irlanda. Dopo essere tornato a New York in seguito alla morte del padre, Cheyenne viene a conoscenza del dramma che questi aveva vissuto come internato ad Auschwitz e dell’umiliazione inflittagli da un ufficiale SS. Nel cuore dell’America Cheyenne intraprende così il viaggio che cambierà la sua vita, nella necessità di decidere se sta cercando redenzione o vendetta… [sinossi]
Home
Is where I want to be
Pick me up and turn me round
I feel numb
Born with a weak heart
I guess I must be having fun.
Talking Heads, This Must Be the Place (1983)

Si erano unite forze economiche da ogni parte del mondo per dare la possibilità a Paolo Sorrentino di fare il proprio esordio “all’estero”, dopo i fasti internazionali vissuti con i suoi primi quattro film e in particolar modo con Il Divo. Dopo aver vinto il Premio della Giuria proprio con lo splendido ritratto di Giulio Andreotti, Sorrentino torna sul luogo del delitto, la Croisette, per presentare This Must Be the Place. Il progetto fin dai titoli di testa si palesa in tutta la sua ambizione: un cast che vede Sean Penn attorniato da Frances McDormand, Judd Hirsch, Harry Dean Stanton e David Byrne (nella parte di sé stesso); una crew che somma Luca Bigazzi alla fotografia, David Byrne alla colonna sonora e Will Oldham aka Billie ‘Prince’ Billy alle canzoni; una tematica, quella della Shoah, a dir poco ingombrante.
Eppure l’impressione, forte, è che tutto questa macchina produttiva sia stata messa in piedi partendo da una suggestione che sfiora la farsa, vale a dire Sean Penn truccato come una star decaduta del goth-rock, lo sguardo perso nel vuoto e la vocina squittente. Questo è infatti il leit-motiv dell’intera pellicola, il pedinamento di un personaggio ridicolo, inadatto al mondo che lo circonda, quasi una versione zombie dei Leningrad Cowboys di kaurismäkiana memoria: il problema è che tra la consapevolezza autoriale del cineasta finlandese e la voglia di stupire messa sul piatto da Sorrentino si evidenzia una discrepanza enorme. La lucidità espressiva che aveva contraddistinto il cinema di Sorrentino fin dal suo clamoroso esordio L’uomo in più si smarrisce qui in un bozzettismo esasperato, ingiustificata sete di sovrabbondanza che finisce inevitabilmente per rendere sterile e vacua la progressione narrativa del film, soffocandola. Perché a conti fatti raccontare la storia di un uomo che riscopre se stesso inseguendo in lungo e in largo per gli States l’ufficiale nazista che rappresentava l’incubo di suo padre poteva anche essere un soggetto interessante, se solo non fosse stato trattato con tanta supponenza e superficialità. Sean Penn/Cheyenne si perde tra New York, il New Mexico e l’Utah, e la macchina da presa di Sorrentino avrebbe dovuto accontentarsi di questo: invece lo sguardo del cineasta campano non riesce a resistere alla tentazione del bizzarro, neanche stesse cercando di imitare stili e strutture che non gli appartengono e non sa maneggiare (chiunque rintracci in This Must Be the Place scorie sbrindellate dell’arte di Wes Anderson non deve stupirsi più di tanto).

Il film diventa dunque un’obesa accumulazione di stranezze fin dall’incipit irlandese (la cover-band di Will Oldham che si esibisce in un grande magazzino), per poi deflagrare in maniera irrefrenabile nella seconda metà, in cui si passa senza soluzione di continuità da una gigantesca bottiglia di birra che blocca il traffico a un’oca usata come animale da guardia, da un bufalo incontrato per caso in una capanna a una piscina costruita nel bel mezzo del deserto, da una partita a ping pong improvvisata in un bar di second’ordine a una roulotte dispersa nel nulla e circondata dalla neve. Innamorato di sé stesso e delle proprie indubbie capacità registiche, Sorrentino perde completamente il controllo del film, distratto da un mondo distante da quello in cui era abituato a muoversi. Il suo road-movie ha la naiveté di alcune discutibili sortite oltreoceano di Wim Wenders, incapace di lasciarsi andare completamente alla macchina produttiva hollywoodiana e allo stesso tempo superficiale rispetto alla rilettura del genere che potrebbe appartenere ad alcuni grandi cineasti europei. Troncato senza alcun motivo apparente in due parti distinte – l’Irlanda e gli USA – This Must Be the Place apre il fianco a una serie pressoché infinita di sotto-trame, affastellando personaggi abbozzati e al di fuori della norma gli uni sugli altri, per poi abbandonarli senza remore al proprio destino: che senso ha raccontare l’avvicinamento amoroso tra la giovane amica di Cheyenne (Eve Hewson, promessa del cinema irlandese) e l’impacciato corteggiatore spalleggiato dall’ex-rock star, se poi la loro storia non avrà alcun peso nella complessità del film? Questo esempio serve a rendere chiaro quanto siano gratuite e scellerate la maggior parte delle sequenze del film: costruite tutte come quadretti fini a sé stessi, possono essere più o meno ispirate da un punto di vista di linguaggio (lascia a bocca aperta il movimento di macchina durante il concerto di Byrne, tanto per dirne una), ma lasciano comunque il tempo che trovano. L’unico elemento a far da collante resta dunque Penn, professionale ma costretto comunque a lavorare su un tipo più che su un personaggio, lo “strano” che attira istintivamente le simpatie del pubblico. Enorme, gigantesca bolla di sapone pronta a esplodere da un momento all’altro, This Must Be the Place è la più grande delusione del cinema italiano del 2011, nonché del concorso del Festival di Cannes: la dimostrazione lampante che non basta avere a disposizione tutto ciò di cui si abbisogna per riuscire a portare a termine un film, se vengono a mancare motivazioni e ispirazione.

Sorrentino farebbe forse bene, in questi giorni a Cannes, a gettare uno sguardo su Drive di Nicolas Winding Refn, altro regista europeo alle prese con l’esordio dall’altra parte dell’oceano: un noir che mescola il melò à la Wong Kar-wai con il genere duro e puro, uscendone vincitore. Ma questa è un’altra storia…

Info
This Must Be the Place, il trailer.
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