Shame

La mortificazione fisica e morale del trentenne newyorkese Brandon, erotomane oramai incapace di controllare i propri impulsi, è incorniciata in una mise-en-scène geometrica, a tratti gelida, virata verso la videoarte: nella composizione pittorica delle immagini pulsa costantemente, come un morbo sottopelle, l’ossessione del protagonista, scheggia impazzita e scandalosa di un sistema – di un ambiente, di una città, di una società – apparentemente perfetto, raffinato, quasi sterilizzato. Dopo Hunger, sul martirio di Bobby Sands, Shame è la conferma di una poetica in perfetto equilibrio tra ricerca estetica e militanza politica, arte e comunicazione.

New York, New York

Brandon è un uomo sulla trentina che vive a New York ed è incapace di gestire la propria vita sessuale. Quando la sorella ribelle si stabilisce nel suo appartamento, Brandon perde sempre più il controllo del proprio mondo. Shame è un’analisi stringente e attuale della natura del bisogno, del nostro modo di vivere e delle esperienze che plasmano la nostra esistenza… [sinossi]
I wanna wake up, in the city that doesn’t sleep,
to find I’m king of the hill, head of the list
cream of the crop at the top of the heap…

Alla sua opera seconda, selezionata in concorso alla 68a Mostra del Cinema di Venezia, il cineasta inglese Steve McQueen confeziona una rigorosa parabola autodistruttiva, una sorta di rovesciamento morale ed estetico rispetto alla ricostruzione struggente e dolorosa del martirio di Bobby Sands nella pellicola d’esordio Hunger [1]. Due lungometraggi per un dittico che scandaglia, attraverso la messa in scena del corpo, l’animo umano e il concetto di libertà dell’individuo e della collettività. In attesa del successivo Twelve Years a Slave [2], in fase di preproduzione e sulla carta strettamente legato alle due pellicole precedenti, Shame è la conferma di una poetica in perfetto equilibrio tra ricerca estetica e militanza politica, arte e comunicazione. Emblematiche, in questo senso, le dichiarazioni programmatiche di McQueen: “Hunger narrava di un uomo privo di libertà che usava il suo corpo come strumento politico e attraverso questo atto creava la propria libertà. Shame prende in esame una persona che gode di tutte le libertà occidentali e tramite la sua apparente libertà sessuale crea la propria prigione. Mentre assistiamo, e ci desensibilizziamo, alla costante e continua sessualizzazione della società, come facciamo a orientarci in questo labirinto e a non farci corrompere dall’ambiente che ci circonda? Ciò che intendo esplorare è questa enormità che fingiamo di ignorare”[3].

La mortificazione fisica e morale del trentenne newyorkese Brandon (Michael Fassbender), erotomane oramai incapace di controllare i propri impulsi, è incorniciata in una mise-en-scène geometrica, a tratti gelida, virata verso la videoarte [4]: nella composizione pittorica delle immagini (si veda l’apertura del film: inquadratura dall’alto, macchina da presa fissa, con Fassbender nudo, parzialmente coperto da un lenzuolo di seta azzurra) pulsa costantemente, come un morbo sottopelle, l’ossessione del protagonista, scheggia impazzita e scandalosa di un sistema – di un ambiente, di una città, di una società – apparentemente perfetto, raffinato, quasi sterilizzato.
McQueen si muove in un contesto diametralmente opposto al tristemente noto Maze, la prigione di Long Kesh di Bobby Sands [5]. L’appartamento, l’ufficio e la stessa New York si rivelano però una labirintica gabbia, una prigione dell’anima: assai significativa la sequenza all’interno del club gay, in un dedalo di corridoi, tra amplessi che si consumano e si intrecciano contro un muro e dietro una porta socchiusa. Non una discesa agli inferi, ma l’efficace rappresentazione della totale sottomissione ai propri istinti, all’ossessivo pulsare degli ormoni, al sesso come unica fonte di vita. E nella smodata e incessante ricerca di un rapporto carnale, il protagonista manifesta l’impossibilità/incapacità di soddisfare i propri sentimenti, nonostante le volenterose intrusioni della sorella Sissy (Carey Mulligan) e della bella e sincera Marianne (Nicole Beharie) nel suo microcosmo erotico/emotivo.

McQueen costringe il protagonista a un cieco e inconsapevole annientamento, a un’umiliazione sistematica del proprio corpo, fino all’azzeramento emotivo: un rovesciamento del lucido martirio di Bobby Sands. Il corpo minuziosamente curato e allenato di Brandon è un involucro in cui l’anima si sta assottigliando: la perfezione delle forme (il corpo, la casa, il lavoro, i luoghi della città) è una vergine di Norimberga. Un ruolo indubbiamente impegnativo e rischioso per Fassbender, che ha fisico e talento per reggere un tale peso. La performance dell’attore irlandese è ammirevole non tanto per il coraggioso superamento di qualsiasi pudore (la scena di sesso a tre, il rapporto omosessuale, i ripetuti nudi integrali), ma per la capacità di adattarsi a registri assai distanti tra loro, dalla cupa disperazione alle improvvise esplosioni di rabbia, dai toni brillanti da commedia romantica (si veda la pregevole sequenza al ristorante, con Brandon, Marianne e uno spassoso cameriere) alle emozioni filtrate, appena accennate e volutamente ambigue, della sequenza finale nella metropolitana. All’accuratezza della scrittura e della messa in scena, McQueen aggiunge una sagace scelta del cast, in cui brilla la sempre intensa Carey Mulligan, protagonista di una performance canora che sembra sospingere Shame verso cromatismi melodrammatici à la Wong Kar Wai – la struggente versione di New York, New York stabilisce fin da principio la straripante emotività di Sissy.

Sorvolando volutamente sul misuratissimo e ispirato finale, possiamo rintracciare nella sequenza di sesso a tre la cifra stilistica di questa pellicola: dai corpi avvinghiati, che si contorcono e s’inarcano in cerca di piacere, non emerge nessuna carica erotica, nessuna provocazione pornografica, ma solo un profondo senso di angoscia, di smarrimento [6]. McQueen, assolutamente perfetto nella messa in scena, non si lascia sedurre dall’estetica fine a se stessa, ma crea immagini e modella luci e ambienti in funzione della narrazione e, soprattutto, dell’osservazione e della rappresentazione degli abissi dell’anima. Shame non è poi così distante dalla scabrosa lucidità dei romanzi di Bret Easton Ellis.
Dopo la Camera d’Or al Festival di Cannes con Hunger, McQueen sembra essere in corsa per un (prestigioso) premio alla 68a Mostra del Cinema di Venezia. Ottime, peraltro, le possibilità di Fassbender e della Mulligan per la Coppa Volpi. Sapremo tutto tra pochi giorni…

Note
1. Robert Gerard Sands (1954–1981), alias Bobby Sands, attivista nordirlandese morto nella prigione di Long Kesh durante uno sciopero della fame. Condannato con altre quattro persone nel 1977 a quattordici anni di carcere per possesso di un’arma da fuoco, Sands morì dopo sessantasei giorni di sciopero. Diventato in carcere giornalista e poeta, era ufficiale comandante dei prigionieri dell’IRA a Long Kesh.
2. Altro soggetto dal forte impatto emotivo e politico, basato sulle drammatiche esperienze di Solomon Northup (1808-1860/65), uomo di colore nato libero e, in seguito a un rapimento, ridotto in schiavitù. Twelve Years a Slave – Narrative of Solomon Northup, a citizen of New-York, kidnapped in Washington city in 1841, and rescued in 1853, from a cotton plantation near the Red River in Louisiana è il titolo del libro dato alle stampe nel 1853 dallo stesso Northup.
3. Dichiarazione tratta dalla scheda di Shame sul sito della Mostra del Cinema di Venezia (www.labiennale.org).
4. McQueen, diplomato alla Chelsea School of Art e al Goldsmith College di Londra e al Tisch School of the Arts di New York, è anche fotografo e scultore e ha esposto in alcuni tra i più importanti musei del mondo.
5. I detenuti di Long Kesh, per riottenere lo status di prigionieri politici, ricorsero a varie forme di protesta: durante la dirty protest del 1978 , in risposta alle continue violenze subite dai secondini, gli appartenenti all’IRA e dell’INLA imbrattarono con feci e urina i muri e i pavimenti delle celle. Le condizioni disumane all’interno del Maze si protrassero per anni.
6. Siamo assai distanti dai liberatori e gioiosi amplessi di Shortbus (2006) di John Cameron Mitchell.
Info
La pagina facebook di Shame.
Il sito ufficiale di Shame.
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