12 anni schiavo

12 anni schiavo

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Nelle sale, lanciato verso la serata degli Oscar, 12 anni schiavo del regista britannico Steve McQueen è il terzo capitolo di una ideale trilogia sulla libertà dopo Hunger e Shame. Un film sull’abisso e la gioia, sulla libertà e la prigionia, maturazione e disumanità, corpo e anima. Sulla codardia di Tibeats e sul coraggio del canadese Bass. Un film importante, doloroso.

Run Nigger Run

Stati Uniti. Negli anni che hanno preceduto la guerra civile americana, Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor), un nero nato libero nel nord dello stato di New York, viene rapito e venduto come schiavo. Misurandosi tutti i giorni con la più feroce crudeltà ma anche con gesti di inaspettata gentilezza, Solomon si sforza di sopravvivere senza perdere la sua dignità… [sinossi]
Roll Jordan
Roll, roll Jordan, roll
I want to go to heaven when I die
To hear Jordan roll…

Si conclude con estrema coerenza stilistica e narrativa la trilogia sulla libertà di Steve McQueen, cineasta britannico che con Hunger, Shame e 12 anni schiavo è riuscito a coniugare impegno politico e ricerca estetica, senza mai scivolare in una messa in scena fine a se stessa o in una retorica sterile. Punti di vista, si obietterà, dato che i dubbiosi o i detrattori rinfacciano al cinema di McQueen, o quantomeno alle ultime due opere, proprio alcuni eccessi estetizzanti, gratuite composizioni dell’inquadratura, movimenti di macchina troppi insistiti, piani sequenza che richiamerebbero alla memoria le aspre critiche di Jacques Rivette a Kapò di Gillo Pontecorvo [1]. Ma è nella ricerca formale di McQueen, mai slegata da un’analisi sfaccettata dei personaggi e del contesto, che rintracciamo il senso politico, storico e profondamente umano di una poetica che parte dall’immagine, dai volti e soprattutto dai corpi per dare una consistenza fisica, indubbiamente drammatica e dolorosa, alle azioni e reazioni umane.

Il cinema di McQueen è fatto di corpi sofferenti, dal deperito e morente Bobby Sands di Hunger alle carni lacerate di Solomon Northup di 12 anni schiavo, fino al paradosso della perfetta macchina da sesso Brandon di Shame, un corpo-prigione che introietta i patimenti sentimentali e psicologici. Ed è nella dialettica immagine-corpo-sofferenza, nella scelta di rinunciare a più comode e usuali ellissi, che divampa il senso dell’estenuante pestaggio di Solomon (un minuto che sfianca anche il picchiatore, provato dalla fatica), dell’interminabile sequenza dell’impiccagione (oltre i quattro minuti) o della “esemplare punizione” di Patsey, scarnificata a frustate perché desiderata e desiderabile – quasi tre minuti, enfatizzati dal primo piano di Patsey, con Solomon fuori fuoco, dalla performance debordante di Michael Fassbender e dalle carni maciullate, poi riprese in primo piano nel cambio di scena. È il fondo dell’abisso, la morte prima della rinascita. “Peccato? Non esiste nessun peccato. Un uomo fa ciò che desidera alle cose di sua proprietà”: le parole che accompagnano la crescente bestialità del devoto Edwin Epps, oramai fuori controllo e lanciato verso la cieca autodistruzione [2], sintetizzano amaramente la natura legale e religiosa della schiavitù, nonché uno dei peccati originali dei pur democratici Stati Uniti.

I piedi che cercano freneticamente un contatto col terreno fangoso; il totale sul corpo penzolante che lotta disperatamente per non cedere; i bambini che giocano nel prato, col volto di Solomon sfuocato e sfigurato; l’arrivo del padrone “buono” Ford, con un breve quadro fisso, il ritratto disperato di una realtà incancrenita, di valori che potevano essere estirpati solo con la forza. È la sequenza dell’impiccagione, eticamente affine alla macrosequenza del confronto tra Bobby Sands e padre Moran di Hunger o alla performance musicale di Carey Mulligan in Shame, con la struggente versione di New York, New York. In 12 anni schiavo, come nelle opere precedenti, McQueen non soffoca l’emotività complessa e contraddittoria dei suoi personaggi e delle sue storie, non teme di impantanarsi nella retorica, ma sfrutta appieno le potenzialità comunicative delle immagini, delle performance attoriali, della colonna sonora. Il cinema di McQueen riesce a essere fisico e cerebrale, asciutto e melodrammatico, politico e minimalista. E riesce, soprattutto, a osservare la realtà a trecentosessanta gradi, fissando sulla pellicola lo sguardo di un benestante uomo libero, strappato alla sua vita, reso schiavo e trascinato in una disumana odissea: la grandezza di 12 anni schiavo è nello schiaffo dello schiavista Freeman (Paul Giamatti) e nella sua sbandierata mancanza di sensibilità, nel pianto senza fine di Eliza (Adepero Oduye), nella noncuranza di un ricco Solomon nei confronti dello schiavo Jesper, nelle certezze (a)morali di Epps, nella canzone e nella meschinità di Tibeats (il sempre ottimo Paul Dano), nelle apparenti schizofrenie della sequenza dell’impiccagione. Nella coralità del racconto, a partire dal primo pittorico fotogramma, Il Quarto Stato nei campi di cotone. 12 anni schiavo è un film sull’abisso e la gioia, sulla libertà e la prigionia, maturazione e disumanità, corpo e anima. Sulla codardia di Tibeats e sul coraggio del canadese Bass (Brad Pitt, anche produttore).

Di non secondaria importanza è il lavoro di Hans Zimmer, con le sue note a tratti martellanti, disturbanti, come nella sequenza del corpo gettato in acqua dal battello a ruota, con la musica che si fonde col rumore delle pale, dando vita a una sonorità inquietante. È l’inizio del viaggio all’inferno. Torneranno con la lunga sequenza dell’impiccagione, a scandire crudeltà e orrore. Ma a restare indelebile sarà probabilmente la performance canora di Paul Dano, con la sadica Run Nigger Run che solo Roll Jordan Roll sembra poter esorcizzare. I want to go to heaven when I die…

Note
1. Un passaggio della celebre stroncatura: “Dans Kapò, le plan où Emmanuelle Riva se suicide, en se jetant sur les barbelés électrifiés: l’homme qui décide, à ce moment-là, de faire un travelling avant pour recadrer le cadavre en contre-plongée, en prenant soin d’inscrire exactement la main levée dans un angle de son cadrage final, cet homme-là n’a droit qu’au plus profond mépris”, da De l’abjection, «Cahiers du cinéma», n° 120, giugno 1961, pp. 54-55.
2. Le vicende narrate in 12 anni schiavo iniziano poco prima del rapimento di Solomon Northup, avvenuto nel 1841, e si concludono nel gennaio del 1953. Pochi anni dopo, dal 12 aprile 1861 al 9 aprile 1865, si sarebbe combattuta la guerra di secessione tra Unione e Confederazione.
Info
La pagina facebook di 12 anni schiavo.
Il sito ufficiale di 12 anni schiavo.
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