Bereavement

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Mena sembra non voler mai affondare (metaforicamente e non) il coltello, sfruttando poco anche le potenzialità visive offerte dalla follia di Sutter: Bereavement è un film visto già troppe volte, è un horror poco generoso con sangue e carne, non ha potenza immaginifica, crudeltà o sprazzi di vera follia.

Piccoli serial killer crescono

Minersville, Pennsylvania, 1989. Martin, un bambino di sei anni che soffre di un disturbo genetico che lo rende insensibile al dolore, viene rapito mentre gioca nel giardino di casa. Il rapitore, uno psicopatico di nome Graham Sutter, convinto di dover sacrificare vite umane per espiare la sua colpa, lo costringe ad assistere ad atroci crimini. Per cinque lunghi anni nessuno ha più notizie del bambino, fino a quando la giovane Allison si trasferisce in quella zona e inizia a esplorarne i dintorni, scoprendo l’orrore che si cela nella fattoria di Graham… [sinossi – Torino Film Festival]

Non sentivamo la mancanza delle disavventure del piccolo Martin Bristol, bimbetto ben più inquietante dello squilibrato che lo rapisce: già nel 2004, infatti, Stevan Mena aveva scritto, diretto e prodotto Malevolence, capitolo centrale di una trilogia che sembrava non avere futuro. E invece, dopo sei anni, ecco arrivare il prequel Bereavement, in anteprima italiana alla ventinovesima edizione del Torino Film Festival. Un horror che ripercorre territori già ampiamente battuti dagli anni Settanta a oggi. Insomma, una delle numerosissime varianti di The Texas Chain Saw Massacre.

Partiamo proprio dal cult movie di Tobe Hooper, libera trasposizione dei macabri delitti del serial killer Edward Theodore Gein [1]. Stevan Mena pesca a piene mani dalle sanguinarie imprese di Leatherface, dall’ambientazione rurale all’antro del mostro, ma sembra scordare alcune regole fondamentali, in primis la compattezza temporale che dovrebbe contraddistinguere uno slasher di buona fattura. Bereavement dilata pericolosamente i tempi degli omicidi invece di concentrarli in un accettabile lasso di tempo: una scelta che spinge inevitabilmente lo spettatore (nemmeno troppo smaliziato) a porsi qualche domanda. Mena ci racconta una vicenda che scivola ripetutamente al di sotto della soglia minima di credibilità: anche la sospensione della verosimiglianza ha un limite. E anche l’ottusità delle forze dell’ordine…
Alla controproducente dilatazione temporale si somma l’estenuante ripetersi di alcuni cliché comportamentali che condannano le vittime, ignare o meno. Mena ricorre troppo facilmente alla suicida “curiosità” dei vari personaggi, a quella inspiegabile attrazione verso un luogo che gronda sangue, orrore e morte. Un escamotage narrativo che si dovrebbe utilizzare col contagocce e che invece guida tutte le anime perse di Bereavement, a partire dalla bella Allison.

Anche la messa in scena di Mena lascia più di un dubbio. A parte il meccanico ricorso a enfatici effetti sonori, che alla lunga appiattiscono la possibile tensione, appare eccessivo il ricorso al fuori campo: sono pochi, infatti, i dettagli realmente orrorifici, le dovute concessioni allo splatter. Non può bastare il macello, luogo indubbiamente inquietante ma oramai inflazionato nel panorama del cinema horror. Mena sembra non voler mai affondare (metaforicamente e non) il coltello, sfruttando poco anche le potenzialità visive offerte dalla follia di Sutter: Bereavement è un film visto già troppe volte, è un horror poco generoso con sangue e carne, non ha potenza immaginifica, crudeltà o sprazzi di vera follia.
La bella e la bestia. Stevan Mena, evidentemente memore dell’apporto estetico di Jessica Biel nel mediocre remake Non aprite quella porta (2003) di Marcus Nispel, gioca la carta Alexandra Daddario (Percy Jackson e gli dei dell’Olimpo: Il ladro di fulmini). Ma la giovane attrice, dalla bellezza prorompente, sembra un pesce fuor d’acqua, davvero poco credibile nei panni della talentuosa mezzofondista costretta a fronteggiare un serial killer. La ragazza che (non) sapeva correre.

In attesa del capitolo conclusivo dell’annunciata trilogia, salviamo quantomeno la mattanza finale, purtroppo confinata in buona parte fuori campo, la caratterizzazione quasi demoniaca del furgone nero e la comparsata di John Savage, attore che avrebbe meritato maggior fortuna.

Note
1. I film più noti che hanno rielaborato la figura e la storia di Gein sono Psyco, il suddetto Non aprite quella porta e i vari sequel e remake, Deranged – Il folle e Il silenzio degli innocenti.
Info
La pagina facebook di Bereavement.
Il sito ufficiale di Bereavement.
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