Workers – Pronti a tutto

Workers – Pronti a tutto

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Pur descrivendo disoccupati che si umiliano e si deprimono per lavori che non vogliono, Workers sembra aver paura di mostrare gli aspetti veramente negativi e angoscianti, e usa continuamente dei palliativi, come le figure dei due sdrammatizzanti operatori interinali. Una buona idea di partenza sviluppata con poco coraggio.

E continuavano a lavorare

Sandro e Filippo sono proprietari dell’agenzia interinale Workers, grazie alla quale praticamente trovano lavoro alle persone. Davanti a loro scorre gente di ogni tipo a caccia di impiego, personaggi pittoreschi e disoccupati pronti a tutto. Incontro dopo incontro, i due si imbattono talvolta in storie eclatanti, impossibili da non raccontare. I due, sfigati con le donne, si ritroveranno perfino a intrattenere due bellissime ragazze durante una cena. Attraverso i loro racconti seguiremo tre storie che ruotano attorno a lavori che nessuno vorrebbe fare, ma proprio per questo drammaticamente esilaranti… [sinossi]

«La vera rivoluzione dovrebbe essere l’affrancamento dal lavoro, il liberarsene definitivamente». Così tuonava Carmelo Bene in uno dei suoi interventi televisivi: una frase che qualcuno travisò come un’uscita reazionaria in un periodo, quello tra gli anni ottanta e novanta, di crisi occupazionale ma ancora non intaccato dalla ventata nuova della flessibilità. Oggi invece nel periodo della crisi economica globale, si è nella condizione paradossale di essere schiavizzati dal lavoro soprattutto quando questo non è presente o non è nemmeno vagamente somigliante al concetto classico di lavoro, ovvero quello fisso. Workers – Pronti a tutto, quarto lungometraggio di Lorenzo Vignolo, ci mostra appunto una galleria di personaggi la cui morale, il modo di pensare, i sentimenti sono fortemente condizionati dal mondo lavorativo. Partendo da un’agenzia interinale, il film si divide in tre episodi, ognuno con protagonista un disoccupato alle prese con quei «mestieri che nessuno vorrebbe fare più», come spesso si dice oggi.
Malgrado – specie nel primo episodio in cui duettano Alessandro Tiberi e Francesco Pannofino, già insieme nella serie tv Boris – si mostri l’indigenza vera, cioè il non poter pagare l’affitto e chiedere soldi ad amici e conoscenti, Workers non è un film che induce alla riflessione, o almeno non in modo diretto sulla crisi lavorativa, ma cerca di prenderne spunto per mettere in scena una semplice commedia.

Ultimamente, tra i diversi esempi di risate tra l’amaro e il zuccheroso (per intenderci tra Tutta la vita davanti, l’ottimo film di Virzì, fino al morbido Nessuno mi può giudicare, passando per i vari Fuga dal call center, Riprendimi, C’è chi dice no, Senza arte né parte), la commedia ha attinto a mani basse dal cosiddetto precariato per trarne vecchi e nuovi schemi comici e narrativi (e così, si può anche cinicamente aggiungere, per lo meno il precariato è riuscito a essere utile in qualcosa). Workers è però uno strano caso: cioè riesce davvero a riproporre senza novità situazioni ampiamente riconoscibili della commedia all’italiana, parlando però di personaggi e questioni profondamente connesse con l’attualità. Pur descrivendo disoccupati che si umiliano e si deprimono per lavori che non vogliono, Workers sembra aver paura di mostrare gli aspetti veramente negativi e angoscianti, e usa continuamente dei palliativi, come le figure dei due sdrammatizzanti operatori interinali (i comici di Zelig Alessandro Bianchi e Michelangelo Pulci) forse anche per il timore di entrare in quel manierismo da cinema impegnato che affligge molti film nostrani; ma fuggendo così dal reale finisce invece per cadere nell’accumulo di gag o fini a se stesse o piuttosto già viste. Non sappiamo se si può parlare di occasione mancata, forse sì vista una buona idea di partenza sviluppata però con poco coraggio, fatto sta che il film di Vignolo non regge il confronto appunto con altre commedie sullo stesso tema, specie nello specifico comico. Se si esclude la vena crudelmente sarcastica di Pannofino, contrapposta a un’ottima spalla come Tiberi nel primo episodio, tutte e tre le storie soffrono di un ritmo lento e arrancante, specie il terzo che invece teoricamente, vista la presenza niente meno che di Nino Frassica ma anche di Paolo Briguglia, poteva essere interessante, ma che invece si perde in una noiosa deriva mafiosa da parodia. Vista la poca consistenza delle vicende, qua e là il film vive degli sprazzi dei suoi interpreti e riesce saltuariamente anche a far ridere, tra questi si distingue senz’altro Dario Bandiera, il quale, come talvolta capita in un film, riesce a sfuggire alla mancanza di originalità staccandosi quasi come elemento anarchico della narrazione, traghettandoci verso una sua personale deriva comica.

Info
Il trailer di Workers – Pronti a tutto.

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