7 Days in Havana

Un’insolita istantanea de L’Avana contemporanea, ritratta da 7 registi molto diversi tra loro: è 7 Days in Havana. In Un certain regard a Cannes 2012.

Istantanee da Cuba

La sensuale Havana ritratta da 7 registi molto diversi tra loro. Un film collettivo dove ogni storia è collegata all’altra e dove ogni regista dirigerà un episodio che si svolge nell’arco di una giornata… [sinossi]

Presentato nella sélection officielle di Un certain regard a Cannes 2012, 7 Days in Havana è il risultato di un curioso esperimento di co-produzione cubana-franco-spagnola il cui fulcro è la stretta – nonché quasi unica – connessione tra un riconoscibile brand (in questo caso il rum Havana Club, che risulta tra i finanziatori del film) e il territorio a cui è collegato. Un film dunque che muove dal tentativo di coniugare il product placement con l’esaltazione del landscape geografico e umano tipico delle Film Commission e che, attraverso uno stratagemma narrativo (sette episodi, uno per ogni giorno della settimana), mette insieme gli sguardi di sette registi molto diversi tra loro (per età, nazionalità, stile) ma che hanno sviluppato, ognuno a modo proprio, un profondo legame con Cuba e la sua capitale.

Sette eterogenei sguardi (uno argentino, uno portoricano, uno palestinese, uno spagnolo, uno francese, uno franco-argentino e, naturalmente, uno cubano) il cui tessuto connettivo è rappresentato dai racconti di Leonardo Padura Fuentes, che è la vera anima del progetto. Il giornalista-romanziere della generazione cresciuta durante la rivoluzione castrista – i cui lavori sono tradotti in cinque lingue e noto soprattutto per aver creato il personaggio di Mario Conde – oltre ad avere fornito il materiale di partenza (ovvero lo spunto narrativo degli episodi) figura infatti sia come coordinatore artistico, che come coordinatore delle sceneggiature (insieme alla moglie Lucia López Coll) che come sceneggiatore di tre dei sette episodi.

Tutto ciò produce un’insolita istantantanea de L’Avana contemporanea, città in cui convivono perfettamente residui della cultura magico-arcaica (come emerge dall’episodio diretto da Gaspar Noè), di quella cattolica (su cui è incentrato l’episodio di Laurent Cantet) e di quella castrista (l’episodio di Elia Suleiman) ma anche dell’iconolatria a esse sottese. Una metropoli in cui sono in aspro conflitto la tensione verso la Modernità e la resistenza della Tradizione, in cui l’orizzonte è dato dalla fuga e dalla sua inevitabile necessità (tema centrale degli episodi di Tabìo e di Medem) e dove la musica (che ha un ruolo rilevante negli episodi di Medem e Noé e fondamentale in quello di Trapero) è insieme ritmo vitale ed energia propulsiva. L’Havana insomma emerge nella sua vis contraddittoria, tratteggiata cercando di rifuggire dagli aspetti più turistici ma in maniera troppo diseguale per trasformarsi in immagine della città. Non tanto per differenza stilistica tra un episodio e l’altro (aspetto questo indubbiamente affascinante), quanto per gli esiti raggiunti. Più che sulla capitale cubana e sui suoi contemporanei costumi insomma, questa estemporanea eptalogia suggerisce molto di più sulle potenzialità dei registi coinvolti.

Ad esempio ci fa capire il perché Benicio De Toro fin qui sia stato sempre davanti alla macchina da presa e non dietro (il suo corto d’apertura, El Yuma ispirato al lunedì, è non solo abbastanza scontato dal punto di vista narrativo ma anche assolutamente anonimo dal punto di vista della regia: voto 4). Così come ci fa capire il perché Julio Medem dovrebbe smetterla di starci (il suo corto, La tentaciòn de Cecilia, ispirato al mercoledì, è non solo il punto più basso dell’intera operazione, ma anche un vero e proprio saggio di cattiva regia: voto 3); che Juan Carlos Tabìo è sempre a suo agio nel modello della commedia costumbrista ma che probabilmente la breve durata non gli si addice (il suo corto, Dulce amargo, ispirato al sabato, ha un buono spunto ma la dialettica narrativa è debole: voto 5.5) e che Laurent Cantet tale modello riesce senz’altro a personalizzarlo seppur con esiti non all’altezza dei lavori precedenti (La fuente, ispirato alla domenica: voto 6).

E infine ci fa capire che Pablo Trapero può tranquillamente uscire dalla sua Argentina senza perdere la consistenza dello sguardo (Jam session, ispirato al martedì, è una divertita e, a tratti, divertente collaborazione con Emir Kusturica, qui in veste di attore: voto 6.5), che Gaspar Noè, al di là dei progetti, persegue una propria idea di cinema, repulsiva per alcuni, affascinante per altri, ma comunque personale (Ritual, ispirato al venerdì, è infatti ancora un film sul corpo e sullo/sugli choc che è costretto a subire: voto 7) e che lo sguardo surreale di Elia Suleiman riesce a penetrare in profondità anche realtà, come quella cubana, distanti dalla propria (Diary of a beginner, ispirato al giovedì, non solo è il miglior corto del lotto ma anche una sapida riflessione sulla logorrea della post-Revoluciòn: voto 7,5).

Info
Il sito ufficiale di 7 Days in Havana.
Il trailer italiano di 7 Days in Havana.
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