Chef

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Prevedibile fin dal primo minuto, non sgradevole ma sostanzialmente inutile, Chef è un raro esempio di film che mette costantemente in scena cibo e pietanze senza solleticare mai lo stomaco. Quasi uno spot in negativo per la cucina francese. Meglio i rigatoni con la pajata.

Troppa vaniglia nella crema

Jacky ha 32 anni, è amante della buona cucina, ha molto talento e sogna di aprire un ristorante. Nel frattempo però sbarca il lunario con lavoretti che non riesce mai a tenere. Questo fino a quando non incontra Alexandre Lagarde, il migliore chef della Francia – e suo mito personale! – che rischia di perdere una forchetta d’oro. Uniti dalla passione per le ricette della tradizione francese, Alexandre e Jacky affronteranno la sfida con le nuove tecniche di cucina molecolare per salvare l’onore e la gestione del ristorante più famoso di Parigi… [sinossi]

Oramai è estate, non c’è via di scampo. Al solstizio e al grande caldo si aggiungono, come indicatori decisivi della stagione afosa, uscite cinematografiche dall’appeal modesto, spesso raccattate dal fondo dei magazzini o gettate nella mischia allo sbaraglio. Pellicole altrimenti impresentabili, commercialmente troppo deboli, artisticamente irrilevanti, che servono per riempire i vuoti e, senza eccessive speranze, per raccogliere un po’ di spettatori. La commediola transalpina Chef (Comme un chef, 2012), scritta e diretta da Daniel Cohen (Les deux mondes, Une vie de prince), risponde perfettamente all’identikit, pronta a sciogliersi come neve sotto i fendenti del solleone.
La ricetta è semplice: un attore di discreto richiamo (Jean Reno), un volto più televisivo che da grande schermo (Michaël Youn), una storiella facile facile con una spolverata di buoni sentimenti, un contrasto culturale (cucina tradizionale/cucina molecolare) e qualche complicazione interpersonale da soap opera. Ottantacinque minuti, conditi da qualche gag apprezzabile, che evaporano senza lasciare traccia. Una commedia da vaghi sorrisi, così esile e impalpabile da assomigliare alla cucina molecolare che mette in scena con facile ironia.

La recitazione caricaturale di Youn, forzatamente e inutilmente sopra le righe, e la performance senza troppi stimoli di Reno, attore di talento dalle scelte artistiche/economiche spesso fuori fuoco [1], non riescono a risollevare le sorti di una sceneggiatura che si adagia sulla debole suggestione di una guerra culinaria. Appaiono infatti pretestuose e frettolose le divagazioni narrative che inseriscono a forza nella commedia (anche sentimentale) la moglie di Jacky (Youn) e la figlia pedante di Alexandre (Reno): sottotrame posticce, che come le due graziose fanciulle entrano in scena senza un vero motivo. E non può certo bastare come giustificazione alla deficitaria scrittura il retrogusto favolistico, peraltro appesantito da un susseguirsi di macchiette, come il fantomatico esperto spagnolo di cucina molecolare o l’improbabile chef britannico.

La pellicola di Daniel Cohen, che almeno nei primi cinquanta minuti regala qualche passaggio godibile (la brasserie di quartiere, l’impossibile confronto con gli avventori del bar La Mandoline, la cucina della casa di riposo e il merluzzo a bagnomaria), crolla inesorabilmente nella parte finale: Chef ha un respiro cortissimo, da mediometraggio, e i suoi ottantacinque minuti appaiono un macigno nelle sequenze finali – da citare, in negativo, tutta la superflua questione della laurea di Amandine (Salomé Stévenin), la più che discutibile pantomima nipponica al ristorante molecolare e il tira e molla tra Jacky e la bella Béatrice (Raphaëlle Agogué).

Prevedibile fin dal primo minuto, non sgradevole ma sostanzialmente inutile, Chef è un raro esempio di film che mette costantemente in scena cibo e pietanze senza solleticare mai lo stomaco. Quasi uno spot in negativo per la cucina francese. Meglio i rigatoni con la pajata.

Note
1. Le dernier combat, Leon e Ronin, per citare alcune scelte felici, ma anche tante commedie o blockbuster da dimenticare.
Info
Chef sul sito della Gaumont.
Il trailer originale di Chef.
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