Un’estate in Provenza

Un’estate in Provenza

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Inconsistente e furbo, Un’estate in Provenza si rivela l’ennesimo inoffensivo prodotto per famiglie proveniente da oltralpe, gravato da un fastidioso sottofondo moralista.

Cartoline provenzali

Léa, Adrien e il loro fratellino Théo, sordo dalla nascita, partono per la Provenza per trascorrere l’estate nella tenuta di campagna con i nonni materni. I tre nipoti riscoprono uno stile di vita bucolico, e passano dall’insofferenza verso la ruvidità di Paul (un ex sessantottino un po’ burbero e amante della campagna) a un piacevole momento di confronto intergenerazionale… [sinossi]

La consistenza lieve, effimera, seppur abilmente mascherata dietro a pretese genericamente sociologiche o di costume, che certa commedia francese tende a mostrare negli ultimi anni, continua a mostrarsi produttiva e redditizia per i cineasti d’oltralpe. Non è un caso che alcuni dei più fortunati prodotti francesi recenti siano stati origine di altrettanti blockbuster italici, baciati negli ultimi anni da analoghi consensi: gli esempi dei vari Benvenuti al sud e Il nome del figlio (versioni nostrane rispettivamente dei successi Giù al nord e Cena tra amici) testimoniano di una “formula” che, nel suo trattare stereotipi e modelli sociali facilmente riconoscibili, riesce ad adattarsi senza difficoltà a sensibilità anche abbastanza diverse. E proprio il giocare con gli stereotipi, col bozzetto di costume e generazionale, con le opposizioni facili e di immediata presa (campagna/città, cultura hippie/mentalità postmoderna, comunitarismo materiale/immaterialità social) sembra essere la strada imboccata da questo Un’estate in Provenza, commedia giunta sui nostri schermi con quasi due anni di ritardo. Un prodotto in cui una cineasta solitamente lontana dai territori della commedia come Rose Bosch (suo il discusso dramma sul rastrellamento del Velodromo d’Inverno, Vento di primavera) si adegua senza grossi affanni alla tendenza in questione.

Non ci si pone nella disposizione migliore, dobbiamo premetterlo, davanti a un film che sceglie per la sua sequenza di apertura un brano come The Sound of Silence di Simon & Garfunkel. Al di là dell’astuzia, e dell’evidente didascalismo della scelta (l’introduzione di un personaggio non udente, interpretato dal giovanissimo Lukas Pélissier) l’idea del reato di lesa maestà giunge a condizionare il giudizio di chi abbia ancora in mente, vividi, i titoli di testa de Il laureato. Una reazione immediata di rifiuto, magari non del tutto consapevole, che tuttavia il film non fa molto nel suo prosieguo per mitigare. E va sottolineata innanzitutto, a questo proposito, la scarsa funzionalità narrativa di un personaggio come quello interpretato da Pélissier: malgrado la bravura del giovanissimo attore (realmente sordo), la figura del ragazzino funge solo, nel bozzetto familiare sommariamente delineato dalla sceneggiatura, come improbabile anello di congiunzione tra i due contesti familiari che vengono a collidere. Una figura dal valore narrativo accessorio, assente per larghi tratti della trama, che tuttavia conferisce al film quella minima ma decisiva coloritura “sociale” (insieme alla scelta della distribuzione nostrana di editare un certo numero di copie per non udenti).

Con una confezione patinata, a metà strada tra la cartolina promozionale e lo spot pubblicitario, i paesaggi provenzali fanno da sfondo a una risaputa vicenda di confronto e conflitto inter-generazionale; con al centro un Jean Reno calatosi senza grandi sforzi nei panni di un burbero e solitario ex hippie. Le generazioni a confronto, qui, sono invero tre: quella della coppia formata da Reno e dalla consorte (in trasferta) Anna Galiena; quella rimasta in ombra, ma determinante, della loro figlia ribelle (un poster di Pretty Woman nella vecchia cameretta, tanto per non lasciar dubbi sull’anagrafe); e infine quella dei tre fratelli, giustamente insofferenti (con l’eccezione del piccolo Theo) alle asprezze della vita di campagna e a quelle dell’anziano ex sessantottino. Le scontate linee di tensione che la sceneggiatura delinea vengono quasi immediatamente stemperate nella melassa, l’attitudine buonista del soggetto prende presto il sopravvento sull’intera costruzione del racconto, mentre l’unico personaggio con una qualche potenzialità (quello del già ricordato Pélissier) viene sciupato in un utilizzo intermittente quanto risaputo. Tra passaggi narrativi affrettati e meccanici (l’arrivo e l’accasamento degli ex compagni della coppia) e svolte intuibili fin dall’entrata in scena dei loro protagonisti (il giovane pizzaiolo e le sue poco edificanti intenzioni) il film si trascina stancamente verso l’agognata ricomposizione del quadretto familiare.

Che la Bosch non fosse narratrice atta a sottigliezze e sfumature psicologiche era in fondo cosa nota (lo stesso Vento di primavera, pur approcciando temi del tutto diversi, mostrava un’analoga tendenza al tratteggio sommario di personaggi e situazioni); nel valutare questo Un’estate in Provenza, tuttavia, ci si chiede se fosse proprio necessario scomodare il Sessantotto e il movimento hippie (pezzi di storia contemporanea, meritevoli di ben altra considerazione), maldestramente caricaturizzati per costruire l’ennesimo bozzetto familiare borghese, scontato e dal malcelato sottofondo moralista. La regista mostra una certa astuzia nel mantenere quest’attitudine perbenista appena sotto la superficie, tra una schitarrata collettiva con tanto di abbigliamento da figli dei fiori, e un pezzo folk-rock extradiegetico inserito (strategicamente) nei momenti emotivamente più forti. Il fastidio e il senso di superfluo (nell’accezione più negativa del termine) che si respirano vedendo il film non sono neanche mitigati dall’intuizione (involontaria?) di lasciare fuori campo, appena prima dei titoli di coda, un momento che sarebbe stato l’ennesimo, zuccheroso peana all’istituzione familiare.

Info
Il trailer di Un’estate in Provenza su Youtube.
La pagina Facebook di Un’estate in Provenza.
Il sito ufficiale di Un’estate in Provenza.
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