Argo

Il falso film che permette la reale soluzione di uno scottante caso politico: ecco cos’è Argo, che allo stesso tempo riesce a farsi anche riflessione del meccanismo spettacolare su cui sono costruite la società e la cultura americana, perlomeno a partire dai tempi dell’assassinio di Lincoln a teatro da parte di un attore.

Argo Fuck Yourself

La storia di un’improbabile missione compiuta nel ’79 dalla CIA e dal governo canadese per contrastare l’occupazione dell’ambasciata americana da parte di un gruppo di rivoluzionari iraniani. Il piano infatti, fu quello di portare in salvo sei importanti diplomatici statunitensi che dovettero fingersi attori di un fantomatico film chiamato Argo… [sinossi]

Attore di non eccezionale levatura, Ben Affleck di film in film sta però dimostrando di avere un preciso sguardo da regista, con riferimenti tutt’altro che scontati alla Hollywood degli anni Settanta, un percorso autoriale non di superficie quanto di mood e di costruzione narrativa, di rievocazione di generi (il thriller in particolare) e di stilemi. In tal senso, con Argo, suo terzo film da regista (dopo l’ottimo Gone Baby Gone e il meno riuscito e un po’ manicheo The Town), Affleck rende palese questa sua aspirazione, aiutato per l’occasione dall’azzeccatissima scelta del soggetto: la crisi degli ostaggi dell’ambasciata americana nell’Iran post-rivoluzione islamica di Khomeyni, un’empasse che si protrasse dalla fine del 1979 all’inizio del 1981.
Argo si concentra però più che su quegli ostaggi, sui sei dipendenti dell’ambasciata americana che riuscirono a rifugiarsi – non visti dagli iraniani che facevano irruzione nell’edificio – nel vicino consolato canadese, a un paio di isolati di distanza. Furono loro, a un certo punto, che potevano e dovevano essere i primi a tornare negli USA, perché rischiavano di essere scoperti dagli iraniani come personale mancante dall’ambasciata.

L’operazione venne condotta ingegnosamente dalla CIA e in particolare da un loro agente, quel Tony Mendez che viene qui interpretato dallo stesso Affleck e che gestì in incognito il loro rimpatrio, con un escamotage che non poteva non piacere a Hollywood: la realizzazione di un finto film di fantascienza da girare proprio in Iran, inventandosi che i sei rifugiati fossero membri del cast.
Verrebbe quasi da dire che in questo caso tanto è forte la realtà storica, quanto il film basato su di essa sarebbe potuto venir su da sé, quasi per partogenesi. E invece è proprio su questi temi che normalmente il cinema rischia di più, costretto a ragionare sulle sue stesse regole di finzione, di falsità e di costruzione del verosimile.
Affleck risponde all’arduo compito con diligenza, consapevole dei suoi limiti, preferendo giustamente di non avventurarsi in pindarici voli teorici che non avrebbero portato da nessuna parte e cui pure non pochi registi si sarebbero lasciati andare. Così, messo al sicuro da una sceneggiatura oliata e solida che gioca su diversi piani narrativo-simbolici (Iran, la Cia, Hollywood) e da una regia svelta e mai inutilmente contemplativa, Argo permette – di conseguenza – che sia la teoria cinematografica a farsi da sé, una teoria che arriva dalle parti del Tarantino di Inglorious Basterds, del cinema sopra la Storia, del cinema che fa la storia grazie alla sua connaturata essenza di meccanismo falso.

Il falso film che permette la reale soluzione di uno scottante caso politico: ecco cos’è Argo, che allo stesso tempo riesce a farsi anche riflessione del meccanismo spettacolare su cui sono costruite la società e la cultura americana, perlomeno a partire dai tempi dell’assassinio di Lincoln a teatro da parte di un attore. Così come è tipicamente americano il gioco di understatement cui è legato il titolo del film, quell’Argo che rimanda evidentemente agli Argonauti, ma che – per evitare ogni forma di intellettualismo – viene spesse volte sminuito e satireggiato nell’ “Argo fuck yourself” che è battuta e leit-motiv della pellicola.
In questo perfetta parabola narrativa e simbolica giocano un ruolo dirompente la caratterizzazione dei vari personaggi hollywoodiani descritti nel film (interpretati straordinariamente da John Goodman e Alan Arkin, che sanno incarnare con sapienza l’autentica vena d’umorismo ebraico su cui è costruita la fabbrica dei sogni) e l’intuizione – di non poco conto – di paragonare menzogna hollywoodiana con menzogna politica (questa sì vista negativamente), dove – dal grande schermo alla CIA – tutto si basa sulla recitazione, sulla riuscita o meno della performance.
L’idea di fare di Hollywood la fondamentale e irriducibile espressione della cultura e della politica statunitense permette ad Argo tutta questa serie di qualità, ma allo stesso tempo induce Affleck a esagerare negli ultimi minuti del film, quando – così pieno di orgoglio americano – cade nell’apoteosi eroica e addirittura nell’occhieggiamento al western con sin troppo esplicita citazione del John Ford di Sentieri selvaggi.
Ma in fin dei conti, pur se peccato non troppo veniale, si tratta di una scelta coerente con l’assunto di partenza: se, di fronte alle incertezze della politica, si chiama in causa Hollywood, che la si lasci trionfare fino in fondo. Tanto da poter verificare che l’ossessione fantapolitica di molto cinema americano degli anni ’70 abbia avuto una sua veritiera e incredibile attuazione con la vicenda di Argo.

Info
Il sito ufficiale di Argo.
Il trailer italiano di Argo.
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