Zero Dark Thirty

Zero Dark Thirty

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Inevitabilmente ambiguo, anche per l’esplicita volontà di non prendere posizione su nulla, lasciando che gli eventi si raccontino da soli, Zero Dark Thirty è un’opera importante più per quel che porta sullo schermo che per il modo in cui lo fa.

Nemico pubblico n. 1

Maya è un’agente della CIA. La prima esperienza lavorativa riguarda l’interrogatorio di prigioni musulmani in seguito all’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre del 2001. La donna è riluttante a partecipare alle azioni di violenza contro i detenuti, e ritiene che l’unico modo per raggiungere la verità sia di ottenerla attraverso una strategia accurata. Per anni è impegnata nella ricerca del luogo in cui si nasconde il leader di Al Qaeda, Osama Bin Laden. Nel 2011, alla fine, il rifugio viene scovato: deve essere inviata una squadra di Navy Seal per portare a termine la missione di cattura (o di uccisione) di Bin Laden… [sinossi]
Qui chi non terrorizza
si ammala di terrore.
Fabrizio De André, Il bombarolo

Non è facile avvicinarsi a un’opera come Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow mantenendo quella che si potrebbe definire “la giusta distanza”. Anche volendo fare orecchie di mercante alle voci incontrollate che da una parte e dall’altra si sono lanciate in letture politiche del film, affermando tutto e il contrario di tutto, è indubbio che la nona incursione dietro la macchina da presa della cineasta statunitense costringa lo spettatore (in particolar modo quello europeo) a confrontarsi non solo con i propri gusti in fatto di cinema ma anche e soprattutto con il proprio credo morale. Le esegesi e le accuse che destra e sinistra statunitensi hanno elargito in egual misura al film, letto di volta in volta come strenua difesa dell’azione militare a stelle e strisce, come reprimenda nei confronti delle torture impartite ai detenuti musulmani e via discorrendo, non hanno fatto altro che increspare ulteriormente le acque, senza però che ci si preoccupasse più di tanto di riflettere sul significato estetico e cinematografico di Zero Dark Thirty.

La Bigelow, dopo aver descritto in The Hurt Locker l’inferno iracheno, terreno di battaglia scelto dagli Stati Uniti come rappresaglia ideale verso quegli “stati canaglia” che avrebbero dato aiuti e ospitalità a Osama Bin Laden – senza voler dimenticare l’attrattiva del petrolio, ovviamente – giunge alla radice del problema, raccontando i dieci anni che portarono al ritrovamento del covo del principale leader di Al Qaeda e alla missione dei Navy Seal in cui lo stesso trovò la morte nel 2011.

Per far ciò la Bigelow concentra la propria attenzione su un personaggio a suo modo borderline, la giovane agente della CIA Maya, interpretata da una convincente – per quanto più monocorde del solito – Jessica Chastain: questa scelta consente alla Bigelow di affrontare in maniera laterale alcuni dei lati più oscuri della sua pellicola, a partire dalla lunga sequenza iniziale dedicata all’interrogatorio in cui uno dei detenuti accusati di far parte dei nuclei operativi di Al Qaeda viene ripetutamente torturato. La Bigelow da un lato mostra la sottile patina di disgusto di Maya di fronte alle torture, dall’altro ne certifica l’assoluta professionalità, dal momento che la giovane donna non mette mai in dubbio la necessità, pur sgradevole, di ciò che viene fatto. Una scelta a suo modo spiazzante, e che si ripeterà per gran parte del film: Zero Dark Thirty, che pure mantiene un’asettica distanza dall’oggetto della disamina, quasi avesse timore di sporcarsi le mani con qualcosa di troppo delicato per essere maneggiato senza la dovuta cura, vive sempre sul limbo, raccontando nefandezze di cui è consapevole ma descrivendole a suo modo come indispensabili per il raggiungimento della “verità”, termine che sembra pesare come un’ossessione sull’America contemporanea, ancora incapace di riprendersi alla tragedia delle Twin Towers e allo stesso tempo indecisa se assolversi o meno per tutto quello che è accaduto in seguito all’attentato terroristico su New York.

Attraverso le belle scelte di messa in scena, dominata da una regia che non si lascia sedurre dalle potenzialità spettacolari della vicenda rimanendo piuttosto ancorata a una rarefazione continua, gioco di sottrazione che deflagra di quando in quando nelle sequenze più dinamitarde – fa ovviamente eccezione la lunga parte finale dedicata alla cattura, o meglio all’omicidio, di Osama Bin Laden nel suo covo in Pakistan – la Bigelow cerca di raccontare un’epoca in cui l’orrore viene  combattuto attraverso l’orrore stesso, ma non ha il coraggio di portare il tutto alle estreme conseguenze. La scena della tortura, con cui si apre il film, appare un’edulcorata riduzione per educande rispetto alle vere sevizie che vennero impartite dalla CIA e dall’esercito statunitense ai prigionieri politici. A suo modo inevitabilmente ambiguo, anche per la già citata volontà di non prendere apparentemente posizione su nulla, lasciando che gli eventi si raccontino da soli, Zero Dark Thirty è un’opera importante più per quel che porta sullo schermo che per il modo e i tempi in cui lo fa. Le domande che scatenano dalla visione sono tutt’altro che retoriche, e riguardano la barbarie, la rappresaglia politica, il diritto dell’uomo a essere giudicato prima di venire giustiziato, ma l’impressione è che nel grande spettacolo hollywoodiano si sia deciso di assolvere a priori, in ogni caso, le azioni del governo e dell’esercito statunitense. E quel finale, a suo modo mesto e trattenuto, ne è forse l’evidenza più palese e incontrovertibile.
Il tempo dirà forse la verità sulla nona regia di Kathryn Bigelow, vittima forse di un “politicamente corretto” che finora non aveva mai sfiorato gli argini del suo cinema.

Info
La pagina facebook di Zero Dark Thirty.
Il sito ufficiale di Zero Dark Thirty.
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