Nina

L’esordiente Elisa Fuksas realizza involontariamente con Nina una sorta di bignami dei molti vizi e delle rare virtù del “giovane” cinema italiano.

Giorni e Nuvola

È ormai agosto. La città si svuota, tutto chiude. Pochi, pochissimi, sono i superstiti. Tra questi la trentenne Nina. Il suo migliore amico le chiede un favore: prendersi cura di Omero, il cane depresso dei genitori. Nina accetta, trasferendosi nella casa di famiglia dell’amico. Un quartiere sconosciuto, abbagliante, fuori scala: l’Eur. Qui le persone appaiono e scompaiono. Qui ogni cosa è all’apparenza immobile, ogni spazio un deserto disabitato. Eppure, da questo momento in poi, per la ragazza inizia un periodo nuovo, magico, fatto di incontri. [sinossi]

L’esordio alla regia nel cinema di finzione per Elisa Fuksas si risolve in una sorta di bignami dei molti vizi e delle rare virtù del “giovane” cinema italiano contemporaneo, per lo meno per quel che concerne le uscite in sala – il sottobosco più o meno underground meriterebbe un approfondimento a parte e devierebbe troppo dal tracciato intrapreso. La trentaduenne regista romana pone la firma in calce a un film che vorrebbe, almeno sulla carta, proporre uno sguardo nuovo, inusuale, grottesco e visionario: una finestra aperta sulla realtà, ma in grado di recepirla con occhi mai proni.
Peccato che queste velleità autoriali, questa smodata ambizione, si risolvano in una bolla di sapone, come quelle che la protagonista Diane Fleri fa fluttuare tra una colonna e l’altra in una delle inquadrature più esemplificative di Nina: l’immagine fissa – la Fuksas predilige la costruzione di un quadro cinematografico ai movimenti di macchina, per quanto questi non siano completamente assenti, come sentenzia una steadycam in alcuni casi fin troppo invadente – vede la Fleri, inguainata in una testa a forma di muso di cane, soffiare bolle di sapone che invadono l’aria mentre il ragazzino che l’ha presa sotto la sua ala protettrice le va incontro. Un’inquadratura accurata, elaborata, che però lascia nello spettatore un senso di inerzia, di vuoto strutturale, di horror vacui.

Nina è la storia di una solitudine, quella della giovane del titolo che, in una Roma agostana mai così vuota – la capitale da alcuni anni a questa parte non vive più l’esodo estivo di un tempo – deve prendersi cura degli animali di un amico partito per le ferie e si ritrova così a gironzolare per l’EUR, il quartiere dove si trova l’appartamento. Questo suo viaggio in una Roma a lei sconosciuta le permetterà non solo di fare la conoscenza con un’umanità bizzarra almeno quanto le sue abitudini, ma anche di riscoprire qualcosa di se stessa che aveva smarrito con il passare degli anni.

Su questa trama quantomai basica, la Fuksas avrebbe potuto costruire miriadi di film, l’uno diverso dall’altro: la strada che intraprende, quella del congelamento della narrazione a favore di un accumulo di sequenze stralunate, esemplifica con una certa precisione l’indole della regista e le proprie pretese autoriali. Nina non ha trama (o per lo meno la riduce all’osso, asciugandola di ogni possibile approfondimento sottotraccia) perché, secondo la Fuksas, questa dovrebbe scaturire in maniera pressoché inevitabile dalla messa in scena e, in seconda battuta, dalla maestosità architettonica dell’Eur.
Che il quartiere sorto per ospitare l’esposizione universale del 1942 – annullata in seguito allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale – mantenga un proprio fascino straordinariamente cinematografico non è certo una novità, e il cinema italiano ha più volte immortalato l’asciutto rigore dechirichiano del Palazzo della Civiltà del Lavoro o le perfette e ansiogene geometrie dei due piazzali che anticipano l’obelisco sulla Cristoforo Colombo. Nel suo personale approccio a quest’area di Roma così particolare la Fuksas non fa altro che assecondarne i pregi architettonici, esaltandone angoli, geometrie e squadrature con una serie infinita di messe in quadro tanto elaborate ed eleganti quanto nella realtà del tutto prive di una propria anima.

Apparentemente ossessionata dall’idea di dover trovare il modo per certificare anche sul grande schermo gli studi accademici in architettura – e, ça va sans dire, la discendenza paterna, qui suggellata in un paio di momenti dall’apparizione davanti alla macchina da presa, della Nuvola ancora in costruzione che di qui a pochi mesi dovrebbe diventare il nuovo Palazzo dei Congressi di Roma – la Fuksas studia inquadrature che sembrano più adatte a una mostra fotografica o a un’installazione di videoarte che a un film. Si prenda l’inutile costruzione dello spazio nella sequenza del concerto per violoncello dell’uomo di cui Nina si invaghisce: tre inquadrature – dalla più stretta alla più larga – che dovrebbero glorificare l’estro visionario della Fuksas ma non fanno altro che palesarne i limiti cinematografici.

Perché in questo profluvio di brevi sequenze studiate in ogni minimo particolare e del tutto staccate tra loro la giovane regista ha dimenticato completamente per strada la storia del proprio film e la psicologia del suo personaggio principale. E non bastano tutte le bizzarrie di questo mondo per risanare questa grave mancanza. Anche se forse il problema di Nina è tutto nella già citata messa in scena dell’Eur, così artritica, ovvia, inutilmente rigorosa. Vuota di senso, come le immagini innamorate di se stesse che la Fuksas elabora in maniera sempre più stupefacente, ma senza alcun costrutto.

Info
Il trailer di Nina su Youtube.
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