Grigris

Pur affrontando una tematica classica del suo cinema Mahamat-Saleh Haroun, con Grigris, invece di lavorare di sottrazione come suo solito, esaspera e enfatizza troppo il percorso drammatico del suo ballerino zoppo.

L’uomo che danza

Nonostante la sua gamba paralizzata sembri escluderlo del tutto, il venticinquenne Grigris sogna di diventare un ballerino. Una vera sfida. Ma il suo sogno si infrange quando suo zio si ammala gravemente. Per salvarlo, Grigris decide di lavorare per dei trafficanti di benzina… [sinossi]

Continua a parlare di eredità, di conflitti generazionali, di sensi di colpa e di vendette private il cinema di Mahamat-Saleh Haroun: da Bye Bye Africa a L’homme qui crie, passando per Abouna e Daratt – senza dimenticare il cospicuo numero di cortometraggi e di documentari che completano la ricca filmografia del cinquantaduenne regista ciadiano – le creature partorite da Haroun hanno scavato nel corso degli anni un solco in grado di segnare in profondità il cinema contemporaneo africano, trovando sempre una collocazione adeguata all’interno dei percorsi festivalieri internazionali. Non si allontana dalla via finora tracciata neanche Grigris, presentato in concorso alla sessantaseiesima edizione del Festival di Cannes.

Già a uno sguardo disattento Grigris sembra possedere tutti gli elementi di cui si è finora composto il suo cinema: la storia del ballerino zoppo Grigris, idolatrato nelle sue esibizioni nei club di N’Djamena, che è costretto a dedicarsi al traffico illegale di benzina per potersi permettere le spese mediche dell’amato zio, rappresenta infatti una vera e propria topica all’interno della filmografia di Haroun. Ciò che stona da subito, rispetto a opere essenziali e dolorose come Daratt e L’homme qui crie, è piuttosto la costruzione narrativa che Haroun utilizza per raccontare la storia di Grigris: laddove il lavoro di sottrazione in passato aveva permesso di aggirare con notevole forza espressiva gli ostacoli della retorica terzomondista, Grigris soffre di una scrittura esasperata, in cui l’elemento umano perde via via connotazione e senso rispetto all’obbiettivo filosofico e politico perseguito da Haroun.

Ciò su cui si sarebbe dovuto concentrare lo sguardo di Haroun era essenzialmente il paradosso tra deformazione e grazia artistica del protagonista. L’impressionante performance dell’esordiente Souleymane Démé, in grado di rendere alla perfezione la furia di vivere di un ragazzo apparentemente condannato a un’esistenza di stenti e in grado invece di rialzarsi sempre con caparbia dignità, viene quasi svilita da un contesto narrativo prevedibile e del tutto privo di un reale interesse. Grigris si sfilaccia e perde la sua reale forza nel momento stesso in cui Haroun decide di dedicarsi anima e corpo a un’incursione nell’anima malata del Ciad: la digressione noir e malavitosa, che in pratica rappresenta il cuore pulsante del film, vive su un continuo accumulo di cliché. Persino gli uomini e le donne che circondano il ragazzo appartengono più a dei tipi che a dei personaggi a tutto tondo: il boss apparentemente gentile ma pronto a condannare a morte Grigris appena questo ne tradisce la fiducia, la bella ragazza costretta a prostituirsi ma desiderosa in realtà solo di una vita normale, i bassifondi della capitale, e via discorrendo.

Un insieme di elementi già metabolizzati che inficiano la possibilità da parte dello spettatore di empatizzare fino in fondo con le figure che appaiono sullo schermo. È come se, desideroso di portare a termine un’operazione più classica del solito, Mahamat-Saleh Haroun fosse rimasto ingabbiato nel suo stesso marchingegno, finendone inevitabilmente schiacciato.

Un’impressione che si rafforza ulteriormente allorquando gli innamorati Grigris e Mimi (bellissima e molto intensa la sconosciuta Anaïs Monory) riescono a fuggire dalle trame tentacolari della città per trovare rifugio in un villaggio disperso nella savana. Lontano dalle tentazioni del noir, Haroun riesce qui a ritrovare la verità del suo cinema, facendo deflagrare il finale con una improvvisa, inaspettata e ironica detonazione femminista. Un colpo di coda irriverente e apprezzabile, che ha il solo difetto di arrivare troppo tardi. Un’occasione sprecata, purtroppo.

Info
La pagina Facebook di Grigris.
Il trailer di Grigris su Youtube.
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