I corpi estranei

I corpi estranei

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Con I corpi estranei Mirko Locatelli esplora i rapporti tra culture e l’elaborazione del dolore in un film squilibrato e poco convincente.

Il padre

Antonio è solo a Milano con il suo bambino, Pietro, affetto da una grave malattia. Jaber, quindici anni, vive a Milano con un gruppo di connazionali: è migrato in Europa da poco, in fuga dal Nordafrica e dagli scontri della primavera araba. L’ospedale è una città nella città dove entrambi sono costretti a sostare. [sinossi]

I corpi estranei di Mirko Locatelli, primo film italiano in concorso presentato all’ottava edizione del Festival Internazionale del Film di Roma (gli altri due sono Take Five di Guido Lombardi e Tir di Alberto Fasulo), regala anche una parziale, ma non per questo meno cocente, delusione. Poco meno di dieci anni fa Come prima e Crisalidi, due dei cortometraggi degli esordi, avevano permesso di coltivare notevoli speranze nei confronti di un giovane talento, in grado di muoversi tra fiction e documentario con uno sguardo rigoroso ma partecipe. Il primo giorno d’inverno, pur evidenziando alcune crepe nella costruzione del racconto e nella capacità di gestire un lavoro sulla lunga distanza, l’aveva lanciato nel lungometraggio permettendogli addirittura la partecipazione alla sezione Orizzonti durante la Mostra di Venezia del 2008, la prima del secondo mandato di Marco Müller al Lido. E sempre lo staff al lavoro con Müller ha trovato una collocazione al film a Roma.

Il primo dettaglio a saltare all’occhio durante la visione de I corpi estranei è la notevole ambizione che emana da ogni singola inquadratura del film: laddove Il primo giorno d’inverno lavorava di sottrazione narrativa, arrivando ad asciugare talmente tanto il racconto da evidenziare delle inevitabili impasse, I corpi estranei mette sul piatto della bilancia un numero non indifferente di tematiche e di sottotrame. C’è il racconto della malattia, quella che affligge il piccolo Pietro (appena tre anni) ma anche Youssef; il racconto dell’elaborazione del dolore e dell’attesa snervante; quello della solitudine; quello dell’incontro/scontro tra culture; quello, infine, della crisi di una nazione che non sembra più proporre prospettive di alcun tipo alla popolazione.
Di fronte a tutto ciò la mano di Locatelli si fa altalenante, dimostrando di non essere sempre capace a gestire la messa in scena. I momenti più ispirati del film sono senza dubbio quelli che vedono Filippo Timi (nella migliore interpretazione degli ultimi anni, dove in più occasioni si era lasciato prendere la mano da un gigionismo dispersivo) a tu per tu con il piccolo Pietro: istanti carichi di un lirismo sincero, affranto ma dolcissimo. Se I corpi estranei si fosse concentrato su questo aspetto lasciando in secondo piano il resto, si starebbe con ogni probabilità parlando di un’opera essenziale.

Purtroppo invece il trentanovenne regista meneghino decide di muoversi anche in direzione di un discorso, apprezzabile ma troppo carico di retorica, sull’integrazione e sullo scontro tra la cultura cattolica e quella musulmana. Qui il film viene a mancare quasi completamente: la descrizione del microcosmo islamico attorno a Jaber è ai limiti del santino, e le azioni che compie l’adolescente tunisino (sempre buonissimo e comprensivo nei confronti di Antonio, italiano medio e mediamente razzista) sono così esasperate da risultare davvero poco credibili. Locatelli, rigoroso nell’affrontare il rapporto padre/figlio e l’incedere della malattia, diventa impreciso e inutilmente “buonista” quando deve mettere in relazione Timi e il giovane Jaouher Brahim.
Difetti che sono gli stessi di buona parte del cinema “civile” prodotto in Italia negli ultimi anni: buone intenzioni sprecate per mancanza di coraggio o, come nel caso de I corpi estranei, per un approccio troppo manicheo alla materia trattata. Peccato.

Info
Il trailer de I corpi estranei
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