The Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca

The Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca

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The Butler mette in scene sette amministrazioni presidenziali a stelle e strisce attraverso gli occhi e le parole del maggiordomo della Casa Bianca Cecil Gaines, interpretato da un intenso Forest Whitaker.

Le due facce della stessa medaglia

Attraverso lo sguardo e le emozioni di Cecil Gaines si ripercorrono gli eventi e i cambiamenti della scena socio-politica americana: dall’assassinio di John F. Kennedy e di Martin Luther King, ai movimenti dei Freedom Riders e delle Black Panther, dalla Guerra del Vietnam allo scandalo del Watergate. L’impegno di Cecil con la “First Family” lo porta a trascurare la moglie Gloria e a creare tensioni con il figlio Louis, attivista nei movimenti antirazziali. [sinossi]

In molti casi un premio prestigioso come l’Oscar ha stravolto una carriera, garantendo a coloro che lo hanno stretto tra le mani una rendita da spendere negli anni successivi; in altri nemmeno l’avere portato a casa l’ambita statuetta ha regalato al vincitore di turno una credibilità tale da assicurargli una certa continuità professionale. In questa seconda categoria un posto di diritto spetta a Lee Daniels, il cui curriculum da produttore e regista non può di certo passare inosservato, ma che a quanto pare sembra non essergli bastato a trovare subito il budget necessario per mettere in piedi la sua ultima fatica dietro la macchina da presa dal titolo The Butler. L’essere stato il primo produttore afro-americano a ottenere una nomination e a vincere un Oscar con Monster’s Ball, sfiorando l’impresa anche da regista con il pluri-premiato Precious, candidato a ben sei statuette tra cui quelle per il miglior film e la migliore regia (per la cronaca ne ha vinte due come migliore attrice non protagonista e migliore sceneggiatura non originale), infatti, non gli ha spianato economicamente parlando la strada. C’è da dire che la pellicola in questione è senza alcun dubbio la più costosa e ambiziosa della sua seppur breve filmografia da cineasta, che può contare, oltre che sul già citato film del 2009, anche sui pregevoli Shadowboxer e The Paperboy. Ciò che conta è che alla fine l’opera ha visto la luce prima e il buio della sala poi, approdando nei cinema nostrani con Videa a partire dall’1 gennaio 2014.

Come il Forrest Gump dell’omonima pellicola del 1994 firmata da Robert Zemeckis e interpretata da un Tom Hanks in stato di grazia, anche il Cecil Gaines di The Butler si tramuta nel Virgilio della situazione per traghettare lo spettatore nel turbolento scenario politico dell’America del XX° Secolo. Liberamente ispirato alla vera storia di Eugen Allen, rievocata nell’articolo “A Butler Well Served by This Election” di Wil Haygood, apparso sulle pagine del Washington Post nel 2008, il film ci trascinaal seguito di un maggiordomo della Casa Bianca che tra il 1957 e il 1968 fu al servizio di ben sette amministrazioni presidenziali. I suoi occhi e le sue orecchie, l’assidua presenza nei corridoi e nelle stanze del Potere, lo trasformano in un testimone oculare del processo di trasformazione di un’intera nazione, un po’ come era stato per certi versi per la protagonista de La cuoca del Presidente o la Daisy Suckley di A Royal Weekend. A vestire i panni di Gaines un camaleontico e versatile Forest Whitaker, qui alla sua performance più convincente e intensa dopo quelle offerte ne L’ultimo Re di Scozia e in Bird, che gli sono valse rispettivamente l’Oscar e il premio come migliore attore al Festival di Cannes. Con e attraverso di lui, Daniels ripercorre gli eventi e i cambiamenti degli Stati Uniti e delle relazioni razziali: dall’assassinio di John F. Kennedy e di Martin Luther King ai movimenti dei Freedom Riders e delle Black Panther, dalla Guerra del Vietnam allo scandalo del Watergate.

Fatti, questi, che segnano indelebilmente tanto l’uomo quanto il padre di famiglia. Lo script, infatti, incrocia le vicende umane e intime di Gaines all’interno del focolaio domestico con le dinamiche storiche e politiche del suo Paese, creando un’osmosi narrativa e drammaturgica tra i due piani del racconto. Il palleggio funziona, ma a fasi alterne, a causa di un’architettura che presenta evidenti squilibri. Le due storie entrano spesso in conflitto, con quella privata che fagocita quella pubblica. Esattamente il contrario di quanto accade invece nel monumentale Heimat, esempio perfetto di equilibrio tra storia e Storia. In The Butler è il montaggio, spesso in parallelo, a creare i presupposti per una pacifica convivenza quando le cose funzionano come dovrebbero, ma purtroppo non basta a fare spiccare il volo a un’opera che vive solo di sussulti (il faccia a faccia tra Gainses e suo figlio nell’atrio del tribunale dopo che quest’ultimo si è fatto arrestare per l’ennesima volta oppure l’aggressione nel ristorante di Fisk prima e l’assalto al Freedom Bus poi), ma soprattuttograzie alle toccanti e riuscite interpretazioni del già citato Whitaker, di Oprah Winfrey nel ruolo di Gloria e di Cuba Gooding Jr. in quello di Carter Wilson.

Quello che resta è un dramma storico incompleto, che emoziona a folate, che coinvolge solo di rado perché più attento a come dire le cose piuttosto che a cosa dire. Daniels vorrebbe raccontare, oltre che la tenacia e la determinazione di un uomo (e ci riesce) durante il cambiamento di una nazione (troppo didascalico), anche la storia di una famiglia, ma alla fine ciò che ottiene assomiglia molto di più a una lezione di due ore utile per un frettoloso ripasso in stile bignami.

NOTE
1. Lo sceneggiatore Danny Strong si è ispirato all’articolo A Butler Well Served by This Election di Wil Haygood, pubblicato sul Washington Post. Per info su Eugene Allen: independent.co.uk e en.wikipedia.org.
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