Welcome to New York

Welcome to New York

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Discusso (per via del personaggio affrontato), desiderato (lunghissime erano le file a Cannes per vederlo), infine distribuito in VoD (a partire dal 22 maggio): è Welcome to New York il nuovo, geniale film di Abel Ferrara.

Il mio Dio si chiama idealismo

Devereaux è un uomo potente. Un uomo che maneggia miliardi di dollari ogni giorno, un uomo che controlla il destino economico delle nazioni. Un uomo governato da una fame sessuale frenetica e sfrenata. Un uomo che sognava di salvare il mondo e che non può salvare se stesso. Un uomo terrorizzato. Un uomo perduto. [sinossi]

Non sono molti gli autori in grado, con budget limitati a disposizione, di mantenere cristallina la propria poetica realizzando opere ancora personalissime, vitali, pulsanti. Abel Ferrara è uno di questi, disposto ad accettare tempi di lavorazione rapidissimi, pronto a lavorare con sceneggiature poco “convenzionali” e ancor meno “classiche”, e anche a spostarsi geograficamente dalla sua New York, per lavorare magari in Italia come accaduto di frequente in questi ultimi anni (attendiamo il suo Pasolini, attualmente in fase di lavorazione). Tutto pur di continuare a fare quello che gli riesce meglio: i film.
Inutile rimpiangere ancora il Ferrara di Fratelli o Il cattivo Tenente, i lavori più recenti dell’autore italoamericano sono qualcosa di completamente diverso, testi aperti che non hanno però nulla di “incompiuto”, che interrogano e che s’interrogano dal proprio interno, ricchi di idee, argomentazioni, soluzioni inattese. Ed è così anche il suo nuovo film: Welcome to New York.
Presentato come evento speciale a Cannes 2014 in una doppia proiezione affollatissima, il film rilegge, come largamente annunciato, la famigerata vicenda di violenza sessuale di cui si rese protagonista l’ex direttore del Fondo Monetario Internazionale Dominique Strauss-Kahn nel 2011. Il nome del protagonista (incarnato da un ben ritrovato Gérard Depardieu) è stato cambiato in Devereaux e la sua storia declinata in una rigorosa struttura tripartita.

La prima parte, che chiameremo qui per comodità “Commediasexy” vede il nostro Devereaux alle prese con la trasferta “lavorativa” in un hotel newyorkese, dove intrattiene un’agenda fittissima di incontri promiscui con donne prezzolate e, tra le altre cose, sperimenta anche le proprietà idratanti del gelato. Vittima di una irrefrenabile coazione a ripetere, quando la corpulenta donna delle pulizie fa il suo ingresso per rifare la camera, il nostro eroe si comporterà come le cronache hanno riportato.
Segue dunque un secondo atto, forse il più riuscito e potente, che identificheremo come “A.C.A.B.” e dove l’uomo d’affari viene arrestato e condotto in un commissariato. Qui viene rinchiuso in una gabbia con un gruppo di delinquenti afroamericani, legato con due manette perché una non basta a coprire la sua circonferenza, poi deriso, denudato e perquisito in ogni pertugio.
Infine arriva l’epilogo che potremmo definire “Domicilio coniugale” per via dell’omonimo (ricusiamo nettamente l’assurda titolazione – tra le peggiori della storia del cinema – “Non drammatizziamo… è solo questione di corna) film di Francois Truffaut visionato dal protagonista, durante quella che di fatto è la sua permanenza agli arresti domiciliari, in un appartamento procuratogli dalla moglie (Jacqueline Bisset).

Vero cuore pulsante e ansimante di Welcome to New York è naturalmente Depardieu e la sua travolgente interpretazione. L’attore, con sublime maestria, grugnisce, si denuda, si prodiga in acrobazie sessuali di ogni sorta, irridendo al tempo stesso se stesso e il proprio personaggio e incarnando sullo schermo ora gli aspetti delle tante questioni erotico-politiche internazionali, ora imperituri giochi di potere domestici, filosofici, globali, o ancora una satira pungente sulle metodologie poliziesche. Ma soprattutto, l’attore è lo strumento utilizzato da Welcome to New York per affrontare l’impossibilità umana di accettare un ruolo “altro”, sia esso pubblico (il film fa riferimento alla possibile candidatura di Devereaux/Strauss-Kahn alle presidenziali francesi) o privato. Perché quello che Devereaux rifiuta è proprio l’imperativo ad andare contro la propria natura, che è animalesca, è vero, ma anche in qualche modo incontaminata, radicale.

Nell’ultima parte del film i toni della discussione si fanno poi più chiari e serpeggia un fondo di disillusione per via di quella crisi degli ideali (sessantottini forse, ma non solo) che appaiono oramai irrecuperabili, al punto che il personaggio rimpiange i tempi in cui il suo unico Dio era l’idealismo. E allora, forse, è meglio tornare allo stato brado, perché nessuno può o vuole essere salvato da ciò che è. Meno che mai un autore a sua volta radicale come Abel Ferrara.
La struttura in tre capitoli non deve poi ingannare, Welcome to New York è, come ha dichiarato l’autore, un film che non giudica i propri personaggi e la sua è una tolleranza dialettica, espressa nella forma filosofica del sillogismo. Le tre parti non sono altro infatti che la tesi-antitesi e sintesi di una serie di discorsi complessi, inizialmente esposti in tutta la loro lubrica realtà, poi replicati in un’antitesi che ne piega il senso in direzione di una cruda disamina delle dinamiche altrettanto perverse delle forze dell’ordine e infine compare una sintesi, dove si giunge ad enucleare qualche ipotesi. In questo episodio conclusivo, il personaggio finalmente non è più solo ma dialoga, esprime se stesso verbalmente, prima con la moglie e poi direttamente con il pubblico. Perché in fondo se c’è una cosa che in senso lato accomuna tutta l’ultima produzione di Abel Ferrara è proprio questa sua frontalità, questo essere diretto ed essenziale: il suo cinema da oltre dieci anni è accusato, imprigionato, nudo, ma sta parlando proprio con noi.

INFO
La scheda di Welcome to New York sul sito della distribuzione italiana.
Il trailer italiano di Welcome to New York.
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