Andiamo a quel paese

Andiamo a quel paese

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Poco divertente e molto confuso, Andiamo a quel paese conferma la rapidissima involuzione del cinema di e con Ficarra e Picone. Film di chiusura della nona edizione del Festival di Roma.

Te c’hanno mai mandato…

Rimasti disoccupati, i due amici di vecchia data Salvo e Valentino abbandonano Palermo per rifugiarsi nel loro paese d’origine, Monteforte, dove la vita è meno cara ed è più facile tirare avanti. I due si ritrovano a vivere in un contesto diverso da quello che si erano immaginati, ovvero un paese pieno di anziani, da cui però sarebbe facile trarre un lauto beneficio. Ogni anziano rappresenta, infatti, una pensione, un bel bottino per i due disoccupati morti di fame… [sinossi]

C’erano una volta due comici televisivi che, al momento di imbarcarsi nell’avventura sul grande schermo, avevano giustamente pensato che fosse necessario far ricorso a strumenti e tecniche tipiche del linguaggio cinematografico e non semplicemente trasferire i loro tormentoni da un mezzo all’altro. Questi due comici sono i siciliani Salvo Ficarra e Valentino Picone che nel 2007 realizzavano Il 7 e l’8, seguito nel 2009 da La matassa, due film con una articolata struttura narrativa in cui si tematizzava e si problematizzava persino il rapporto di amicizia, di vicinanza e di competizione tra i due (Il 7 e l’8, ad esempio, partiva dall’idea di uno scambio di culla). A partire dal 2011 però deve essere successo qualcosa, una sorta di pigro adeguamento al successo raggiunto, visto che Anche se è amore non si vede segnava un clamoroso passo indietro (e già il banale titolo rientrava nella omologante categoria delle commedie mainstream nostrane) e forse non era un caso che Ficarra e Picone si trovassero per la prima volta in cabina di regia senza l’apporto – da onesto mestierante, ma evidentemente fondamentale – di Giambattista Avellino. Adesso, a distanza di ben tre anni, i due hanno realizzato il loro quarto lavoro, Andiamo a quel paese, di nuovo diretto in solitudine e presentato come film di chiusura alla nona edizione del Festival di Roma, in cui confermano in pieno la regressione in corso.

Come già in Anche se è amore non si vede, nel loro nuovo film Ficarra e Picone abbandonano del tutto l’idea di una strutturazione narrativa e preferiscono puntare sulle loro facce comiche e sulla loro presenza scenica, nell’illusoria ambizione che ciò possa bastare per tenere in piedi la baracca di un lungometraggio. Lo spunto in questo caso è quello di un ritorno indietro, al passato, in un piccolo paese in cui forse sarà possibile continuare a sopravvivere, evitando le spese che impone il mantenersi in una grande città come Palermo. E qui la coppia protagonista deciderà di sfruttare le pensioni degli anziani per potersi sostentare. Il tema sociale, tutto sommato una novità per Ficarra e Picone, viene però ovviamente smorzato dalla necessità di buttarla sul comico; ma, soprattutto, non bastano le buone intenzioni se dietro non c’è uno scheletro drammaturgico in grado di sostenere l’operazione. Ecco che allora Andiamo a quel paese avanza faticosamente lungo l’accidentato percorso di sketch e gag dal respiro corto, si adagia sulla sua idea di partenza e la lascia andare avanti senza trovare appiglio in nulla, nemmeno in una costruita galleria di caratteristi che, pure presenti in scena (da Nino Frassica a Francesco Paolantoni), appaiono ininfluenti e non sfruttati. E se, rispetto ad Anche se è amore non si vede, in Andiamo a quel paese si abbandona il tentativo – fallimentare, tra l’altro – di guardare alla commedia romantica (cosa che richiedeva delle presenze femminili più o meno forti, lì incarnate da Ambra Angiolini e da Diane Fleri), il tutto allora finisce per spostarsi sulle gracili spalle di Ficarra e Picone, che non hanno né la verve comica né la fisicità marionettistica di un altro celebre duo siciliano, quello composto da Franco e Ciccio, i quali in film pur sbrigativi e frettolosi riuscivano sempre a dare un contributo personale. E, come nei film con Franco e Ciccio (che però erano una consolidatissima coppia cinematografica), si ha qui la presunzione di non voler raccontare per quale motivo Ficarra e Picone siano in scena fianco a fianco e vivano insieme; la giustificazione risibile è quella secondo cui l’uno sarebbe il miglior amico della moglie dell’altro (cosa che viene detta, senza essere mai dimostrata con scene ad hoc). Ci viene chiesto quindi di accettare a prescindere, nel mondo fictionale che appartiene al cinema, che i due si trovino naturalmente a dover condividere ogni cosa, come se il rapporto fosse qui una diretta emanazione della loro conduzione di Striscia la notizia.

Da un lato Franco e Ciccio facevano cinque/sei film all’anno, film veloci, maldestri, incompiuti ma vitali, dall’altro Ficarra e Picone ottengono gli stessi risultati senza alcuna genialità comica e allo stesso tempo realizzano un prodotto poco pensato e pochissimo rifinito, incerto e claudicante, bonario e mai davvero compiuto, e lo fanno senza sporcarsi le mani con la velocità dei tempi produttivi del passato, in cui il prodotto ‘alimentare’ era tale perché andava ‘consumato’ nell’immediato, poi digerito e sostituito da qualcos’altro. Ora non è più così e tra un film l’altro possono passare anche tre anni, come in questo caso. Allora, vien da chiedersi: a che pro? Qual è lo spirito, la necessità che li muove? In fin dei conti, perciò, ripensare alla mediocrità complessiva di Andiamo a quel paese non può che farci riflettere ancora una volta a proposito dell’infelice orizzonte in cui vivacchia il nostro sistema cinematografico in questi ultimi decenni, in cui le ‘pensioni’ dei grandi vecchi del cinema italiano sono già belle che esaurite.

Info
Il sito del Festival Internazionale del Film di Roma.
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