L’antimiracolo

L’antimiracolo

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Lontani dai fasti del boom anni Sessanta, pescatori e contadini del Gargano lottano con le unghie e con i denti contro le forze della natura in una guerra mitica e quotidiana. L’antimiracolo di Elio Piccon racconta tutto questo, tramite un linguaggio talvolta efficace, spesso poco convincente. Prima volta in dvd per CristaldiFilm e CG.

Docu-fiction girata con attori non professionisti scelti sul luogo, che sceglie di raccontare polemicamente una fetta d’Italia anni Sessanta radicalmente distante dal boom economico. Il protagonista è il paese di San Nicandro Garganico, dove i destini di contadini e pescatori sono per lo più legati alla laguna e alla guerra infinita per dominarla. In mezzo, riti, usanze e cultura locale di radici ancestrali. [sinossi]

Tutta un’Italia che nessuno voleva (vuole?) raccontare. Da qui è partito Elio Piccon nel 1964-65 per realizzare L’antimiracolo, docu-fiction lungamente dispersa e invisibile che fin dal programmatico titolo mostrava il suo intento polemico, l’indagine delle ampie porzioni del nostro paese lasciate fuori dal boom economico anni Sessanta, ancorate a una realtà socio-culturale mitica e ancestrale. La polemica di Piccon pare fondarsi anche sulla diretta “emanazione” che dagli anni del boom sgorgava nella nostra produzione cinematografica del tempo, in gran parte interessata alla narrazione di città e antropologie filiate dal nuovo contesto economico, sia pure raccontate con sguardo sovente critico e problematico. Piccon si reca invece in una delle zone geografiche più remote del nostro paese, il Gargano fino ad allora raramente sfiorato dalle macchine da presa, partendo con una minima troupe senza soggetto e sceneggiatura, con l’unica certezza di voler raccontare altro: decisiva era stata l’esperienza della sua opera precedente, Italia 61, che gli era stata commissionata dalla Fiat per celebrare il centenario dell’Unità d’Italia e ovviamente il fulgido progresso nazionale del tempo, lavoro dal quale l’autore ricavò l’impressione di aver narrato solo una parte di verità.

Adesso CristaldiFilm e CG pubblicano il film in dvd per la prima volta, dopo che la Cineteca Nazionale si è occupata del restauro con il patrocinio dell’Università di Udine. Il film vinse la Targa “Leone di San Marco” al Festival di Venezia del 1965 per la sezione documentari, ma ebbe un destino sfortunato. Dalla censura furono richiesti ampi tagli, e l’uscita nelle sale fu programmata in piena estate. La versione editata adesso in dvd sembra reintegrare in parte i tagli censori, mentre altri scarti privi di colonna audio sono stati inseriti nella sezione degli extra. La censura accampò motivazioni di decoro per alcuni frammenti audaci, ma sostanzialmente i maggiori fastidi vennero dalle fondamenta del progetto, ovvero l’intenzione di dare un quadro del paese non allineato agli entusiasmi della rinascita propagandati dalla retorica del boom (l’eterno “I panni sporchi si lavano in famiglia” che Giulio Andreotti riservò a suo tempo al neorealismo).
In realtà L’antimiracolo mostra più di uno spunto discutibile, che non riguarda direttamente i suoi intenti polemici a monte, bensì coinvolge il merito del metodo. Tra i vari scritti lasciati da Elio Piccon risalta una sua affermazione che rifiuta l’idea del film-inchiesta, e che attribuisce alla sua opera la volontà di fermare su pellicola una “realtà di fatto”. Terminologie decisamente scivolose quando applicate a un linguaggio spurio come quello della docu-fiction, e che lascia sempre un po’ perplessi quando utilizzate per qualsiasi forma di cinema e d’arte in genere. Il lavoro di Piccon discende da una lunga permanenza a San Nicandro Garganico, a cui seguì un anno intero di riprese.
Tuttavia, l’autore scelse poi di aderire a un progetto filmico di difficile definizione, che probabilmente ricava le sue maggiori risorse proprio dalla sua originale estetica sfuggente, ma che al contempo apre dubbi e perplessità per le stesse ragioni.

Nella sua veste definitiva, L’antimiracolo narra i destini di un gruppo di pescatori e contadini che lottano quotidianamente contro le forze della natura per dominare un’area di laguna. A poco a poco il film si concentra sulla vicenda di due personaggi, Nicandro e Zaruccio, la cui guerra impari è votata alla sconfitta per entrambi. Ciò si alterna a momenti dedicati a riti collettivi, processioni, frammenti dedicati al ruolo della donna, “scuole di pianto” e quant’altro. Da un lato, un approccio mitico-estetizzante che ricorda da vicino La terra trema di Visconti con tanto di uso prezioso della musica classica in atmosfere pasoliniane (qui ricorre l’Adagio di Albinoni); dall’altro, folklore e pugni nello stomaco non lontani da Gualtiero Jacopetti.
Il progetto mostra ascendenze viscontiane anche nel suo metodo a monte: Piccon si trasferisce nel Gargano, recluta attori non professionisti, probabilmente ascolta e raccoglie storie dalla viva voce della gente, e poi le rimette in scena conservando per lo più il dialetto. Curiosamente, le similitudini con La terra trema si allargano pure all’utilizzo di una ridondante voce over (a cui però Visconti fu costretto dai produttori), che nel caso di Piccon diventa non soltanto straripante ed esemplificativa fino allo spasimo, ma anche ingenuamente giudicante.

In ultima analisi, insomma, i materiali di prima mano sono robustamente rimanipolati in un territorio fortemente finzionale, che presenta sì pagine documentali (ma anche in quelle riemerge sempre il sospetto dell’intervento autoriale, della ripresa preparata), ma che non abbandona mai l’aspetto di un globale reenactment. Per cui di tutto il work-in-progress precedente e parallelo alle riprese rimane poco o niente, e Piccon gira avendo bene in testa ciò che vuole dire, a quali conclusioni è giunto e quali vuole comunicare. L’antimiracolo approda quindi ai lidi del film-inchiesta, ma mancando sorprendentemente l’obiettivo della credibilità. Piccon infatti esaspera spesso le situazioni, riprende i suoi non-attori cercando in loro l’effetto esagerato, il sopra-le-righe di gesti e urla, l’esacerbazione di comportamenti. Valga per tutti il finale, le grida disperate e i gesti inconsulti di Zaruccio che si accanisce contro il canneto, costeggiando un linguaggio da semplicistico melodrammone. E Piccon non si fa mancare nemmeno sequenze assai discutibili, in cui si fa un uso disinvolto degli animali. Su questo, certo, è necessario tenere conto della diacronia: la sensibilità animalista è un’acquisizione relativamente recente con ampi margini di variabilità geografica e individuale. Ma è l’occhio autoriale che in questo caso compie precise scelte. Piccon opta infatti per il dettaglio stretto e strettissimo su vitelli scuoiati, cani gassificati e una miriade di rane decapitate.
Si tratta di sequenze perfettamente coerenti con lo spirito del film, che pone tra i suoi primari obiettivi la narrazione dello scontro tra una posticcia modernità (il boom) e forme di vita ancora legate a un approccio mitico e ancestrale all’esistenza, in cui tra l’altro vige un violento dominio dell’uomo su altri esseri viventi. Tuttavia, tali scelte visive rasentano spesso un gratuito sensazionalismo davvero non troppo distante dalle (assai più bieche) manipolazioni dei mondo-movies. Non è estraneo a tale approccio anche tutto il commento riservato alla voce over di Riccardo Cucciolla, in cui spesso risuonano note vagamente sarcastiche o terzomondiste, che finiscono per guardare dall’alto in basso quello stesso popolo a cui si vorrebbe dare finalmente voce.

È altrettanto vero, però, che da tale scontro tra arcaico e moderno Piccon giunge anche a intelligenti intuizioni, in cui il sarcasmo e l’estetica del brutto si caricano di pregnanti significati culturali. Ciò riguarda in particolare tutta la sezione dedicata all’elezione del Mister del paese. Poiché non sono ovviamente ammessi concorsi di bellezza tra donne, San Nicandro Garganico istituisce una gara di uomini che sfilano sfatti e nudi con atteggiamenti spesso effeminati. Da ultimo, il vincitore viene premiato da un travestito che si guadagna un bacio perdendo la parrucca. Di nuovo lo sguardo di Piccon appare conservatore e moraleggiante, ma intanto dà conto di una mostruosa formazione di compromesso generata dall’incontro tra vecchio e nuovo. La bellezza e la sua esibizione è un’acquisizione dell’Italia del boom, entusiasta di inventarsi un concorso femminile al mese e di propagandare tale nuovo (falso) valore tramite i mass-media. Nel Gargano tale tendenza riverbera dalle lontane metropoli ma si scontra con i tabù locali. Per cui agli uomini non resta che divertirsi tra loro, mentre i loro corpi, esposti più al pubblico dileggio che all’ammirazione, si tramutano in simulacri di una società in violenta trasformazione. Brutti e sgradevoli, come qualsiasi cosa rimanipolata da nuovi e inadeguati contesti. Quegli stessi corpi che in un mondo ancestrale sono prima di tutto strumenti di lotta e di lavoro, come ben sottolineano tutte le sequenze dedicate alla guerra contro la laguna, in cui Piccon mostra una sensibilità materica nella raffigurazione del corpo umano che ricorda davvero da vicino Visconti e il realismo francese anni Trenta.

Come tutto il cinema, L’antimiracolo non mostra quindi una “realtà di fatto”, ma una lettura ben precisa, mossa da specifici intenti e personali idee del mondo. Per Piccon il boom economico agisce su culture e riti antichi come una sorta di caduta dal Paradiso, strappando uomini forti e coraggiosi (semidei?) dal loro violento equilibrio con la natura e rendendoli schiavi. Per dire tutto questo Piccon ricorre a uno stile radicalmente multiforme, in cui melodramma e docu-fiction, tragedia e commedia, verità e finzione, polemica sociale e pensiero reazionario, seri intenti e specchietti per le allodole (il “full frontal” della prostituta è francamente gratuito e ammiccante) si mescolano senza soluzione di continuità. Un approccio spesso anche palesemente ingenuo, che probabilmente giustifica in parte l’estrema disinvoltura verso la rappresentazione del ferino e le note stridenti nella voce over di Cucciolla (un po’ come schierarsi contro il razzismo utilizzando la parola “negro”). Il tempo certo ha il suo peso, le coordinate che cambiano, il dilagare odierno del politicamente corretto… Con ogni probabilità un film come L’antimiracolo, così profondamente spurio, non potrebbe mai vincere oggi a Venezia un premio riservato ai documentari. Ma è sbilenco, irregolare, disturbante, e spesso intelligente. Lascia la sensazione di un interlocutore con cui spesso non si è d’accordo. Lo si ascolta, e si rispetta.

Extra
Intervista a Natalia Piccon, intervista a Emiliano Morreale, scene tagliate.
Info
La scheda di L’antimiracolo sul sito della CG Entertainment.

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