Gold Coast

Gold Coast

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Riscoperta del romanticismo di inizio Ottocento tramite la vicenda di Wulff Joseph Wulff, botanico danese. Ma Gold Coast di Daniel Dencik manca purtroppo di vera emozione. Per Festa Mobile.

Lettere dall’Africa

Nel 1836 il botanico danese Wulff Joseph Wulff viene inviato dal re in Africa per occuparsi di una piantagione di caffè. A poco a poco Wulff si interessa sempre meno alla sua missione, familiarizzando con i locali e battendosi per la fine del mercato degli schiavi. Intanto scrive lettere all’amata, rimasta in patria…[sinossi]

Vedendo un film a volte si scoprono impreviste rimozioni cinematografiche. Il romanticismo culturale, quello da manuale letterario/filosofico/teatrale/musicale di inizio Ottocento, si è raramente trasformato in materiale da cinema, o meglio raramente è accaduto che si tentasse una riflessione sui suoi fondamenti e le sue aspirazioni. In genere se ne sposa la superficie più immediata, equivocata e ridotta ai suoi elementi di facile appeal. Con Gold Coast Daniel Dencik va a riscoprire un romantico non particolarmente noto, Wulff Joseph Wulff; sconosciuto ai più in primo luogo perché appartenente a una nazione, la Danimarca, della cui tradizione la vulgata culturale internazionale conosce ancora poco, e in secondo perché non era principalmente un poeta, letterato o musico, bensì uno scienziato botanico. Il pensiero romantico ebbe radici infatti anche in un ribaltamento dei rapporti tra uomo e natura, e anche grazie a tale ondata di adesione emotiva alla fenomenologia dello “studiabile”, la scienza acquisì un’ulteriore spinta speculativa. Dencik parte proprio da qui, dal racconto cioè dell’entusiasmo e dello stupore di Wulff davanti all’incontaminato delle foreste africane della Costa d’Oro (più o meno l’odierno Ghana). Spedito là nel 1836 dal re per occuparsi di una piantagione di caffè, Wulff continuò a scrivere lunghe lettere alla sua amata in patria. Un epistolario che è servito a Dencik da fonte principale, di cui si citano amplissime parti in voice over. A poco a poco Wulff s’interessò sempre meno della piantagione, mescolandosi alle popolazioni locali e battendosi perché il mercato di schiavi in Africa avesse davvero una fine.

Daniel Dencik viene dal documentario e Gold Coast è il suo primo lungometraggio di fiction. La provenienza documentaria è più che evidente, dal momento che Dencik ricorre a una singolare chiave di drammatizzazione. Spesso il racconto sposa la dissertazione poetico/filosofica in voice over supportata da lunghe sequenze di montaggio per associazioni, secondo uno schema narrativo ben noto al cinema di Terrence Malick. Ma a fianco di ciò, la drammatizzazione della vicenda è condotta mescolando l’attore principale (Jakob Oftebro) a nativi non professionisti delle location ghanesi, mentre la sensibilità per il paesaggio, spesso contemplato in inquadrature maestose, tradisce a sua volta un gusto per il cinema del reale. Tuttavia, ad avvolgere Gold Coast in un’ampia cornice di riflessione robustamente preordinata, interviene il commento musicale di Angelo Badalamenti, pesante contrappunto modernista che non sortisce effetti stranianti e rimane per lo più materia inerte. Per inciso, le musiche di Badalamenti risultano stavolta non soltanto volutamente e inefficacemente aliene alla vicenda ottocentesca, ma anche debitrici fuori tempo massimo di retoriche anni Ottanta/Novanta.

La vicenda umana di Wulff ricorda da vicino certi personaggi prometeici di matrice herzoghiana (Aguirre, Fitzcarraldo…) e più in generale risuonano echi conradiani nel profilo di un altro Kurtz, innamorato della giungla e dello stato di natura di popolazioni incontaminate dal progresso. Ma pur rifuggendo dagli strumenti più consueti e ricattatori di messinscena, Dencik rimane piuttosto scolastico nello sviluppo del suo protagonista, che per vie non declamate finisce comunque per delinearsi come un santino buonista, lontano anni luce dalla splendida arroganza luciferina dei personaggi herzoghiani. A somma testimonianza di questo, basti pensare alla reazione accorata di Wulff davanti al ratto degli schiavi, tra occhi lucidi e sconforto per la scoperta di insospettate e crudeli verità. Così la retorica cacciata dalla porta rientra dalla finestra, mentre lo spirito romantico, a cui Dencik dichiara apertamente di aver dedicato il suo film, rimane inaspettatamente alieno a tutta l’operazione. Le lunghe epistole indirizzate all’amata restano per lo più lettera morta in voice over, mentre l’intero film mostra una stranissima mancanza di carica emotiva. Dove per carica emotiva non s’intendono certo eccessi convenzionali di sovratoni ed enfasi ingiustificate, bensì un’adesione profonda, meno da reportage e più da poesia, alla materia narrata. E trattandosi di un film che vorrebbe riscoprire una precisa fase di idealismo ed effusione emotiva, suona strano che il primo a sembrarne sprovvisto sia proprio il suo autore.
Oltretutto Gold Coast non brilla nemmeno per senso della sintesi e alla distanza il film diventa prolisso, ripetitivo, inutilmente avvitato su se stesso. E se da un lato la fedeltà al testo di epistole e diari di Wulff può apparire un estremo tributo al pensiero di un uomo, dall’altro un pur contenuto lavoro di sintesi espressiva sulle fonti originali sarebbe stato necessario perché la lettera si trasformasse in rilevante fatto cinematografico. Con Gold Coast abbiamo riscoperto dunque un romantico, ma purtroppo non abbiamo vissuto con lui.

Info
La scheda di Gold Coast sul sito del Torino Film Festival.
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