Daddy’s Home

Daddy’s Home

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Con Daddy’s Home, Sean Anders confeziona una commedia sui padri americani e la loro innata competitività virile che poggia tutta sulle performance dialettiche e acrobatiche dei suoi protagonisti (Mark Wahlberg e Will Ferrell), ma non va oltre la conquista di un pubblico “family” di poche pretese.

Dentro i coni

Un tranquillo radio executive ce la mette tutta per essere un buon patrigno per i due figli di sua moglie, ma il suo ménage familiare si complica quando il loro vero padre ritorna. Dovrà competere con lui per conquistarsi l’affetto dei bambini… [sinossi]

Quello tra bambini e palestrati è un binomio cui Hollywood non sa resistere. Come dimenticare infatti pellicole del calibro di Missione tata (2005, Adam Shankman) con protagonista Vin Diesel, Io, lei e i suoi bambini (2005, Brian Levant) con Ice Cube, L’acchiappadenti (2010, Michael Lembeck) con Dwayne “The Rock” Johnson o quell’immagine-shock di un Arnold Schwarzenegger ricoperto di marmocchi in Un poliziotto alle elementari (Ivan Reitman, 1997)?
A dirla tutta, quelli succitati sono episodi piuttosto trascurabili per la storia del cinema, ma non per l’industria hollywoodiana, sempre preoccupata di alimentare con prodotti idonei l’iperproteica famiglia tipo americana, e magari non solo quella. È ora il turno di Mark Wahlberg, scaltro riciclatore di se stesso, prodigarsi con una coppia di infanti in Daddy’s Home di Sean Anders. Ma l’ex Marky Mark (lo pseudonimo risulterà probabilmente un po’ ostico a chi non ha vissuto gli anni ’90) non è solo sull’agone del soggiorno domestico: ad affiancarlo troviamo l’assai meno aitante Will Ferrell. Nel caso di Daddy’s Home infatti, i bambini non sono tanto il temibile avversario con cui l’eroe muscolare deve scendere a patti, bensì la posta in gioco di una lotta tra “padri”, senza esclusione di colpi.

Il timido e imbranato (non poteva essere altrimenti) Ferrell veste qui i panni di un patrigno frustrato che ce la mette proprio tutta per conquistare i figli di primo letto dell’amata moglie. Nonostante lo studio diligente di manuali sull’argomento e gli appunti disseminati un po’ dappertutto (persino sul palmo della mano), questo pavido uomo medio americano fa molta fatica a guadagnarsi la fiducia dei ragazzini, che non si lasciano ingannare dalle sue mosse teatrali e vistosamente affettate. Il ritorno, nientemeno che da una missione top secret all’estero, del padre naturale del piccoli (Wahlberg) rimetterà poi tutto pericolosamente in discussione.

Prende il via così una lotta senza esclusione di colpi, dove i due “padri” si fronteggiano nel nome di un testosteronico machismo, dimenticando le regole di una sana competizione. E i pargoli stanno a guardare, vittime predestinate di un gioco virile, e di un film, che li relega al ruolo di spettatori attoniti e senza troppa personalità. Inutile dire che in questa posizione ci siamo anche noi, che in poco più di un’ora e mezza di questa storia priva di reali sviluppi narrativi ci ritroviamo inermi a contemplare le esibizioni dei due protagonisti, siano esse dialettiche, culinarie, ingegneristiche (il fai da te è un classico della mascolinità), su due ruote o sulle quattro di uno skateboard. Non resta dunque che commentare le performance: Ferrell è rigido e poco simpatico, come al solito, mentre il volitivo Wahlberg che ce la mette tutta per rianimare la situazione, ma il suo agitarsi in scena non aiuta molto questo basilare canovaccio ad assumere una qualsiasi direzione o vitalità. I due, tra l’altro, erano già apparsi insieme sul grande schermo in I poliziotti di riserva (2011, Adam McKay), ma nessun affiatamento particolare risulta qui percettibile.

Ogni tanto si ride, va detto, per una battuta azzeccata o una gag slapstick particolarmente riuscita e c’è anche qualche tentativo di satira, che resta però piuttosto velato. Data la professione misteriosa di Wahlberg, viene infatti naturale pensare che una lezione impartita alle creature sulla dicotomia tra violenza e dialogo possa alludere alle note dinamiche di politica estera statunitensi. Mentre di certo con il personaggio di Ferrell si vogliono prendere di mira quegli americani che si affidano a manuali o a corsi preposti per affrontare qualsiasi difficoltà quotidiana, dalla gestione del ménage familiare a quella della propria autostima.
Ma si tratta, va detto, di brevissimi flash di satira socio-politica, che probabilmente vengono più facilmente notati da un pubblico europeo, piuttosto che da quello domestico, cui il film di Anders (Come ammazzare il capo 2) è direttamente indirizzato.
Insomma Daddy’s Home non riesce e forse non vuole conquistare uno spettatore più smaliziato, gli basta che il suo meccanismo ipertrofico intrattenga grandi e piccini, puntando dritto su una comicità di pancia.
E allora, parafrasando una delle gag migliori del film, dove la volontaria che gestisce il traffico di fronte alla scuola esorta pedantemente i genitori a tenersi all’interno dei “coni” spartitraffico, ecco che anche Daddy’s Home fa di tutto per restare dentro i binari di un prodotto commerciale senza troppa personalità, per non turbare la famiglia made in USA.

Info
Il sito ufficiale di Daddy’s Home.
La pagina Facebook di Daddy’s Home.
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