Mòzes, il pesce e la colomba

Mòzes, il pesce e la colomba

di

Opera prima dell’ungherese Viràg Zomboràcz, Mòzes, il pesce e la colomba è divertente e animato da uno spirito spesso aggressivo e dissacrante, ma soffre purtroppo di “pentitismo” espressivo e facili ambiguità. In sala per Lab 80.

L’importante è rendersi utili

Dopo un periodo di permanenza in un istituto psichiatrico, Mòzes torna a casa e ritrova il solito contesto frustrante e repressivo. Suo padre muore improvvisamente, ma inizia a fare visita a Mòzes sotto forma di fantasma. Intanto il ragazzo stringe amicizia con Angéla, una tossicodipendente, mentre un meccanico “esoterico” cerca soluzioni alle apparizioni del fantasma… [sinossi]

Dacché racconto è racconto, il confronto con le figure genitoriali è un assoluto narrativo che rimanda direttamente a fin troppo ovvi assoluti psichici. Un passaggio universale che riguarda la nascita dell’identità di ciascun individuo e quindi imprescindibile nucleo narrativo a tutte le latitudini. Altrettanto lo è la violazione di tale rapporto, il sovvertimento di dinamiche repressive inerenti alla famiglia in quanto istituto asfissiante, spesso in stretta connessione con altri istituti. Per il suo esordio nel lungometraggio l’ungherese Viràg Zomboràcz si colloca tematicamente su un terreno fertilissimo negli assoluti cinematografici: il rapporto tormentoso con famiglia, religione e società che un giovane protagonista si trova a dover affrontare con ricadute in ambito di malattia e nevrosi, e conseguenti provocazioni. Non è necessario riallacciare tale tradizione narrativa in cinema agli esplosivi anni Sessanta-Settanta (per grandissima astrazione, viene in mente I pugni in tasca, 1965, di Marco Bellocchio, ma nella filmografia bellocchiana gli esempi sono numerosi); si può andare anche più indietro, ricercando archetipi rabbiosi e contorti in James Dean o Montgomery Clift, fino agli albori del sonoro con Al Jolson cantante di jazz per sommo scorno di suo padre. Al termine di questo volo pindarico nella storia del cinema, giunge adesso Mòzes, il pesce e la colomba, esordio in lungometraggio per la filmmaker Viràg Zomboràcz, che ha raccolto diversi premi in giro per festival e che approda nelle sale italiane con un paio d’anni di ritardo grazie a Lab80: una commedia surreale che tuttavia non evita sgradevolezze e asperità, che almeno per una buona metà chiama le cose col loro nome e ha il coraggio di una certa radicalità espressiva.

Mòzes è un ventenne che nell’Ungheria di oggi ha trascorso un periodo in un istituto psichiatrico. Ritorna a casa con un notevole carico di fobie e ossessioni, sofferente di attacchi di panico e in grande difficoltà con il suo contesto familiare. Più in generale, è il contesto del villaggio in cui la famiglia vive a rivelarsi fonte di disagio per il ragazzo, e l’improvvisa perdita di suo padre scatena un corto circuito emotivo al quale sono probabilmente da attribuire le visite del fantasma del genitore che il ragazzo inizia a ricevere. Solo l’amicizia con una tossicodipendente sembra dare un minimo respiro di vita all’esistenza di Mòzes. Intanto il fantasma del padre gli rende visita sempre più di frequente…
Bisognerebbe conoscere più a fondo la situazione dell’Ungheria attuale per riuscire a legare in modo più significativo il film a un suo eventuale precipitato contingente. Non tanto in termini di “realismo” della storia, che ci interessa davvero poco, ma più che altro per capire l’urgenza e la necessità di girare tale film in questo momento. Di per sé Mòzes, il pesce e la colomba è animato infatti da uno spirito universalizzante che però non sempre appare autosufficiente e “necessario”. Troppo timido nel suo insieme per poter ambire alla riflessione universale, troppo generico per poter raccontare una precisa cultura. I bersagli dell’autrice sono ben chiari, tutti identificati in forme diverse di potere istituzionale: famiglia, padre, religione, società, psichiatria, raccolti in un’idea generale di repressione e annullamento dell’individuo. Nell’insieme però la Zomboràcz dà vita a un’opera assai diseguale e progressivamente sfilacciata. Se infatti l’avvio è interessante e le trovate grottesche colgono spesso nel segno, d’altro canto lo scioglimento è affrettato, semplicistico e soffre anche di un certo pentitismo sul traguardo – dopo tanta cattiveria e aspro sarcasmo, il film su chiude su un’inquadratura gratuita e consolante, e su una nota più generale di riconciliazione. Così come alcuni subplot non entrano in dialogo produttivo con il resto e rimangono un po’ gratuiti (la zia frustrata e la sua relazione segreta). Dalla sua la Zomboràcz indovina la giusta fotografia e atmosfera, collocata in un eterno crepuscolo dove l’oscurità domina pure durante le ore diurne, e rimane a suo favore una franca sgradevolezza nell’affrontare malattia e provocazione, tra masturbazioni, nevrosi sessuali o meno, e pissing davanti a commissioni d’esame, raggiungendo poi un proprio apice espressivo nella sequenza di ballo, dove Mòzes è raccontato per brevi cenni nel suo disagio in pubblico. Mentre certe uscite verso la credenza popolare hanno effetti esilaranti – il meccanico esperto di esoterismo è una bella trovata.

Ma nella stessa scelta musicale dei pezzi (risuonano successi anni Ottanta in piena linea con stereotipi da Europa orientale) la Zomboràcz conferma di nuovo un atteggiamento ambiguo, a metà tra la provocazione e la rassicurazione del suo pubblico, dove l’attacco a convenzioni e repressioni è accompagnato dall’ammiccamento di sonorità vintage. E tutto sommato non appare del tutto convincente neanche il rapporto col fantasma del padre, sorta di rapporto amletico ricollocato nella modernità che se da un lato gioca abilmente sui confini tra allucinazione e immagine mentale, dall’altro riesce a trovare una vera soluzione soltanto nella più facile delle conciliazioni.
Ciò detto, Viràg Zomboràcz merita di essere seguita con interesse, quantomeno come testimone di una cinematografia nazionale poco conosciuta sotto il profilo della commedia negli anni più recenti. E anche come testimone di un umorismo -questo sì- decisamente originale.

Info
La pagina dedicata a Mòzes, il pesce e la colomba sul sito del distributore Lab80.
  • Mozes-il-pesce-e-la-colomba-2014-virag-Zombor--cz-01.jpg
  • Mozes-il-pesce-e-la-colomba-2014-virag-Zombor--cz-02.jpg
  • Mozes-il-pesce-e-la-colomba-2014-virag-Zombor--cz-03.jpg
  • Mozes-il-pesce-e-la-colomba-2014-virag-Zombor--cz-04.jpg
  • Mozes-il-pesce-e-la-colomba-2014-virag-Zombor--cz-05.jpg
  • Mozes-il-pesce-e-la-colomba-2014-virag-Zombor--cz-06.jpg
  • Mozes-il-pesce-e-la-colomba-2014-virag-Zombor--cz-07.jpg
  • Mozes-il-pesce-e-la-colomba-2014-virag-Zombor--cz-08.jpg

Articoli correlati

  • Trieste 2019

    One Day RecensioneOne Day

    di Esordio della regista ungherese Zsófia Szilágyi, One Day è il resoconto - realistico, evenemenziale e allo stesso tempo universale - di un qualsiasi giorno di ordinaria follia di una donna con tre figli, un lavoro part-time e un marito tendente all'adulterio. Nel concorso lungometraggi al Trieste Film Festival.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento