Intervista a Frédéric Bonnaud

Intervista a Frédéric Bonnaud

In occasione della presentazione a Cannes del restauro di Adieu Bonaparte di Youssef Chahine, abbiamo intervistato il nuovo direttore della Cinémathèque française, Frédéric Bonnaud, per parlare con lui di una delle istituzioni cinetecarie più importanti al mondo e della sua posizione a proposito di pellicola e digitale.

Vorrei cominciare con Adieu Bonaparte, che è stato presentato in versione restaurata qui a Cannes. Qual è il progetto della Cinémathèque intorno all’opera di Youssef Chahine?

Frédéric Bonnaud: Innanzitutto Chahine per tutta la sua vita è stato molto legato alla Cinémathèque e poi era molto legato alla Francia. L’ultima parte della sua opera infatti, a partire proprio da Adieu Bonaparte, nasce da delle co-produzioni franco-egiziane, dall’accordo con un importante produttore francese che si chiamava Humbert Balsan. Perciò tutti i film di Chahine dalla metà degli anni Ottanta in poi hanno avuto dei tecnici francesi, dei laboratori francesi, ecc. E in considerazione di questo riteniamo fondamentale poter celebrare i dieci anni della sua morte: Chahine è morto nel 2008 e nel 2018 la Cinémathèque française farà una retrospettiva integrale dei suoi film. A tale scopo abbiamo dunque pianificato un programma di restauri, che verranno fatti in collaborazione con quella che è stata la sua casa di produzione, la Misr International Films. Adieu Bonaparte poi è particolarmente importante, non solo perché è il film che ha segnato il primo atto di questa collaborazione, ma anche perché è stato in concorso qui a Cannes nel 1985. E venne accolto molto male, criticato soprattutto dalla stampa francese che vide in questo film di Chahine un atto d’accusa nei confronti della Francia. Tra l’altro il film fu fortemente voluto dal Ministro della Cultura francese di allora, Jack Lang, che diede un supporto finanziario, e questo provocò ulteriori polemiche. Rivisto oggi, a parte la sua straordinaria bellezza, vi è da aggiungere che si tratta di un’opera profetica. Chahine infatti metteva in scena la campagna d’Egitto della Francia di Napoleone e dunque mostrava un paese arabo, l’Egitto, conteso dagli inglesi e dai turchi, in cui ad un certo punto arrivano i francesi che portano con sé gli esiti della Rivoluzione francese e dell’età dei Lumi, ma allo stesso tempo mettono in opera una spedizione coloniale. E dunque cosa bisogna fare? Come debbono reagire gli egiziani? Prendere qualcosa dall’esperienza francese, ma allo stesso tempo provare a resistere? E se si prova a resistere, con chi? Con i nazionalisti laici o con l’Islam? Si tratta dunque di un film veramente profetico che, rileggendo un preciso episodio storico, rimetteva al centro della questione le problematicità del rapporto tra Occidente e Medio Oriente.

Ma questo piano di restauro è sostenuto anche dalle autorità egiziane?

Frédéric Bonnaud: No, c’è la società di Chahine, ma non le autorità egiziane. Il percorso di restauro è diretto da Marianne Khoury, che è la nipote di Chahine ed è lei stessa una filmmaker. In accordo comunque con le autorità egiziane, tutti gli archivi di Chahine sono stati trasferiti da Il Cairo alla Cinémathèque. Dunque la Francia fa il suo dovere patrimoniale, perché il patrimonio non deve arrestarsi alle opere francesi, e la Cinémathèque inventarierà e tratterà questi archivi. È un lavoro che richiederà del tempo e anche un importante sforzo economico. E, una volta che sarà stato fatto, una parte degli archivi verrà portata alla Biblioteca Alessandrina.

Il suo mandato da direttore della Cinémathèque è iniziato lo scorso febbraio. Quanti anni durerà il suo incarico e quali sono gli obiettivi che si è prefissato?

Frédéric Bonnaud: Il mio mandato durerà almeno cinque anni, ma è un po’ ambiguo detto così, perché non si tratta propriamente di un mandato, quanto di un contratto a tempo determinato della durata di cinque anni. Gli obiettivi ovviamente sono tantissimi, perché la Cinémathèque française è un museo con delle collezioni estremamente importanti, sia di film che di altro materiale. E l’obiettivo più importante credo che sia proprio questo: poter conservare sempre meglio le collezioni e diffonderle il più possibile. E poi provare a fare un vero Museo del Cinema, che in Francia attualmente non esiste. In Italia ad esempio avete il Museo del Cinema di Torino, mentre in Francia non c’è una cosa del genere. Come a Torino, anche noi abbiamo un’enorme quantità di apparecchi cinematografici, di vestiti di scena, eccetera. E un giorno vorremmo poterli mostrare in maniera permanente. Ma questo è un progetto di ampio respiro che potrà prendere dieci, quindici anni. Comunque al momento, nella sede di Rue de Bercy, abbiamo quattro sale cinematografiche e ben 800 metri di spazio di esposizione. La Cinémathéque nella sua storia non si è mai trovata in condizioni di confort così buone e nonostante questo ha sempre dei problemi.

Qual è il suo rapporto con il presidente della Cinémathèque, Costa-Gavras, che è alla fine del suo mandato?

Frédéric Bonnaud: Costa-Gavras si ripresenterà nel mese di giugno e ha buone possibilità di essere rieletto. Il rapporto con lui è ottimo, anche perché è lui che mi ha scelto. Non è lo Stato che mi ha assegnato questo ruolo, è la stessa Cinémathèque, perché la Cinémathèque è un’associazione, indipendente dallo Stato.

Dunque il ruolo di direttore della Cinémathèque è completamente diverso da quello di conservatore così come è concepito in Italia? Penso ad esempio alla Cineteca Nazionale.

Frédéric Bonnaud: Sì, assolutamente. In Francia si accede al ruolo di conservatore tramite concorso, vi è l’École patrimoniale e lì si diventa conservatori. Io sono un giornalista da sempre appassionato ai problemi del patrimonio cinematografico e ho cominciato la mia carriera proprio alla Cinémathèque, dove ad esempio anni fa ho organizzato una retrospettiva su Luis Buñuel. E comunque alla Cinémathèque vi sono dei conservatori.

Recentemente, ai primi di maggio, la Cinémathèque è stata occupata per qualche giorno e, in seguito, avete mandato un comunicato a proposito di questa occupazione [vedere il resoconto su Les Inrockuptibles e il testo del comunicato diramato dalla Cinémathèque, n.d.r.]. Può aggiungere qualcosa a proposito di questo?

Frédéric Bonnaud: No, non ho nulla da aggiungere. Per me è tutto chiaro. Abbiamo scritto un comunicato di cinque pagine, in cui mi sembra che abbiamo spiegato bene la nostra posizione su quanto è accaduto.

Come in Italia, anche in Francia, i produttori sono tenuti a consegnare una copia del loro film, ma questo avviene agli Archives Françaises du Film del CNC (Centre national du cinéma), e non alla Cinémathèque, giusto?

Frédéric Bonnaud: Già, è così.

Quindi voi non catalogate ogni film nuovo che viene prodotto?

Frédéric Bonnaud: No, perché per l’appunto non è il nostro compito. La nostra storia – e la storia delle cineteche francesi – è molto diversa da quella italiana. Anche da noi, come in Italia, ci sono naturalmente diverse cineteche; ad esempio ce n’è una estremamente importante a Tolosa, ma in Francia la preservazione del patrimonio cinematografico è stata appannaggio di un solo uomo, che era un genio: Henri Langlois, il fondatore della Cinèmathèque. Questa è la nostra storia e non la possiamo buttare via ed è per questo che la Cinémathèque, che tra l’altro quest’anno compie ottant’anni, non è una collezione dello Stato, ma un’associazione. Ed è per questo che abbiamo un presidente che viene scelto da noi che è Costa-Gavras. Fermo restando comunque che i nostri rapporti con lo Stato sono ottimi. Lo Stato sovvenziona la Cinémathèque, ma la Cinémathèque è autonoma. Vale a dire che le collezioni della Cinémathèque non appartengono a nessun altro che alla Cinémathèque stessa. Nessuno può dire: “Sono mie”. No, sono della Cinémathèque.

Nella vostra collezione ci sono anche dei DCP o solo pellicole?

Frédéric Bonnaud: Sì, conserviamo anche dei DCP.

E come li conservate? Perché vi è un dibattito in corso a proposito della conservazione dei film in digitale. Vi sono fonti autorevoli che dicono che la conservazione in digitale è molto più complessa di quella in pellicola.

Frédéric Bonnaud: Il problema vero è cosa poter proiettare. Perché le pellicole, in particolare quelle degli anni Sessanta e Settanta, si deteriorano e si sono deteriorate a forza di proiettarle. Sono diventate magenta, perché in sindrome acetica. Come le proietti dunque? Se hai solo una copia di proiezione, quella spesso non va più bene, perché si è troppo deteriorata. Dunque il problema non è avere una copia di conservazione, quanto di programmazione, una copia da fare in sala. Quando facciamo un restauro preferiamo comunque fare una copia in DCP e una in 35mm. Ma l’importante è avere una copia che sia proiettabile. Anche io è evidente che preferisco la pellicola, ho cinquant’anni, e ogni volta che vedo un film in pellicola è sempre un pezzo di me che rivedo. Ma diventa sempre più difficile poter proiettare film in questo formato. Sapete per me quand’è che un restauro in DCP è ben fatto? Quando riesce a restituire ancora, vedendolo, la sensazione della pellicola. È in base a questo che secondo me si deve giudicare se è stato fatto bene un restauro digitale. Se invece vedi un’immagine ‘metallica’, con dei pixel, allora non è un buon restauro. Ma allo stesso tempo bisogna porsi innanzitutto questa questione: è necessario poter avere del materiale da proiettare.

Questo mi fa venire in mente la vecchia polemica proprio tra Henri Langlois e Ernest Lindgren del British Film Institute. Il primo dava la precedenza alla diffusione dei film, il secondo alla loro conservazione. Siamo forse ritornati a quel punto?

Frédéric Bonnaud: No, non è più questo il problema. Possiamo dire in effetti che Langlois è stato un miglior diffusore di quanto non sia stato conservatore. Ma non è esattamente vero, perché lui fu anche un eccellente conservatore. Sì, conosco questa querelle, ma non mi sembra più così d’attualità. Vi sono ad esempio dei cinéphiles che non vogliono altro che il 35mm o il 16. Si tratta di una posizione rispettabile, ma il punto è che questa cosa diventa mano a mano più impossibile.

Conservate anche dei film in nitrato?

Frédéric Bonnaud: No. Il solo che ha ancora adesso dei nitrati, anche dei nitrati della Cinémathèque, è sempre l’Archives Françaises du Film. Perché è la sola istituzione che, per questioni di sicurezza, può farlo e ha l’attrezzatura necessaria per farlo. E comunque in Francia non si può più proiettare in nitrato.

Sì, è così anche in Italia.

Frédéric Bonnaud: Dunque non vedremo più proiezioni in nitrato. E a dire la verità per me non è così grave. Ormai c’è questa leggenda delle proiezioni in nitrato, le si adora, come se fossero dei resti del sudario di Cristo. Ma non è così, perché c’erano delle copie nitrato che erano pessime. Non bisogna ‘feticizzare’ il nitrato, a mio avviso. Anzi, il nitrato è stata una catastrofe per il cinema, perché se non avessimo avuto il nitrato – ma un altro supporto – non ci ritroveremmo ora con tanti film del passato che ci mancano e che sono andati perduti per degli incendi, visto che il nitrato è altamente infiammabile. Anche di recente, ad esempio, c’è stato un incendio in Brasile alla cineteca di San Paolo [vedere qui per notizie in proposito, n.d.r]. E in passato vi sono stati degli incendi anche alla Cinémathèque, quando la sede era ancora a Chaillot. Ogni cineteca ha avuto il suo incendio.

Sempre restando al nitrato, vi è addirittura un festival negli Stati Uniti, organizzato da Paolo Cherchi Usai, che è il Nitrate Picture Show, con proiezioni di film solo ed esclusivamente in nitrato.

Frédéric Bonnaud: Sì, lo conosco bene. Paolo ha svolto un ruolo fondamentale in questo campo, soprattutto all’epoca dei primi anni delle Giornate del Cinema Muto, quando hanno posto all’attenzione degli studiosi mondiali la questione della conservazione, del patrimonio e della possibilità – e del dovere – di diffondere i film del patrimonio. Ma, come ho detto, non credo che oggi si debba arrivare a “feticizzare” il nitrato. Una copia nitrato deve diventare una copia di preservazione. Ad esempio la copia di Vertigo (La donna che visse due volte) che noi abbiamo passato a Bologna nel 2015 al Cinema ritrovato, abbiamo deciso che sarebbe stata l’ultima volta che l’avremmo proiettata ed è una decisione su cui non torneremo indietro. Ora è diventata una copia di preservazione. A suo tempo Hitchcok l’aveva donata a Langlois e se avessimo continuato a proiettarla spesso, così come faceva Langlois, si sarebbe deteriorata definitivamente. Voi sapete che ogni volta che si passa una copia, quella si rovina, si degrada. Dunque il problema eterno delle cineteche è quello di far sì che si possano conservare le collezioni in condizioni ottimali. E c’è bisogno di soldi per farlo, di milioni, per conservarle con il clima giusto. Certo, se poi di un film non restano altro che DCP è un guaio, son d’accordo su questo.

La Cinémathèque ha dei suoi laboratori per il restauro?

Frédéric Bonnaud: No, noi lavoriamo con differenti laboratori a Parigi, e anche in Italia, in particolare con Bologna, con L’immagine ritrovata.

Quindi voi fate sempre un ritorno in pellicola, anche dei restauri digitali?

Frédéric Bonnaud: Sì, sì, senz’altro. C’è in questo anche una questione economica da affrontare, è ovvio, ma è un passaggio che normalmente facciamo. Attenzione, però: se diciamo che la cosa fondamentale è poter diffondere i film, noi ci troviamo nella situazione in cui nelle sale normali, quelle d’esercizio, non ci sono più proiettori in 35mm. Quindi andrà a finire che solo le cineteche potranno proiettare queste copie in pellicola.

E che ne pensa invece della situazione delle cineteche italiane?

Frédéric Bonnaud: Sulla situazione attuale non saprei cosa rispondere. Però vi posso dire che in Italia, a partire dagli anni Ottanta, c’è stato un ribaltamento di forze a favore del patrimonio storico. Vale a dire che il cinema italiano all’epoca andava molto male e quei festival, come per l’appunto Le giornate del cinema muto e Il cinema ritrovato, si sono presi in carico l’obiettivo di porre l’attenzione sul tema della salvaguardia del patrimonio. Il loro ruolo è stato davvero importante per il mondo intero, spingendo molti a interrogarsi sulla questione e a imitarli. E la buona notizia, in tutto questo, è che oggi il patrimonio cinematografico interessa sempre di più, è diventato argomento di dibattito. Quando c’è Il cinema ritrovato a Bologna, per esempio, è molto impressionante vedere sempre le sale piene, o anche le proiezioni in piazza piene di gente. E poi vorrei aggiungere che il mio festival preferito da giornalista non era Cannes, ma proprio Le giornate del cinema muto, dove sono andato per dieci anni.

Sì, sono d’accordo. è anche il mio festival preferito. Però credo che sia Bologna che Pordenone debbano continuare a proiettare il più possibile in pellicola e non in DCP.

Frédéric Bonnaud: Ok, ma il problema è il ‘devono’, perché vi sono dei limiti oggettivi. L’integralismo della pellicola è, a mio avviso, qualcosa che non funziona. Mi è capitato di vedere dei restauri in DCP che erano assolutamente disastrosi, ma ho visto anche dei restauri eccellenti. Per esempio alla Cinémathèque in occasione della retrospettiva dedicata a Raúl Ruiz abbiamo passato Trois couronnes du matelot (in italiano Le tre corone del marinaio) in DCP. Il film è stato restaurato con la supervisione di François Ede, direttore della fotografia, co-sceneggiatore con Ruiz proprio di Trois couronnes du matelot e responsabile anche del restauro di altri film importanti, come ad esempio Playtime di Jacques Tati. Ebbene, ho visto il film per la prima volta in sala, a fianco di Costa-Gavras, e l’abbiamo trovato un restauro magnifico, esemplare, perché non solo è stata mantenuta la grana del 35, ma sono stati rispettati i difetti della pellicola. Ovviamente è una grande discussione questa. Ma dipende sempre da chi restaura e con quali finalità. Io non sono così integralista come certi cinéphiles che non vengono a vedere i film alla Cinémathèque quando sono proiettati in DCP, ma vorrei comunque che il restauro digitale fosse sempre rispettoso di quel che era la pellicola. E allo stesso tempo son d’accordo che sia necessario che le sale delle varie cineteche continuino a proiettare in pellicola là dove possibile. Ma non è mai facile, anzi è sempre più complicato: per esempio di recente abbiamo fatto una retrospettiva dedicata a Depardieu, che doveva essere la cosa più semplice da fare vista la sua notorietà. Ebbene, non ci sono più copie di proiezione. Molte sono andate in sindrome acetica. Ciao maschio di Marco Ferreri per esempio, che è un film magnifico, è diventato interamente magenta e in più ha un colore diverso per ciascuna bobina.

Anche per i film di Chabrol credo ci sia lo stesso problema. Mi ricordo la retrospettiva che si fece a Torino anni fa…

Frédéric Bonnaud: Vero, sì, c’ero anch’io. I film di Chabrol sono in una situazione orribile. E cosa si può fare allora quando i film sono in una situazione così? Chabrol piangeva di fronte alle copie ridotte in quello stato. Qual è la soluzione allora? Fare un restauro in digitale e fare un ritorno in pellicola. E poi adesso per quei film c’è un problema ulteriore, visto che Chabrol non c’è più. Bisogna  ritrovare il direttore della fotografia per chiedergli quale fosse la taratura del colore. Ma son d’accordo con voi, sarebbe ben triste un mondo senza proiettori in 35, senza pellicole, senza bobine. Sarebbe un mondo molto meno interessante. A ottobre ad esempio organizzeremo una mostra che si chiamerà La machine cinéma e sarà un percorso su come si è passati dai Lumière al digitale, da Méliès al 3D. E andremo a ricostruire dei proiettori e delle cabine di proiezione, ci saranno tutte le macchine da presa della storia del cinema. Sarà un inno alla pellicola.

E in più alla Cinémathèque fate anche un festival a proposito di questi temi, vero?

Frédéric Bonnaud: Sì, si chiama Toute la mémoire du monde, e lì si parla molto di questi temi, ci si confronta a proposito di questo. E meno male, perché è sempre bello e importante poter parlare di queste cose.

Info
Il sito della Cinémathèque française.
Il programma dell’edizione 2016 del festival Toute la mémoire du monde.
Il sito degli Archives Françaises du Film del CNC.

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