Intervista a Howard Shore

Intervista a Howard Shore

Basterebbe il suo sodalizio artistico con David Cronenberg, la sua collaborazione continuativa con Martin Scorsese, e nella sua ultima fase con David Fincher, Jonathan Demme, Peter Jackson e Tim Burton. Basterebbe la sua collezione di statuette per fare di Howard Shore uno dei più grandi compositori del cinema contemporaneo. Lo abbiamo incontrato durante il 69° Festival del Film Locarno dove ha ricevuto il Vision Award Nescens.

Componi con il cuore o con la testa?

Howard Shore: Inizio col cuore e poi passo alla testa. L’inizio deve essere qualcosa che ti emoziona, devi provare qualcosa, anche pensando al punto di vista del pubblico, quindi inizio a scrivere qualcosa basandomi sulle emozioni. Poi più avanti diventa più intellettuale: la direzione dell’orchestra, la postproduzione.

Quando inizi a comporre la musica per un film, ne discuti col regista, segui i suoi desideri o ci metti solo del tuo?

Howard Shore: Cerco di trovare le risposte nel film. Quella è la guida. Come prima cosa mi piace leggere lo script e, se lo accetto, voglio ricercare le fonti, come per esempio quello su cui il film è basato. Mi piace leggere e ricercare. Poi mi piace guardare il film, come parte del pubblico. Entrare in una sala buia e trovare un contatto col film a livello emotivo. Poi inizio il processo di scrittura basato su queste emozioni. Poi c’è il processo di ‘scoring’, cioè prendere ciò che ho creato in questo modo e collegare le singole parti a parti specifiche del film.

E in tutte queste fasi, che ruolo ha il regista? Ti dice “Fai questo”, “Non fare quello”?

Howard Shore: No, facciamo quello che si chiama una ‘spotting session’ pratica che si fa col regista. È quando ti siedi davanti al film e lo analizzi passo per passo, scena per scena, lui ti parla e ti dice quello che vuole ottenere, come mai c’è la musica in quella scena, tu fai domande del tipo. “Perché abbiamo bisogno della musica proprio in quella scena?”, ecc. Si discute durante tutta la durata del film, poi tu te ne vai con le tue note e le emozioni e cerchi di scrivere un pezzo che catturi l’atmosfera, cercando di rimanere fedele al film e alle idee dei collaboratori.

Di solito visiti il set?

Howard Shore: Sì. Mi piace sempre farlo, è un po’ come spiare dietro le tende e a volte invece è bello mantenere viva un po’ di magia. Andando sul set vedi tutti i cavi, ecc., e può essere un elemento di distrazione. Ma mi piace andare a incontrare gli attori, perché molto dell’ispirazione viene da loro. Così è stato anche per Il signore degli anelli. Gli attori che hanno fatto Frodo e Sam erano bravissimi, hanno catturato molte emozioni dalla storia. Poi anche Viggo Mortensen, Christopher Lee, hanno fatto un lavoro fantastico.

Hai diversi metodi di lavorazione con registi diversi?

Howard Shore: Ora mi piace lavorare nel modo più comodo, perché ho fatto 77 film, quindi mi sembra di sapere un po’ cosa fare! Ho un mio processo di lavorazione, ed è un buon processo, collaborativo, ho decisamente acquisito un mio metodo di lavoro. Mi piace scrivere l’intera colonna sonora e tenerla tutta, mi piace mantenere la musica fresca e viva. Inoltre la registrazione della musica deve avere una sua vita, non si può determinare tutto prima, perché quando hai i musicisti per registrare, il film è essenzialmente finalizzato alla registrazione di qualcosa, ma è importante mantenere della vita dentro di esso. Si possono perciò ancora fare cambiamenti una volta che si è sul podio per registrare, anche avere input dai musicisti. Comunque ogni volta ci si deve adattare a diversi metodi. Lavoro con grandi registi, certo. Ma per fare un buon film, c’è bisogno comunque di un buon equilibrio tra tutte le parti del film, fotografia, montaggio, regia, direzione artistica, musica. Tutte queste cose devono essere in perfetto equilibrio. Se hai fatto questo e ognuna delle parti può risaltare grazie alle altre, questo è quello che si spera che succeda con questi registi. Aggiungere un qualcosa al tutto che permetta a questo insieme di cose di crescere.

I Blues Brothers ti avevano ringraziato per il loro nome, che storia c’è dietro?

Howard Shore: A New York facevo un programma tv che si chiama Saturday Night Live. All’inizio dello show, prima dell’inizio dello spettacolo live e mentre arrivava il pubblico, facevamo dei numeri di riscaldamento, pezzi comici, musica ecc. Dirigevo la band e spesso facevo partecipare Dan Aykroyd perché sapeva suonare l’armonica blues. Poi a un certo punto anche Jim Belushi voleva partecipare, e ha iniziato a farlo. Io li presentavo al pubblico come “Quei fratelli del blues”, perciò il loro nome è nato in quei momenti. Sì, mi sa che sono io ad aver creato il nome.

Qual è la storia del tuo sodalizio artistico con David Cronenberg?

Howard Shore: David è di qualche anno più vecchio di me, ma lo conoscevo perché siamo entrambi cresciuti nello stesso quartiere di Toronto. Quando avevo 14 anni lui ne aveva 17, poteva quindi già guidare, mentre io a 14 anni potevo solo camminare e allora lo vedevo passare con una bellissima Ducati, continuavo a vederlo su questa bellissima motocicletta. Sapevo che faceva film, dapprima 8mm e poi 16mm. Li vedevo ai festival di cinema underground, che duravano solo un week-end e ci vedevi Kenneth Anger, qualche cortometraggio, e lì ho scoperto i suoi film e ne sono diventato un fan. Ma solo più tardi, tipo 12 anni dopo, quando avevo iniziato a lavorare alle colonne sonore e avevo iniziato a fare un po’ di esperienza, gli avevo chiesto di lavorare a Brood – La covata malefica e lui aveva accettato. Ero il primo compositore con cui ha lavorato e lui era il primo vero regista con cui lavoravo. E poi lungo l’arco di 13 anni abbiamo collaborato in 15 film, tutti diversi, con varie idee sperimentali. Alcuni erano solo di musica elettronica, in altri c’era un’orchestra sinfonica, in altri ancora un’orchestra da camera, chitarre in Crash, jazz in Il pasto nudo. È stato bello provare a fare tante cose diverse assieme.

Hai fatto le colonne sonore di tutti i film di Cronenberg tranne La zona morta. Come mai?

Howard Shore: C’era stato un fraintendimento col produttore. A volte le cose non vanno come dovrebbero e in quel caso non ha funzionato.

Una delle colonne sonore più disturbanti della mia vita è stata quella che hai fatto per Crash. Puoi dirmi qualcosa della tua ispirazione?

Howard Shore: Io e David usiamo per questi film il termine ‘guerrilla filmmaking’ perché non abbiamo a disposizione grandi budget. In altri casi, come La mosca, Inseparabili e anche Il pasto nudo, abbiamo usato un’orchestra, ma in questo caso il budget non ce lo permetteva. Prima di Crash avevamo fatto M. Butterfly e per quella colonna sonora, per la prima volta, avevo usato due arpe. Le avevo messe ai due lati dell’orchestra. Quando ho iniziato a comporre per Crash mi sono chiesto cosa avrei potuto fare con tre arpe. È stato una specie di esperimento sonoro sull’effetto del surround, mettendone una a destra, una al centro e una a sinistra. Poi ho trasposto lo stesso pezzo per sei chitarre elettriche, quindi due a destra, due a sinistra e due al centro. Poi ho registrato le arpe e le chitarre. Poi ho aggiunto tre strumenti a fiato per le melodie e due percussionisti che suonavano solo percussioni fatte di metallo, perché nel film c’erano le macchine. Ho registrato tutte queste cose in diretta, poi ho preso la registrazione e ho modificato la colonna sonora, ne ho preso circa il 25% e l’ho campionato, l’ho rallentato, l’ho mandato in loop… ho fatto tante manipolazioni. È stato una specie di esperimento elettrico-acustico.

Hai composto un’opera lirica dal film La mosca, cosa mi puoi dire?

Howard Shore: Quando ho scritto la colonna sonora, l’ho pensata come se fosse un’opera, era la prima colonna sonora sinfonica che ho composto, nel 1987, per la London Philarmonic. Aveva una sensibilità da opera. Andavo molto all’opera all’epoca e pensavo che il soggetto sarebbe andato bene per un’opera, era tragico, aveva una trasformazione e pensavo che fosse forte. Quindi ho conservato quest’idea per tanti anni, dal 1986 fino al 2008 quando sono riuscito finalmente a realizzare questa idea.

Puoi dirmi qualcosa in merito alla genesi del brano Concerning Hobbits di Il Signore degli Anelli – La Compagnia dell’Anello?

Howard Shore: Quando ho ricevuto la chiamata di Peter e sono andato in Nuova Zelanda a vedere tutto quello che stavano creando là fu una grande fonte di ispirazione. Avevo letto il libro negli anni Sessanta, ma quando ne vidi la resa visiva ne fui molto ispirato. Tornai a new York e scrissi il tema dello Shire, che è quello di cui stai parlando, e il tema degli Hobbit e ho fatto questi due brani appena dopo aver visto il film.

Sembra che l’uso che fai degli strumenti sia molto vicino ai personaggi, molto rappresentativo. Mi viene in mente per esempio il tema degli Orchi in Il signore degli anelli, che è molto oscuro e diverso da quello degli elfi o delle altre popolazioni. Come ottieni questo risultato?

Howard Shore: Scrivo a livello compositivo prima, scrivo i contrappunti e le armonie e li scrivo a matita, come in nero, senza avere colori in mente. E per me la musica è molto visiva. Poi una volta che ho la composizione che volevo fare, mi chiedo: “Come suoni questo? Che suono avrà, cosa servirà per suonarlo?“. A quel punto orchestro con la penna e porto dentro i colori con l’orchestrazione. Poi durante la registrazione dirigo e quindi mi occupo della performance, ma nel caso di cui parli tu, quello è il colore che ho adottato per descrivere gli orchi che è in realtà Isengard. Isengard è l’industrializzazione della Terra di Mezzo. Era l’avanzata dell’acciaio e del metallo. Quindi ho usato solo percussioni metalliche, e abbiamo suonato l’interno del piano colpendolo con le catene, abbiamo usato anche incudini per ottenere questo suono metallico. Così è come lavoro con i colori, con l’orchestrazione. Nel caso degli Ent, che erano alberi, tutta l’orchestrazione era fatta con legno, usando strumenti a fiato ecc., quindi avevo diverse risorse per creare diversi colori con il suono dell’orchestra. Perciò uso tante risorse, tutto quello che mi viene in mente e che posso provare.

Sei un cinestetico? Visualizzi la musica, ci vedi colori, ci senti odori?

Howard Shore: È più un fatto visivo. Scrivo a matita, quindi la composizione per me è un’arte visiva più che orale e solo dopo riguarda le orecchie. Ma inizia sempre da una visualizzazione, una relazione di note sulla pagina. Penso più in termini di bianco e nero, armonia e contrappunto, poi i colori arrivano dopo. I colori devono anche avere a che fare con l’ambiente a cui si riferiscono. La stanza e la fisica della stanza hanno molto a che fare con il suono degli strumenti che ci suonano dentro, anche perché registro molto dal vivo.

Lavorare a Il signore degli anelli deve essere stato anche per te, come compositore, un lunghissimo viaggio in una produzione molto grande. È stato più facile in seguito comporre la colonna sonora della trilogia di Hobbit?

Howard Shore: Le cose si prendono a piccole sezioni, è così che si affronta un progetto come quello di Il signore degli anelli, che è andato avanti per quasi quattro anni. Quello che bisogna fare è lavorare giorno per giorno, chiedendosi sempre: “Cosa posso creare oggi?”, magari anche solo qualche pagina, ma il viaggio è molto lungo ed è meglio non guardare troppo in avanti. Abbiamo fatto un concerto a New York e ho portato delle carte di Tolkien dall’Università di Marquette nel Wisconsin. Me le sono studiate in una biblioteca a New York per analizzare il suo processo creativo, e da lì si può vedere che lui stesso non sapeva come sarebbe andato avanti. Aveva dei disegni e dei tentativi per cercare di capire come le parti si sarebbero messe insieme ed è la stessa cosa che abbiamo fatto noi. Andava un passo alla volta e puoi davvero applicare questo metodo a tutti i lavori. Se pensi troppo in grande, tutto ti può crollare addosso. Se invece pensi alle poche pagine che hai composto puoi esserne soddisfatto e passare al giorno successivo e cominciare con un altro pezzo. Non bisogna analizzare troppo, ma solo creare e andare avanti.

Hai vinto anche un Oscar per una canzone, Into the West, sempre per Il Signore degli Anelli. Quando lavori a una canzone e la componi, ti torna utile il ricordo di quando suonavi nella band Lighthouse negli anni Sessanta e Settanta?

Howard Shore: Penso di avere sempre scritto delle canzoni, con una frequenza che è cambiata nelle diverse fasi della mia carriera. e sono abbastanza sicuro che l’esperienza nel gruppo sia stata utile per questo aspetto. A quell’epoca facevo solo canzoni, ora mi concentro di più sull’orchestra, sulle sinfonie ecc. Mi piace molto la voce e comporre per la voce, anche pezzi di coro. L’anno scorso ho scritto un ciclo di canzoni per mezzosoprano e orchestra da camera, e ora sto scrivendo un nuovo ciclo di canzoni per l’orchestra sinfonica di Toronto per mezzosoprano e orchestra sinfonica. Dunque uso molto la voce, mi piace molto.

Perché ti sei stancato di suonare in una band e dopo qualche anno hai deciso di comporre solamente?

Howard Shore: È stato il progresso naturale della musica per me. Ho provato tutto nella musica, probabilmente. Quello che sto facendo adesso, con una matita, è la base della mia musica. È così che creo la musica, con una matita. Poi passo alla performance. Diciamo che ho eliminato tante distrazioni che ci sono nella musica ed è rimasta solo la matita.

Info
La pagina ufficiale di Howard Shore.
La pagina dedicata a Howard Shore sul sito del Festival di Locarno.

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