Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato

Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato

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Il primo capitolo della nuova saga tolkeniana di Peter Jackson, la storia de Lo Hobbit Bilbo Baggins e della sua avventura con i nani capitanati da Thorin Scudodiquercia. Un’occasione per rimarcare le tendenze gargantuesche del cinema del regista neozelandese, ma che cozza con la leggerezza di un testo narrativo assai meno stratificato de Il signore degli anelli, e contrappuntato dall’ironia: Jackson sembra interessato più che altro a un prequel, e nella maggior parte dei casi manca il bersaglio, nonostante una messa in scena come d’abitudine sontuosa.

Misty Mountain Hop

Avvicinato dallo stregone Gandalf il Grigio, Bilbo si ritrova al seguito di tredici nani capeggiati dal leggendario guerriero Thorin Scudodiquercia. Il viaggio li conduce per terre piene di pericoli e avventure, abitate da goblin e orchetti. La loro meta sono le aride Montagne Nebbiose, ma prima dovranno sottrarsi ai tunnel degli orchetti, dove Bilbo incontra una creatura che gli cambierà la vita per sempre… Gollum. Qui, da solo con Gollum, sulle rive del lago seminterrato, l’ignaro Bilbo Baggins non solo si scoprirà così ingenuo e coraggioso al punto da sorprendere persino se stesso, ma riuscirà a impossessarsi del “prezioso” anello di Gollum che possiede qualità inaspettate e utili. Un semplice anello d’oro, legato alle sorti della Terra di Mezzo in modo così stretto che Bilbo non può neanche immaginare… [sinossi]
I am personally immensely amused by hobbits as such,
and can contemplate them eating
and making their rather fatuous remarks indefinitely;
but I find that is not the case with even my most devoted ‘fans’.
J.R.R. Tolkien, lettera a C. A. Furth (24 luglio 1938)
Old Took’s great-grand-uncle Bullroarer
was so huge (for a hobbit) that he could ride a horse.
He charged the ranks of the goblins of Mount Gram
in the Battle of The Green Fields,
and knocked their king Golfimbul’s head clean off with a wooden club.
It sailed a hundred yards through the air and went down a rabbit hole,
and in this way the battle was won,
and the game of Golf invented at the same moment.
J.R.R. Tolkien, The Hobbit (1937)
Now hobbits are peace-lovin’ folks you know
They don’t like to hurry and they take things slow
They don’t like to travel away from home
They just want to eat and be left alone
But one day Bilbo was asked to go
on a big adventure to the caves below,
to help some dwarves get back their gold
that was stolen by a dragon in the days of old.
Leonard Nimoy, The Ballad of Bilbo Baggins (1967)

Era il film più atteso dell’anno, forse uno dei più attesi dell’intero decennio: da quando la trilogia de Il signore degli anelli si era conclusa con Il ritorno del re, gli occhi degli appassionati del fantasy e dei cultori tolkeniani avevano iniziato a bramare l’attimo in cui si sarebbero posati su Lo hobbit. Una gestazione difficile e controversa, che prima ha visto detronizzato Guillermo del Toro (che avrebbe dovuto dirigerlo) e quindi ha aggiunto dettaglio a dettaglio, fino alla decisione da parte della Warner Bros. e di Peter Jackson di spezzettare anche questo nuovo adattamento in tre parti distinte, destinate a raggiungere le sale di mezzo mondo a un anno di distanza le une dalle altre. Un annuncio sorprendente per chiunque si sia imbattuto nel corso della propria vita nello splendido romanzo di partenza, definito nel 1954 da Wystan Hugh Auden “la migliore storia per l’infanzia del secolo”: in molti si sono infatti chiesti come fosse possibile, per Jackson, estrapolare dalle 342 pagine del libro (nell’ottima edizione Adelphi) quasi nove ore di film. L’eccitazione nei confronti del film si è gradualmente ombreggiata di tinte di dubbio, acuite dalla presenza nei crediti del cast di attori che nella trilogia interpretavano ruoli del tutto inesistenti ne Lo hobbit.
Non è certo un caso, né un dettaglio da prendere sottogamba, che il film si apra con Bilbo/Ian Holm che racconta a Frodo/Elijah Wood l’inizio della sua straordinaria avventura, sessanta anni prima: in questo frammento, avulso dal testo di partenza e collegato da Jackson all’incipit de La compagnia dell’anello – con gli alacri preparativi per il centoundicesimo compleanno di Bilbo – si nasconde il senso stesso dell’operazione e, a essere onesti, il suo peccato originale. Mosso da un istinto assai meno puro di quello che lo spinse a buttarsi a capofitto nella mastodontica realizzazione cinematografica di uno dei testi principali del fantasy, il cineasta neozelandese non sembra particolarmente interessato a tradurre in immagini la pagina scritta, ma piuttosto a portare a termine un “signore degli anelli 2”, o al massimo un prequel del precedente progetto. Scelta logica da un punto di vista strettamente commerciale – ed è così spiegabile anche l’utilizzo tutt’altro che necessario della tecnica stereoscopica, mentre sui famigerati 48 fotogrammi al secondo si tornerà in seguito – ma che pecca di superficialità e di grave inesattezza filologica: se infatti Il signore degli anelli è un testo stratificato che prende spunto dall’epica cavalleresca medioevale e dalla mitopoiesi norrena, Lo hobbit si muove su un terreno profondamente diverso. Le avventure di Bilbo, costretto malgré lui a unirsi in qualità di “scassinatore” a Gandalf e alla banda di tredici nani capitanata da Thorin Scudodiquercia per aiutarli a riconquistare la Montagna Solitaria, il loro regno perduto e caduto nelle grinfie del terribile drago Smaug, lambiscono i confini del codex medioevale – la presenza del drago, debitrice del Beowulf, la Battaglia dei Cinque Eserciti, il mondo degli elfi che prende corpo dalla Edda di Snorri Sturluson e, per la lingua, dal finnico Kalevala – ma in realtà rimangono sempre immerse in un’atmosfera fiabesca, in cui la comodità piccolo-borghese è amabilmente derisa attraverso un’ironia sottile e persistente.

Un dato, questo, che Jackson non tiene minimamente da conto, salvo riprenderlo per mettere in bocca ai personaggi le battute a suo avviso più convincenti, senza accorgersi nuovamente di venire meno alla propria funzione demiurgica, come dimostra in maniera paradigmatica la battuta che Gandalf fa a Bilbo riguardo il suo avo Ruggibrante, e che trovate nell’originale inglese tra le citazioni in apertura di recensione: il riferimento al gioco del golf, arguto espediente di Tolkien per smitizzare con il sorriso sulle labbra uno degli sport più amati dalla borghesia e dalla nobiltà inglesi e per strizzare l’occhio al lettore, diventa un semplice elemento diegetico. Un errore di poco conto, a prima vista, ma che in realtà sottolinea la superficialità con cui è stata trattata la narrazione in fase di sceneggiatura: quel passaggio nel libro è una digressione di Tolkien stesso, del tutto avulsa dalla “realtà” in cui vivono Bilbo, Gandalf e gli altri personaggi, mentre inserendola in fase di dialogo Jackson l’ha resa “vera”, senza accorgersi che in un universo come la Terra di Mezzo il gioco del golf apparirebbe quantomai bizzarro e fuori contesto. A tutto questo si aggiunge la discutibile volontà di gonfiare all’infinito il racconto, aggiungendo parti di sana pianta e stiracchiando fino alle estreme conseguenze brevi accenni presenti sul libro: anche solo tramutare l’orco Azog (nel libro di Tolkien citato solo in un’occasione a pagina 37 da Gandalf, “Tuo nonno Thror fu ucciso, come ben ricordi, nelle miniere di Moria da Azog l’Orco”) nel principale nemico dei nani, talmente agguerrito nei loro confronti da inseguirli in lungo e in largo attraverso la Terra di Mezzo, pronto a dar loro battaglia in ogni dove, palesa l’incapacità del team di sceneggiatori di rispettare l’atmosfera e il mood del romanzo.

Da prototipo moderno della fabula classica Lo hobbit si trasforma in un profluvio di combattimenti, inseguimenti, scene orrorifiche – Radagast il Bruno, altro personaggio costruito su una singola citazione, che si aggira tra le rovine di Dol Guldur – che tengono alta la tensione ma costringono giocoforza a un continuo confronto tra questo film e la trilogia de Il signore degli anelli, laddove le rispettive fonti letterarie si fondono tra loro in maniera perfettamente logica e non competitiva (molte delle digressioni qui materializzate sullo schermo sono desunte dalle celeberrime Appendici poste da Tolkien dopo la conclusione de Il ritorno del re). Confronto dal quale Lo hobbit esce ridotto a mal partito: se si esclude la splendida sequenza del duello a colpi di indovinelli tra Bilbo e Gollum, e l’apprezzabile crescendo finale, tutte le soluzioni migliori sono debitrici, da un punto di vista immaginifico, di quanto già sperimentato nei tre film usciti in sala tra il 2001 e il 2003. Per questo motivo la regia si fa inevitabilmente più asettica e distante, ricacciando indietro lo spettatore, che rischia anche di trovarsi spiazzato dall’utilizzo del 48fps (fotogrammi al secondo) cui si accennava dianzi.

Pur apprezzando la volontà di sfruttare una produzione così gargantuesca per testare le velleità autoriali dei 48 fotogrammi, il lavoro deve essere necessariamente rivisto per i prossimi due capitoli: le parti illuminate dalla luce del giorno risultano quasi insostenibili nel loro totale chiarore, prive come sono di chiaroscuri. Troppo netti i dettagli, laddove sarebbe stato assai più ragionevole e apprezzabile lavorare su abiti vecchi, selle ingiallite, un logorio che rendesse credibile e reale ciò che avviene sullo schermo: così agendo, invece, si ottiene l’esatto opposto, donando una patina di fastidiosa irrealtà a ogni singola inquadratura. La speranza, concludendo, è che Jackson tragga insegnamento dagli errori e dalle lungaggini di questo primo capitolo, concentrando per i prossimi due film l’attenzione sui suoi personaggi, in particolar modo quello di Bilbo. Perché, nonostante la bravura di Martin Freeman e nonostante si chiami Lo hobbit, questo film non sembra particolarmente interessato alla psicologia e alle attitudini dei mezzuomini, preferendogli il potere della magia, l’orrore degli orchi, lo stupore degli antri dei nani del tempo che fu, gli scontri tra giganti di roccia nelle Montagne Nebbiose. Ma l’effetto, anche il più speciale, prima o poi svanisce…

Info
Il trailer de Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato.
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