Kindred of the Dust

Kindred of the Dust

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Inserito nell’ambito dell’omaggio allo scenografo William Cameron Menzies alle Giornate del Cinema Muto, Kindred of the Dust è un film del 1922 di Raoul Walsh, un melodramma sociale sull’ottusità del capitalismo europeo, perfezionato in terra americana.

Questo matrimonio non s’ha da fare

Donald, figlio di un ricco possidente e industriale, si innamora di una ragazza del popolo e vorrebbe sposarla anche quando la donna torna con un figlio a carico, avuto da un altro uomo. La contrarietà della sua famiglia porterà Donald fin quasi alla pazzia e alla morte. [sinossi]

Dopo la visione di I misteri di un’anima, qui alla Giornate del Cinema Muto, si ragionava sulla ‘necessità’, a volte, di vedere i film della grande stagione che precedette il cinema sonoro persino senza didascalie: tanto l’immagine, quando è forte, parla da sé. Una smentita però ci arriva subito da Kindred of the Dust, presentato sempre a Pordenone nell’ambito dell’omaggio allo scenografo William Cameron Menzies, film del 1922 in cui Raoul Walsh ci ricorda come la parola ‘didascalica’ potesse avere i più diversi modi di utilizzazione espressiva.

Nel mettere in scena una tipica storia d’amore tra il figlio di un’industriale, Donald McKaye, e una ragazza del popolo, Walsh si adopra a costruire un grande affresco storico, che anticipa tanto melodramma di matrice letteraria del cinema americano successivo (dal wellesiano L’orgoglio degli Amberson, al cinema di Elia Kazan, passando per lo Scorsese di L’età dell’innocenza), e per fare questo usa con ‘giustezza’ le potenzialità delle suddette didascalie. Queste infatti, in particolare nella prima parte del film, non si limitano a riportare brani di dialogo (come succedeva di frequente nel muto, in particolare negli anni Venti), ma si connotano piuttosto come descrizioni d’ambiente, come astrazioni e osservazioni tipiche del narratore romanzesco, e anticipano in tal modo ogni sequenza dandone immediatamente l’esatta chiave di lettura espressiva.
Ciò significa che Kindred of the Dust è sì un film ‘letterario’ – ed è difatti l’adattamento del romanzo omonimo di Peter B. Kyne – ma lo è in un modo personale e inventivo, ben lontano dalla mera trasposizione per immagini che era caratteristica degli adattamenti cinematografici degli anni Dieci.
Walsh infatti lavora contemporaneamente su didascalie ed immagini, sull’asciuttezza e l’esattezza delle une come delle altre e sul rapporto che si costruisce tra loro, giocando sulle ellissi e spingendo al massimo dell’espressività in particolare la prima inquadratura di ogni sequenza, dove ogni movimento, ogni posizionamento dei personaggi nello spazio, non è mai meramente illustrativo. Si pensi all’uso della profondità di campo nella magione Dreamerie, villa di proprietà della famiglia McKaye, dove il contrasto tra Donald e il resto della famiglia è sempre reso visivamente (il padre privilegia l’immobilità, come a confermare il peso tetragono della sua autorità, mentre Donald si sposta agilmente da un punto all’altro proprio perché incapace di concepire qualsivoglia distinzione sociale), oppure si pensi al modesto interno in cui vive l’innamorata di Donald, Nan, con la camera da letto separata dal resto da una semplice tenda, luogo in cui è dunque impossibile avvalersi di una certa intimità ma che è allo stesso tempo per sua natura inclusivo.

Il romanzesco di Kindred of the Dust è d’altronde teso verso un unico obiettivo: dimostrare come il miglioramento del capitalismo in terra americana sia un fatto possibile e, anzi, necessario. Il padre del protagonista è il classico pioniere europeo trasferitosi negli States, è uno scozzese, cresciuto secondo una certa modalità di rigidezza gerarchica; suo figlio Donald non può accettare il cinismo della piramide sociale e infatti, sin da bambino, concede accoglienza a dei derelitti arrivati dal mare (e, tra questi, Nan, di cui si innamorerà ben presto) permettendogli di occupare appezzamenti paterni non utilizzati. L’ottusità del Capitale però è tale che Donald, pur di far accettare il suo amore alla famiglia e alla società, dovrà lottare strenuamente fin quasi alla follia e alla morte. Ma, alla fine, l’amore vincerà e con esso la costruzione di una nuova famiglia, inclusiva, accogliente e dunque tipicamente made in USA, secondo il modello poi usurato della terra delle opportunità.

E in una siffatta tensione tra il melodramma sociale e il discorso sull’evoluzione del capitale, Walsh dimostra di avere le idee chiarissime e di potersi a pieno titolo confermare come uno dei grandi pionieri del cinema hollywoodiano, capace di coniugare spettacolarità e afflato umanitario, precisione narrativa e limpido gusto per le sperimentazioni visive. E, a proposito di queste ultime, basterebbe ricordare l’uso del fuori fuoco (ora a ‘nascondere’ un bacio, ora a rivelare un ritorno alla vita), quello della costruzione della tensione su più piani (nell’incidente del padre del protagonista e nella morte del nonno di Nan) e il lavoro sulla continuità scenica (la sequenza della rissa, pirotecnica e quasi in piano sequenza), per considerare Kindred of the Dust come il preziosissimo lascito di un cinema americano che era già sanamente e sorprendentemente bigger than life.

Info
Il sito delle Giornate del Cinema Muto.
La scheda Wikipedia inglese di Kindred of the Dust.

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