Les garçons sauvages

Les garçons sauvages

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Con Les garçons sauvages Bertrand Mandico esordisce alla regia, spiegando di fronte agli occhi degli spettatori le ali di un immaginario sfrenato, che riesce a trovare il miracoloso punto di incontro tra reale e mitico, tra rêverie e brutalità, facendo dialogare tra loro fantasmi di Vigo e Genet, gocce di Terayama e Teshigahara, residui di cinema muto e di b-movie. Un percorso di completa alterità, per un lavoro in pellicola che lascia senza fiato, primo lungometraggio di un regista destinato (questo è l’augurio) a incidere con forza nel cinema contemporaneo. Alla Settimana Internazionale della Critica di Venezia.

L’isola misteriosa

All’inizio del XX secolo, sull’isola de La Réunion, cinque adolescenti di buona famiglia, appassionati di scienze occulte, commettono un feroce crimine. Un capitano olandese se ne prende carico e li costringe ad una crociera di rieducazione a bordo di un vascello fatiscente e spettrale. Sfiniti dai metodi del capitano, i cinque ragazzi pianificano l’ammutinamento. La loro meta è un’isola sovrannaturale dalla vegetazione lussureggiante che cela un segreto sconvolgente… [sinossi]

Les garçons sauvages si apre, accompagnato dalla voce narrante che non svelerà mai la sua identità nel corso del film, con il racconto del crimine perpetrato da cinque adolescenti, provenienti da famiglie colte e facoltose: lo stupro e l’omicidio della loro professoressa di letteratura. Escono indenni dal processo, ma i rispettivi genitori decidono di temprare il loro bellicoso carattere spedendoli per mare sotto l’egida di un capitano olandese, per il quale dovranno lavorare come mozzi. La piccola imbarcazione dell’olandese deve raggiungere un’isola sperduta nell’oceano, che nasconde al proprio interno un mistero che farà loro mutare pelle. E non solo…
Il primo impatto con l’opera d’esordio di Bertrand Mandico, ospitata all’interno della Settimana Internazionale della Critica, lascia letteralmente a bocca spalancata. Bastano le prime inquadrature, il montaggio che le compone, l’utilizzo del sonoro, per rendersi conto di trovarsi a tu per tu con una creatura aliena, altera ma allo stesso tempo disposta – molto più di lavori maggiormente intessuti nel percorso accademico o istituzionale – a confrontarsi con la materia purulenta, a farla propria, a riscoprirne i riflessi meno prevedibili. Mandico, già autore di apprezzati cortometraggi, non è interessato al compromesso: in un’epoca sfortunata in cui, per caso o per necessità, i registi tendono ad autocensurarsi, preferendo allinearsi a una poetica media che permetta loro di non scontrarsi con troppa veemenza contro il muro della prassi, Les garçons sauvages corre il rischio di apparire come un alieno, un mostruoso ibrido che gracchia sopra le teste chinate dei colleghi, la tempesta che fa naufragare l’imbarcazione che i cinque teppisti ammutinati stanno cercando di guidare verso le coste dell’isola misteriosa. Tanto per non lasciare nulla di intentato, Mandico decide anche di non cedere alle lusinghe del digitale, e gira il suo film in uno splendido super-16, che passa da un bianco e nero granuloso a colori iper-saturi, sgargianti, che costringono quasi a schermarsi gli occhi. Opera di ingegno puro, che rimastica immaginari assimilati nel corso di una vita cinefila senza mai farsi prendere dal demone della citazione ma piuttosto veleggiando verso lidi inesplorati, e completamente personali, Les garçons sauvages possiede una forza nascosta, tellurica e salvifica allo stesso tempo, che pulsa nel cuore con tonfi sempre più percepibili. La stessa forza che agita la natura affascinante e pericolosa dell’isola, la stessa forza che agita le vele piene di capelli della nave olandese, la stessa forza che irrompe su uno schermo dominato da contrasti, dissolvenze incrociate, retroproiezioni, trasparenti, in un elogio mai passatista ma anzi perennemente in rivoluzione del tempo che fu.

Nel cercare uno stratificato punto d’incontro che permetta ai romanzi d’avventure di Jules Verne e Robert Stevenson di dialogare con William Burroughs (ma anche con il William Golding de Il signore delle mosche), il regista transalpino pone sul tavolo della discussione un tema spesso inevaso, o forse evitato con cura per la stessa voglia di non sentirsi “fuori dai giochi”: il viaggio come elemento di trasformazione di corpi adolescenti che devono ancora trovare una loro forma compiuta. Una trasformazione non interiore – anzi, la stolidità di questi cinque ragazzi nel voler rimanere ancorati alle loro putride certezze è uno degli aspetti più interessanti della ricchissima sceneggiatura ordita da Mandico – ma epidermica: i ragazzi, sull’isola in cui tutto sembra potersi materializzare, si trasformano in ragazze. Ecco dunque spuntare i seni, e scivolare via dalle gambe l’oramai inutile pene. In un mondo dominato dalla sessualità come oggetto della dominazione, ferale orgasmo perpetuo di natura e uomo, Mandico sradica il più usurato dei concetti: l’appartenenza di genere. Tutto Les garçons sauvages appare come il continuo slittamento di un confine che è sempre superabile, oltre il quale è sempre lecito, forse persino doveroso, spingersi.
La scelta di lavorare con un cast quasi interamente femminile – le ragazze si trasformano sul set in ragazzi per poi ritornare donne nella finzione scenica – determina un’altra ala radicale del percorso di Mandico. Questa forma di erotizzazione del corpo in perpetuo mutamento è di per sé un atto politico, che serve a scardinare pezzo dopo pezzo l’ingranaggio del potere centrale; ogni gesto compiuto ne Les garçons sauvages si pone come atto di insubordinazione a un potere superiore, totalitario e in quanto tale da sovvertire. Il potere intellettuale, racchiuso nel Macbeth ridefinito per la professoressa; il potere maschile, che l’olandese esercita con metodi medioevali; il potere femminile, a sua volta in grado di porsi come letale e privo di dolcezze. Come il suo cinema, riottoso e inadatto a una collocazione semplicistica nei codici del genere o dell’appartenenza, anche Mandico opera come un sabotatore dell’immaginario, ricreatore di mondi e sovvertitore delle regole. Un voyant, un veggente, per dirlo con le parole di Arthur Rimbaud: «Io dico che bisogna essere veggente, farsi veggente. Il Poeta si fa veggente attraverso una lunga, immensa e ragionata sregolatezza di tutti i sensi. Tutte le forme d’amore, di sofferenza, di follia; egli cerca se stesso, esaurisce in sé tutti i veleni, per non serbarne che la quintessenza. Ineffabile tortura in cui ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovrumana, nella quale diventa fra tutti il grande malato, il grande criminale, il grande maledetto, – e il sommo Sapiente! – Poiché giunge all’ignoto! Avendo coltivato la sua anima, già ricca, più di ogni altro! Egli giunge all’ignoto, e anche se, sconvolto, dovesse finire per perdere l’intelligenza delle sue visioni, le avrebbe pur sempre viste!».

L’esperienza visiva, politica, estetica e sensoriale de Les garçons sauvages non può essere ridotta a un mero godimento cinefilo, per quanto in questo miracoloso esordio si passi dalle riprese subacquee de L’Atalante a Jean Genet, dagli sperimentalismi di Kenneth Anger a quelli di Shūji Terayama, Hiroshi Teshigahara e Kōji Wakamatsu, grandi eretici del cinema giapponese degli anni Sessanta, per approdare infine sulle sponde del b-movie statunitense degli anni Cinquanta. Ma non si tratta di una statica riappropriazione di detriti rimasti immersi nelle sinapsi. Mandico è un subcreatore di universi, in cui perdersi è dannazione, ma anche estremo godimento. “Da quella parte vanno i coraggiosi, da quest’altra quelli che vogliono provare piacere”, sentenzia uno dei naufraghi ancora dotato del fallo, prima della caduta e della rinascita sotto spoglie femminili. C’è ancora una volta un punto di demarcazione, il confine posto a terra, come quello che l’olandese sfida a superare, pena la cacciata dalla nave. Non è facile sintetizzare con l’utilizzo delle parole lo sciabordare incessante della visione di Mandico, quell’infrangersi sugli scogli in attesa della salvezza, ma senza paura di ferirsi, o forse anche di morire. In qualche modo sembra quasi di trovarsi a incontrare per la prima volta Eraserhead, o magari Goto, l’île d’amour di Walerian Borowczyk. Vagiti di una rivoluzione.

ps. Una menzione a parte la merita lo splendido cast di attrici: Pauline Lorillard, Vimala Pons, Diane Rouxel, Anaël Snoek, Mathilde Warnier, Elina Löwenson, Nathalie Richard, a cui si aggiunge l’unico uomo in scena, il capitano olandese dal pene narratore di storie, Sam Louwyck.

Info
La scheda de Les garçons sauvages sul sito della SIC.
Ecce Films, casa di produzione de Les garçons sauvages.
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